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lunedì 29 novembre - Aggiornato alle 22:04

Umbria Jazz, uragano Massive Attack: ipnosi al Santa Giuliana. Concerto che fa storia

A colpire durante lo show all’Arena sono la grande professionalità, l’impegno politico e sociale, la cura di tutti gli aspetti come i visual: concerto corto ma intenso

di Danilo Nardoni e Daniele Bovi

Il primo ‘attacco massiccio’ è quello dell’acqua, caduta puntualmente all’inizio dello spettacolo mentre bagliori e fulmini accendono il cielo, fondendosi con i visual e le luci che arrivano dal palco. La pioggia che ha colpito lunedì sera Perugia, anche se per solo dieci minuti, non ha fermato i Massive Attack, naturalmente al coperto, e soprattutto il loro pubblico “fradicio” ma tutto sommato felice. In oltre settemila paganti hanno seguito, per poco meno di un’ora e mezza di concerto all’Arena Santa Giuliana, la formazione britannica che dagli inizi nei club underground di Bristol è arrivata ora fino ad Umbria Jazz. La storia musicale e il percorso sonoro di 30 anni di attività dei Massive Attack li ha portati sul palco di uno dei più prestigiosi festival jazz al mondo. Ed il collettivo artistico britannico ha portato il suo marchio di fabbrica, quel ‘Bristol-sound’ con cui hanno trasformando l’hip-hop di stampo newyorkese in un frullato fatto di soul, reggae, dub ed electro. Atmosfere fosche, dilatate, scure, coinvolgenti e ipnotiche come ci si aspettava. Un altro ‘attacco massiccio’ ma questa volta di trip-hop, genere che hanno contribuito e non poco a fondare, ha quindi colpito pure Perugia e dopo l’altra data italiana a Mantova di domenica sera.

MASSIVE ATTACK ALL’ARENA – FOTOGALLERY
MASSIVE ATTACK – VIDEO

Young Fathers Lunedì è stata così a Umbria Jazz 2018 la grande notte dei Massive Attack, planati all’Arena del Santa Giuliana per intrattenere un numero di spettatori che colloca la serata tre quelle top della ventennale storia dell’Arena. Robert del Naja, Grant “Daddy G” Marshall e soci (al Santa Giuliana non manca Horace Andy) arrivano a Perugia con il tour a 30 anni dalla fondazione di un gruppo che ha scritto pagine tutte nuove della storia della musica. Con loro il trio scozzese degli Young Fathers, già tre dischi alle spalle e una collaborazione con il gruppo di Bristol che va avanti da qualche anno (vedi il singolo «Voodoo is in my blood»). Sono loro poco dopo le 20, in anticipo rispetto a quanto preventivato a causa dell’allerta meteo, ad aprire lo show, con una miscela elettronica e dura di hip-hop, rap e r’n’b.

MASSIVE ATTACK SOTTO L’URAGANO. VIDEO
CONCERTO SOTTO LA TEMPESTA. GALLERY

Brani e pioggia Poi dopo quasi un’ora intorno alle 21.40, il tempo di far entrare le tante persone in fila, arrivano i Massive Attack: 90 minuti esatti di spettacolo e 15 pezzi in scaletta, non molti per soddisfare il pubblico fino in fondo, da «Hymn of the big wheel» a «Splitting the atom», cantata da Horace Andy al terzo bis. In mezzo il breve ma violento acquazzone che non ha spaventato troppo il pubblico dell’Arena, arrivato con ombrelli, felpe e k-way; quelli senza, hanno comprato felpe e giacchetti, hanno cercato riparo sotto i tendoni oppure hanno ballato tranquillamente sotto l’acqua. Tuoni e fulmini si mescolano ai bassi e alle luci e l’impatto, per chi è rimasto in Arena, è davvero massiccio. Dopo la partenza che ha portato il Santa Giuliana indietro fino ai tempi di «Blue line», si passa a «Mezzanine», disco di maggior successo commerciale dei Massive Attack, con «Risingson», poi «United Snakes», «Ritual spirit», «Girl I love you», «Eurochild». Non sono mancati i grandi classici, ma i più famosi come «Teardrop» e «Karmacoma» erano senz’altro attesi da chi li conosce solo per i successi planetari.

