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mercoledì 8 dicembre - Aggiornato alle 16:06

Umbria Jazz, all’Arena le inutili preghiere al dio Jarrett. Nel buio l’estasi controllata del trio

Jarrett all'Arena prima di andarsene (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi
Twitter @DanieleBovi

Qualcuno in gradinata ci scherza su: «Dopo il “Koln concert”, il dark concert». Il concerto al buio, o meglio tutto il primo set di 40 minuti, è quello che Keith Jarrett ha tenuto domenica sera all’arena Santa Giuliana. Un concerto che avrebbe dovuto segnare la «pace» tra il festival e il 68enne pianista di Allentown dopo gli arcinoti fatti del 2007 e che è parso più invece una «pace» fredda e carica di tensione. Alle 21 in punto al posto dei sorrisi che qualcuno (pochissimi) si attendeva, scende il gelo. In platea non tutti hanno ancora guadagnato il posto a sedere, forse uno o due telefonini vengono branditi e Jarett, infastidito, si limita a sibilare solo un «see you later», «ci vediamo dopo». Carlo Pagnotta, direttore artistico del festival, ce l’aveva messa tutta pochi minuti prima dello show: «Accogliamo i musicisti con un grande applauso, una bella standing ovation». Più che un auspicio, una preghiera, un rito collettivo per conquistare il favore del dio che di lì a poco sarebbe salito sul palco.

FOTOGALLERY – IL CONCERTO
FOTOGALLERY – ALL’USCITA DEL RISTORANTE

Zero lights «Mettiamo via i telefonini – chiede con voce ferma ma gentile, quasi da pastore di anime jazzofile – facciamogli vedere che pubblico siamo, facciamo vincere la musica. Se saremo bravi i bis supereranno per lunghezza la seconda parte del concerto (in mezzo c’erano 25 minuti di stop come da contratto, ndr)». Celebrato il rito, offerti in omaggio al dio telefonini e tabacco (in platea per disposizioni del pianista era vietato fumare), Jarrett insieme ai suoi due sodali con i quali forma da trent’anni un trio che, per qualità e notorietà, senza essere tacciati di eresia è possibile affiancare a quello di Bill Evans, Scott LaFaro e Paul Motian, sale sul palco. Nessuna parola: il dio artisticamente grande e capriccioso, piccolo e filiforme nel fisico quasi come quelle immagini delle divinità azteche, avvolto da camice improbabili non vuole nessun fotografo né cineoperatore sotto il palco, nessuno che fumi, nessun rumore e neanche la luce. «Zero lights», niente luci è il suo secondo e ultimo sibilo della serata perugina.

VIDEO – IL «DARK CONCERT» ALL’ARENA
VIDEO – ALL’USCITA DEL RISTORANTE

Spalle al pubblico Poi, rigorosamente spalle a quel pubblico per il quale, come spiega Jarrett, è un onore essere lì e non viceversa, il concerto inizia nel buio. Solo una timida lucina, una fiammella che dalla gradinata pare poco più che una fioca chiazza arancione illumina le mani di Gary Peacock, il contrabbassista. Jack DeJohnette è invisibile, si sente e tanto basta. La macchina del trio è musicalmente perfetta, si muove lungo sentieri conosciuti e, specialmente per chi è più lontano dal palco, è davvero un peccato che nell’immensità dell’Arena certe sfumature, certe note sottili e delicate che disegnano l’atmosfera all’inizio e alla fine dei pezzi se ne vadano insieme al vento. L’atmosfera, appunto. Quanto successo prima dell’inizio del concerto ha caricato ancora di più la serata di tensione tanto che almeno nel primo set, complice il buio pesto stabilire quel contatto, quell’empatia che rende speciale un concerto era tutt’altro che impresa semplice.

