venerdì 21 settembre - Aggiornato alle 13:48

Quincy Jones pronto ad aprire Umbria Jazz: «Sarà uno spettacolo mai visto». «È la musica a unirci tutti»

Il leggendario musicista e produttore ha tenuto una conferenza stampa a Roma per presentare lo spettacolo di venerdì che ripercorrerà tutta la carriera dell’85enne di Chicago

Quincy Jones a Roma presenta il suo spettacolo a Uj

di Daniele Bovi

«Uno spettacolo che non si è mai visto, e che probabilmente non si rivedrà più». Mercoledì pomeriggio all’hotel Bernini di Roma in una sala stracolma Quincy Jones ha presentato il concerto che aprirà, venerdì, le notti dell’Arena Santa Giuliana per la 45esima edizione di Umbria Jazz. Una serata speciale per festeggiare gli 85 anni di Jones, accanto al quale ci saranno tanti artisti come Paolo Fresu, Dee Dee Bridgewater, Noa, Gil Dor, Alfredo Rodriguez, Pedrito Martinez, Patti Austin, i Take 6 e l’Umbria Jazz orchestra diretta da Jones e da John Clayton. Alla conferenza stampa, oltre a decine di giornalisti, Nanni Zedda che curerà la regia della serata, Nick Harper, il direttore artistico di UJ Carlo Pagnotta e il presidente della Fondazione Renzo Arbore.

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Una icona Quella di venerdì sarà dunque una serata davvero speciale. Sul palco del festival umbro arriva un vero e proprio totem della musica e più in generale dello spettacolo; già perché oltre a essere un polistrumentista, l’uomo nato a Chicago 85 anni fa è un compositore, un direttore, un punto di riferimento per il mondo afroamericano e un arrangiatore che ha scritto musica per decine di artisti, senza dimenticare le colonne sonore o la produzione di dischi entrati nella leggenda come «Thriller», il più venduto della storia. Una carriera lunghissima, costellata da quasi 30 Grammy, iniziata quando da ragazzino suonava in piccoli locali – come ricordato anche nell’occasione romana – per tirare su qualche soldo insieme a un altro giovane di buone speranze, Ray Charles.

Occasione unica «Di questi concerti – ha detto Zedda – ne fa quattro o cinque in un anno, e in questo creato appositamente per Umbria Jazz abbiamo voluto fare una ricerca sui suoi brani, così da ripercorrere la sua carriera e le sue tante collaborazioni. Molte cose saranno inedite, sarà uno spettacolo che non si è mai visto». Venerdì gli spettatori potranno ascoltare «tanti brani che Quincy – continua Zedda – ha registrato nel corso degli anni; tutti gli arrangiamenti sono originali, scritti da Quincy e coprono tutta la carriera, dai film a tutto il resto. Ci sarà un po’ di vecchio e un po’ di nuovo, alcuni arrangiamenti adattati per nuove formazioni o duetti». La conferenza stampa è stata l’occasione per Jones di parlare di tante cose, dal successo planetario di «Thriller», il leggendario disco di Michael Jackson da lui prodotto e che ha venduto 130 milioni di copie, alle nuove leve, dal suo rapporto con l’Italia e i musicisti italiani alla libertà offerta dal jazz.

L’Italia «Paolo Fresu – ha detto rispondendo ai giornalisti – è un musicista incredibile, e io sono cresciuto con molti musicisti italiani come Romano Mussolini; tra i più cari ricordo anche Piero Piccioni, Armando Trovajoli, Ennio Morricone, con il quale ho uno stretto rapporto di amicizia; in generale ho un forte legame con la musica Italiana e il jazz italiano». Jones ha ricordato anche la genesi di «We are the world», che ha ormai più di 30 anni: «Dopo l’iniziativa – racconta – promossa da Geldolf e Bono in Gran Bretagna, Harry Belafonte viene da me proponendomi un grande tour, cosa difficile; allora abbiamo deciso di registrare una canzone. Se è servito? Sì, perché abbiamo raccolto 63 milioni di dollari riuscendo così a fare operazioni benefiche in Etiopia e non solo». Gustoso l’aneddoto con al centro Bono e Geldolf che organizzano un incontro con Giovanni Paolo II, le cui scarpette rosse furono commentate a voce alta da Jones in modo non esattamente ortodosso: «Dissi che mi sembravano da pappone (“pimp” è la parola inglese, ndr), Giovanni Paolo sentì ma rise. Comunque portammo a casa l’impegno dei capi di stato di tagliare di 22 miliardi il debito dei paesi più poveri, e questa è una della più grandi soddisfazioni della mia vita».

Cerco l’emozione Libertà, contaminazioni e radici sono concetti che tornano spesso nelle parole di Jones. La prima è associata al jazz, «che oggi non ha cambiato significato: vuol dire scegliere dove andare e improvvisare. Nel corso della mia carriera ho suonato di tutto e ho vissuto tutte le fasi di cambiamento. Sono stato molto criticato per aver prodotto “Thriller” ma non me ne sono mai curato, pensavo e penso ci sia libertà di fare qualsiasi musica e il successo è una conseguenza; non faccio musica per avere successo, bensì cerco quella che mi dà emozione così da riuscire a trasmetterla agli altri». Quincy Jones è anche un importante talent scout, vedi i casi di Jacob Collier e Joey Alexander, entrambi ascoltati a UJ, o del chitarrista Andreas Varady: «Ho lavorato con tutti i grandi – spiega – ma questi sono talenti incredibili di sui sentirete certamente parlare».

Consigli ai giovani E a quei giovani che gli chiedono qualche consiglio, Jones dice intanto di ascoltare i classici e di «rimanere connessi alle radici, questo è quello che facevamo miei eroi come Miles Davis, John Coltrane e Cannonball Adderley». E sempre parlando di radici, a quelli che gli parlano del futuro dell’hip-hop Quincy Jones spiega innanzitutto che «si tratta di una ricombinazione di semi che già c’erano, ed è un peccato che negli Usa non ci sia un ministro della cultura, che non si conosca la storia della musica e le combinazioni; alla fine siamo tutti connessi attraverso la musica».

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