mercoledì 18 settembre - Aggiornato alle 21:55

Kühn si racconta: «Ho catturato l’anima di Ornette e mi sono esercitato tutta la vita per essere qui»

Intervista al pianista che ha tenuto due concerti a UJ dedicati al sassofonista: «Suo figlio mi disse che capivo il padre meglio di lui»

Kuhn durante il concerto (foto Giugliarelli-U24)

di Daniele Bovi

Joachim Kühn è l’uomo che ha catturato l’anima di Ornette Coleman. Il pianista tedesco mercoledì ha tenuto due (bellissimi) concerti alla sala Podiani della Galleria nazionale dell’Umbria, facendo così il suo esordio a Umbria jazz. Il musicista classe 1944 è tra i più grandi pianisti in circolazione e a Perugia si è presentato con il progetto, in piano solo, che ha voluto chiamare «Melodic Ornette Coleman». Insieme al sassofonista texano tra il 1995 e il 2000 ha tenuto 16 concerti per i quali sono stati scritti circa 170 pezzi. Nel disco, uscito da poco, e a Perugia, Kühn ha presentato una selezione di questi brani. Dalle sue mani esce una «Lonely woman» – tra i primi pezzi ad aprire il concerto – che fa venire gli occhi lucidi. Mentre si rolla una sigaretta e si gode un succo di frutta il pianista accetta di rispondere a qualche domanda.

VIDEO: IL CONCERTO

Joachim è la tua prima volta a Umbria jazz, quali sono le tue impressioni a proposito della città e del festival?

«Sono arrivato soltanto ieri sera tardi buttandomi subito nel caos di corso Vannucci, e ora spero di vedere qualche concerto. Mi è piaciuta tantissimo la città e il fatto che il jazz, il quale racchiude tanti sottogeneri, si trovi tutto qui a portata di mano. È bellissimo, mi sono esercitato tutta la vita per suonare finalmente qui».

Dai tuoi concerti con Ornette Coleman sono passati molti anni, come nasce l’idea di dare vita a un piano solo?

«È nata due anni fa. Non avevo granché da fare, ho iniziato ad ascoltare un suo disco pensando al fatto che ho tutte le registrazioni dei circa 170 pezzi pensati per quei concerti; ho gli spartiti originali scritti da Ornette che nessuno sa leggere più, ai quali ho aggiunto le mie traduzioni per renderli accessibili a tutti. Ho preso questo materiale e mi sono detto “vediamo come suona in piano solo”. Il risultato mi è piaciuto e ho scelto una decina di pezzi; è un progetto che serve anche per far vedere che la sua musica non invecchia mai».

Coleman non ha suonato con molti pianisti, con i quali spesso era abbastanza critico: quali sono le ragioni che gli hanno fatto apprezzare il tuo modo di suonare?

«Ho sempre adorato la sua musica. Quando vivevo nell’ex Ddr mio fratello, a cui piaceva molto Ornette, mi mandò dei dischi e cominciai a esercitarmi tantissimo: ascoltavo i dischi e suonavo. Quando vivevo a Parigi mi fu presentato e gli feci sentire un mio disco, che a lui piacque molto; allora mi disse “perché non suoniamo insieme?».

Cosa ricorda del primo incontro? Che uomo era?

«Una persona eccezionale, molto generosa e dedita alla musica al 100%. Un periodo, quando lui aveva una fidanzata tedesca, abbiamo abitato insieme a New York: la sera ascoltavamo dischi e suo figlio Denardo un giorno mi disse che io capivo suo padre meglio di lui. Era anche un musicista molto critico perché in pochi sono riusciti a suonare la sua musica come lui voleva: o erano troppo atonali o non riuscivano a coglierne l’anima; io invece modestamente ci sono riuscito. Ornette poi non era un dittatore: la cosa più incredibile, che ricordo come un’esperienza meravigliosa, è il fatto che eravamo sullo stesso livello. Diceva: “Io faccio le note e tu le armonie”».

C’è la possibilità che tutto il materiale di quei concerti un giorno sia pubblicato?

«I diritti sono di Denardo, se fossero miei pubblicherei subito tutto! Però puoi venire a casa mia ad ascoltare le registrazioni!».

Twitter @DanieleBovi

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