Impegno Sul maxischermo a led alle loro spalle un bombardamento vertiginoso di immagini e scritte che richiede attenzione allo spettatore. Uno spettacolo che si fa seguire con interesse, oltre che per la musica e per il solito spettacolo visivo, da sempre fondamentale nelle esibizioni del gruppo di Bristol, anche per l’impegno sociale e politico che pure contraddistingue da anni il gruppo. «Quale è lo scopo della vita? Servire il bene superiore»: è il saluto all’Arena con la prima scritta in italiano che compare alle loro spalle. E poi: «Dove sei ora? Sono nel bel mezzo del nulla»; «Qual è lo scopo della morte? Avere una vita»; «Perché siamo qui?»; «Cosa è l’altruismo? Se non credi in Dio non puoi capirlo». Alle spalle del gruppo scorrono lunghe sequenze di zero e uno, quasi a testimoniare l’infinità possibilità delle cose. Infine, anche messaggi su temi d’attualità, bandiere di paesi, nomi di siti culturali ormai distrutti dalla guerra, i loghi di molte compagnie petrolifere, titoli di news che assomigliano molto alla propaganda, ed altri che sono quelli pescati dal clickbaiting quotidiano dei siti.

Mood scuro A un certo punto, Robert del Naja collega il suo smartphone al maxischermo e si atteggia come quelli che affollano le timeline di Facebook con i loro selfie, prima che il suo volto perda forma, si smonti e poi si si rimonti con quelli di altri. La ferocia delle percussioni e i messaggi danno un certo mood scuro al concerto che prosegue con «Future proof», «Voodoo is in my blod» e «Way up here» con gli Young Fathers, l’immortale «Angel» e la rilettura di «Inertia creeps», «Safe from harm» e «Unfinished sympathy» con Deborah Miller e «Take it there». Con questa scorrono ancora frasi in italiano: «Dobbiamo apprendere un modo più ricco pe condividere le informazioni»; «Costruire comunità inclusive ed accoglienti»; «Per saperne di più condividi di più»; «Accettare, scoprire, aderire, condividere».

Insieme Alla fine, con «Splitting the atom», la tensione si scioglie: «Siamo tutti in questo insieme» è ciò che appare sullo schermo mentre scorrono immagini di uomini e donne da ogni angolo del mondo. È il messaggio finale che chiude una parabola sonora, visuale, e anche di impegno sociale, bagnata ma fortunata. Uno show dove a colpire sono la grande professionalità, l’impegno politico, la cura di tutti gli aspetti (in primis i visual); peccato solo per coloro che stavano ai due lati del palco, dai quali non si vedeva per intero lo schermo. La scenografia è semplice ma allo stesso tempo potente e d’impatto. Il concerto corto, intenso e professionale. Proprio come le cose belle. Qualcuno parlava di una band stanca. Tutt’altro. Considerando poi le ultime apparizioni italiane dei recenti tour, non certo fortunatissime, quella di Perugia per Umbria Jazz ha dato lustro a tutte le peculiarità di un collettivo che ha ancora qualcosa da dire. E sul finale si può allora sperare in «un domani migliore», come hanno ricordato dal mega schermo i Massive Attack. Ed anche in una musica migliore che possa riscoprire anche queste vette. Qualcuno storce la bocca affermando che per loro è facile lanciare messaggi di pace, amore e fratellanza. Ma questo è certamente facile per tutti quelli che hanno un minimo di visibilità e seguito. Solo che ormai (quasi) nessuno lo fa più. Anche durante i concerti.

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