mercoledì 22 novembre - Aggiornato alle 02:55

Brian Wilson a Umbria jazz, «bad vibrations» all’Arena tra i fantasmi del passato

Un provato Wilson si cimenta con le hit dei Beachs Boys e l’intero «Pet sounds». La band lo sorregge, ma non basta

©Fabrizio Troccoli

di Angela Giorgi

I Beach Boys erano Brian Wilson. Ma chi è Brian Wilson? La domanda si impone non appena questo signore sovrappeso e dallo sguardo vitreo viene accompagnato sul palco dell’arena santa Giuliana, per quella che dovrebbe essere una delle serate di punta di Umbria jazz 2017. E indubbiamente lo è, in termini di biglietti, ma il concerto esula dalla musica e chiama in causa il personaggio, la leggenda, la vicenda umana, il Moloch dello showbiz, il tempo che divora l’anima. La serata di sabato 15 luglio dovrebbe celebrare ‘Pet sounds’, l’album che ha rivoluzionato il percorso artistico dei Beach Boys e influenzato persino i Beatles di ‘Sgt. Pepper’s’ e forse, in qualche modo, proprio il capolavoro del 1966 e gli anni a venire sono la chiave per comprendere il concerto.

BRIAN WILSON A UJ – FOTO

BRIAN WILSON A UJ – VIDEO

California o Las Vegas? A dispetto della presentazione, che annunciava la serata come tributo a ‘Pet sounds’, Brian e la band infervorano subito gli oltre duemila presenti con un’infornata sfacciata di singoloni, da ‘California girls’ a ‘Don’t worry baby’. Le voci parlavano di un signore stanco ma presente sostenuto da un’ottima band di professionisti, tra cui l’inossidabile Al Jardine. Invece Wilson siede alla tastiera – si sospetta nemmeno accesa – poggiando le mani inerti sui tasti, a tratti cercando di cantare con convinzione, a tratti smarrendo le parole e obbligando la band a seguire ogni imprevedibile ricaduta nell’oblio. Dieci musicisti sul palco, indubbiamente padroni dello strumento ma condannati da un’attitudine irrimediabilmente affine agli spettacoli dei casinò di Las Vegas. Trump è qui, questa è l’America che non permette a un anziano mentalmente e fisicamente provato di godersi il buen retiro che, invece, altri hanno avuto la decenza di concedere a Syd Barrett. I segni degli anni di droghe – tutte, tante – di problemi di peso e di salute, di terapie farmacologiche devastanti sono tutti lì, sul palco del Santa Giuliana: Wilson perde saliva, espettora nell’asciugamano marchiato UJ, controlla l’ora innumerevoli volte mentre canta di bellezze al sole e di spiagge dorate, della California frivola e spensierata sempre appartenuta ai suoi compari e che lui, invece, sembrava aver giustiziato cinquant’anni fa con ‘Pet sounds’.

‘Pet sounds’ live Come rendere sul palco l’intricata stratificazione di suoni costruita in studio? Come restituire quella visionaria complessità, frutto del delirio perfezionistico dell’allora ventitreenne Brian Wilson? Il blocco centrale del concerto è riservato a ‘Pet sounds’ e, sin dalle prime note, si comprende perché il suo autore avesse rinunciato ad andare in tour con i Beach Boys già durante la sua registrazione. Quella magia è irripetibile: la perfezione era scaturita da una congiuntura unica, figlia dei tempi in cui parlare di “mono” e wall of sound era una rivoluzione, da una follia creativa arrivata all’apice della parabola ascendente che, da quel momento, non avrebbe potuto che precipitare. Tra un’incerta ‘That’s not me’ e una ‘God only knows’ scandita dalle occhiate al quadrante dell’orologio, si salva solo ‘Sloop John B’, a cui Al Jardine – che l’aveva originariamente suggerita a Brian – si aggrappa con le unghie e con i denti. L’altro superstite Blondie Chaplin, nei Beach Boys dal 1972 al 1974, saltella occasionalmente per il palco con l’aspetto di un mummificato Lou Reed e una grinta che sa di disperazione. A chiudere, la grande esclusa da ‘Pet sounds’, la poderosa ‘Good vibrations’: le vibrazioni sono tutt’altro che buone, c’è un’amarezza di fondo che fa riflettere e impedisce a chi scrive di comprendere la bonaria allegria dei tanti che si alzano ballando. È vero, è già un miracolo che Brian Wilson sia qui: ma Brian Wilson, forse, non è qui. Non è l’età, non sono gli eccessi e nemmeno la malattia mentale: quando Wilson, alla fine degli anni ’60 e all’apice del successo, decise di non esibirsi più, probabilmente aveva scelto di dare priorità al lavoro in studio o raggiunto la consapevolezza di non essere più adatto alla vita sotto i riflettori. Complici le cure brutali del Dr. Landy, la pressione delle case discografiche, l’inevitabile bisogno di portare avanti la carriera, Wilson ha poi deciso di riprendere un percorso altalenante durato decenni: in tutta la sua evidenza, la fragilità dell’artista e della persona è lì, esposta sul palco dell’arena.

