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sabato 4 dicembre - Aggiornato alle 06:34

Uj, il teatrale e «animale» Clementine e la sorpresa Somi: notte da ricordare all’Arena

Due giovani voci e artisti preziosi della scena musicale attuale entusiasmano in modo diverso il pubblico di Umbria jazz per la serata finora con meno paganti

Clementine all'Arena © Fabrizio Troccoli

di Daniele Bovi e Angela Giorgi

Benjamin Clementine è «black» per l’impalcatura di capelli in stile Little Richard, per la grazia animale nei movimenti, che ricorda Prince, e per la disinvoltura con cui modula l’intonazione della voce. Ma per tutto il resto appare come un naturale omaggio al glam inglese. «Sono un animale» ha detto anni fa in un’intervista in cui spiegava il gusto – «animalistico» appunto – di pestare a piedi nudi i pedali del pianoforte o quelli di un’auto. Quando mercoledì sera il trentenne londinese ha danzato circondato dal fumo della smoke machine intorno al gruppo di manichini piazzati sul palco pareva di assistere a una specie di sabba, di rituale musicale officiato da questo spilungone nero, tutto vestito di bianco, con il ciuffo in evidenza, lo sguardo sornione, l’atteggiamento ironico e la voce tenorile. Quella di mercoledì all’Arena Santa Giuliana sarà ricordata come una delle notti migliori di questa edizione di Umbria Jazz e sicuramente tra quelle più belle degli ultimi anni. Anche perché prima di lui il pubblico ha assistito alla splendida esibizione di Somi che ha messo in evidenza una sorta di «new african jazz» delicato e sostenuto allo stesso tempo.

SOMI E CLEMENTINE – FOTOGALLERY

CLEMENTINE ALL’ARENA – VIDEO

Animale da palco Sul palco come secondo set è quindi salito il 30enne musicista e poeta e britannico che, prima di imporsi sulla scena musicale mondiale nel 2013, durante un periodo passato a Parigi tirava su qualche soldo suonando in metropolitana, come i tanti busker che in questi giorni affollano le strade di UJ. Chissà che la capacità di cercare il pubblico – il contatto con esso – e coinvolgerlo non arrivi proprio da lì. La gente dell’Arena Clementine non la vuole seduta: cantato il primo brano, col suo fare sornione («si sta comodi seduti in platea?», «vi auguro ogni bene, godetevi la vita» dice a quelli che vede imboccare le uscite laterali dell’Arena) fa capire che vuole tutti sotto il palco per la celebrazione del rituale; e ovviamente in un attimo sono tutti lì sotto. La performance – l’aspetto teatrale – è un’altra delle chiavi per capire lo spettacolo di mercoledì.

Clementine canta Dalla Sul palco ci sono dei manichini, nudi, mentre tutti gli strumenti (ad accompagnare Clementine Axel Ekerman al basso e Alexis Bossard alla batteria) sono rivolti verso i fantocci di plastica. «One awkward fish», uno dei brani più interessanti di «I tell a fly» (album del 2017 dal quale ha pescato mercoledì), Clementine lo è andato a pescare nella profondità della sua voce; poi ci sono «Condolence», «I won’t complain» e «Cornerstone», brani che arrivano dal primo album del 2014, «At least for now», salutato come un capolavoro. A esercitare un’influenza su Clementine molti elementi, dal teatro all’opera, e al pubblico di Umbria Jazz il londinese regala anche una versione di «Caruso» di Lucio Dalla, invitando tutti a cantare con lui.

CLEMENTINE CANTA CARUSO DI LUCIO DALLA

CLEMENTINE A PERUGIA DOPO IL CONCERTO – VIDEO

Black e white Oltre che «black» Clementine è anche «white», e non solo per l’abito: ricorda Bowie su tutti, dal sagace vaudeville di ‘Hunky Dory’ nelle esecuzioni per piano solo alla teatralità apocalittica di ‘Diamond Dogs’ quando Clementine spinge sul synth saturo, mentre la band pompa e macina come in un power trio. E ancora l’isteria dandy degli Sparks e dei Cockney rebel, il divertissement altezzoso del primo Elton John. Un florilegio di eleganza British, tanto nella padronanza del palcoscenico quanto nell’intenzione sonora, dove l’accuratezza tecnica è mascherata e travestita da giocoleria, secondo il più classico understatement albionico. Lui non si dichiara poi «a jazz player», scherzando al pianoforte su cui accenna note a raffica come un assolo be-bop, ma sul palco improvvisa eccome: lo show, a differenza di altri modello «prendi i soldi e scappa», non è prestampato; letteralmente, è stato uno spettacolo unico, col pubblico tutto in piedi. Da ricordare.

SOMI ALL’ARENA – VIDEO

Sorpresa Somi A completare una serata memorabile all’insegna di due giovani voci che per la prima volta arrivano a Umbria Jazz, lo splendido concerto di Somi; una grande sorpresa per quelli che non la conoscevano. Nina Simone, voce alla quale qualcuno ha associato quella di Clementine, è anche uno dei punti di riferimento della newyorkese, 37 anni, originaria dell’Illinois ma da tempo stabilitasi ad Harlem, il quartiere a cui è dedicato uno dei brani più belli della serata, «Like Dakar». Somi porta sul palco una band composta da Toru Dodo al piano, Michael Olatuja al basso, Hervé Samb alla chitarra e Anwar Marshall alla batteria. La cantante (la sua famiglia arriva dal Rwanda e dall’Uganda) attinge da pezzi che arrivano da «Petite Afrique», l’ultimo album pubblicato nel 2017, e da «The Lagos music salon» (del 2014).

Jazz e sonorità africane La voce dell’americana e il sound della band rappresentano un innesto tra jazz e sonorità africane. Le radici sono fondamentali per Somi, rivendicate anche, e il set è ad alta intensità emotiva e impegno. Per la gioia del pubblico scorrono «Ginger me slowly», pezzo che arriva dall’esperienza fatta a Lagos, in Nigeria, «The gentry» con al centro il tema della gentrificazione dei quartieri delle metropoli come New York e «Black enough». Partendo dalla sua esperienza personale Somi sottolinea la dignità di tutti i migranti «in questi tempi difficili» e porta l’Africa a New York cantando la condizione di molti. Si prenda ad esempio «Alien», il pezzo che apre «Petite Afrique» che altro non è se non la magnifica rilettura, ricca di tensione, scura, di «I’m an english man in New York» di Sting; è qui che Somi canta il senso di esclusione della comunità africana.

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