Is it really the same Terminata la pausa ci sono «addirittura» le luci sul palco e il concerto può riprendere. La prima parte era terminata sul blues di Is it really the same che il pianista scrisse verso la fine dei Sessanta, all’epoca della militanza nel gruppo di Charles Lloyd. E poi ancora Yesterdays, ancora blues con l’ellingtoniana Things aint what used to be e una sottile interpretazione di Bye Bye blackbird. Al netto dei capricci, delle paranoie (lo staff che pregava di spegnere le sigarette a chi lo ha incrociato lungo la via verso il ristorante, i mozziconi fatti raccogliere da terra) forse ha scritto bene chi anni fa ha parlato di grazia e freschezza per questa musica, una sorta di estasi controllata. Il trio esce, Pagnotta all’inizio ha chiesto di «fare i bravi, che poi (nell’auspicato bis, ndr) li freghiamo dopo». E invece, pare, rientrato per il bis il pianista ha notato dei telefonini alzati che l’hanno innervosito. Jarrett si è limitato a prendere un piccolo asciugamano, mostrato al pubblico come farebbe un torero e se n’è andato. Il dio è fatto così.

4 risposte a “Umbria Jazz, all’Arena le inutili preghiere al dio Jarrett. Nel buio l’estasi controllata del trio”

  1. Assurdo ha detto:

    La colpa è di chi lo va a vedere e ci spende pure i soldi.

  2. Piergiorgio Ramello ha detto:

    Sono stufo di sentire che queste cose succedono solamente in Italia. Perchè a Tokyo, Berlino, Parigi, new York i telefonini non ci sono?? Il sig. Jarret è talmente stronzo per quanto è bravo. Ma si deve ricordare che la platea di ieri sera era formata da persone che arrivavano da diverse città d’Italia e d’Europa sobbarcandosi anche notevoli costi di viaggio. Persone che hanno speso 125 € per “ascoltare” e non per vedere. Chi sa un minimo di fotografia dovrebbe sapere che basta una piccola reflex digitale per scattare senza flash, così al sig. Jarret gli passa la paranoia. Sono senza parole parliamo di maleducazione per un flash, e di cosa dovremo parlare di questo signor pianista? Lui è l’artista, IO lo vado a vedere e compro i suoi dischi e questo è il suo rispetto. Fatemi il piacere lasciatelo suonare su un eremo e che si vada a farsi fottere!!!

  3. Corrado ha detto:

    Ma che concerto avete visto? Credetemi, conosco ed amo Jarrett da troppo tempo per sbagliarmi, il mitico trio ieri sera non c’era. Peacock e DeJohnette completamente assenti, nessun guizzo solistico in assoluto da parte loro, ed una vero e proprio “accompagnamento” scolastico per il resto. Il maestro ha illuso solo con “In Your Own Sweet Way”, aprendo il secondo set (finalmente con la luce), ma poi nulla, è ripiombato in un freddo ed asettico esercizio lontano parente della sua espressività. E non c’entrano le luci, anche al buio il trio ha suonato poco e male. Peccato, una brutta caduta per Umbria Jazz. E peccato vedere la maggioranza del pubblico applaudire senza sapere davvero perché, ieri sera Jarrett meritava un commiato con “zero applausi”.

    Si parla solo delle bizze di Jarrett (penose) e di luci accese o spente, ma ho letto commenti musicali parlare di “bel concerto”, “concerto perfetto”, “platea sognante”: beh questi commenti sono vergognosi, o perlomeno scritti da incompetenti. E’ stato un concerto agghiacciante da tanto è stato brutto, ho visto dozzine di persone andarsene nella pausa.

    Ieri sera Jarrett, Peacock e DeJohnette hanno semplicemente “onorato il contratto”, incassato e girato i tacchi.

    Questa è la verità.

  4. Marco Di Valvasone ha detto:

    Fa bene lui… È stato chiesto di non utilizzare i telefoni, ma i grezzi di umbria jezze devono fare una foto da pubblicare da qualche parte, e molto probabilmente non sanno nemmeno chi è KEITH JARRET…. -.-

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