‘Love & Mercy’ Conclusa la pratica ‘Pet sounds’, il finale concede al pubblico affamato di evasione un altro tuffo nel passato da classifica dei Beach Boys con ‘Fun, fun, fun’, ‘Barbara Ann’ e tutto l’armamentario da spiaggia. Si intravede uno spiraglio di lucidità quando Wilson sceglie di concludere la performance con ‘Love & Mercy’: amore e misericordia, appunto. Amore sconfinato per la musica, che l’artista cerca a ogni concerto di ripescare dalle nebbie della mente, e misericordia, quella che tutti noi siamo chiamati a esercitare perché, prima della leggenda, c’è l’uomo. L’uomo che saluta a malapena e scappa a gambe levate verso la solitaria tranquillità delle stanze d’albergo.

4 risposte a “Brian Wilson a Umbria jazz, «bad vibrations» all’Arena tra i fantasmi del passato”

  1. Tullio Agricola ha detto:

    Cosa si aspettava da un signore di 75 anni con tutti i problemi che ha elencato? Per chi ha apprezzato l’artista è sufficiente anche il suo ologramma. Innanzitutto è da ammirare la scelta della band. Sembrava di rivivere le voci di Carl e Mike, e dello stesso Brian, dei tempi che furono. Nonché le percussioni di Dennis.
    Da ammirare la scelta di proporre, quasi in toto, un album come Pet Sounds intriso di sonorità difficili da riprodurre live.
    Lunga vita al genio, anche se la sua voce adesso potrebbe dar ragione alla ormai leggendaria storia che vuole l’origine del nome dell’album alla frase che Mike Love, contrariato per il nuovo sound, proferì ascoltando per primo le melodie di Brian: “nemmeno i cani lo ascolteranno”.
    Il mondo è pieno di cani che abbaiono alle GOOD VIBRATIONS.

  2. Giuseppe Pippo Razzi ha detto:

    Quello che ha scritto Tullio Agricola è esattamente quello che volevo dire io.Aggiungerei una domanda a chi ha scritto l’articolo:a prescindere dalla ovvia
    stanchezza nella voce di Brian,a quale concerto ha veramente partecipato, considerando che è l’unica recensione negativa che ho letto e che l’entusiasmo del pubblico è l’unica testimonianza attendibile in queste circostanze.??Lunga vita all’immenso Brian Wilson!!!!

  3. Giovanni Naska ha detto:

    Tipico articolo saccente di chi ritiene sia doveroso ed intelligente andare in controtendenza e stroncare l’artista famoso (magari per poi esaltare un cantautore sconosciuto, triste e menagramo di turno). Una ‘giornalista’ musicale che non capisce se un musicista stia suonando davvero o per finta…

  4. Romina ha detto:

    la colpa è dei suoi familari…con tutti i soldi che hanno fatto e bastaaaa
    fate suonare e guadagnare giovani talenti,chi vuol risentire i beach boys si ascolti i CD

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *