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giovedì 6 ottobre - Aggiornato alle 22:19

Festival di Spoleto, Vantournhout incastra due corpi tra illusioni ottiche e acrobazie

Teatro Romano neanche al 50 per cento di pubblico per la ricerca anatomica del giovane coreografo

Festival di Spoleto, la ricerca del corpo di Vantournhout

di Arianna De Angelis Marocco e Chiara Fabrizi

Incastri tra due corpi al limite dell’illusione ottica. Poi atletismo e acrobazie, per uno spettacolo di ricerca anatomica dove, di conseguenza, la musica è pressoché secondaria, la scenografia e i costumi non necessari. Teatro mezzo vuoto per Throught the Grapevine, il primo spettacolo di scena al Romano per la 65esima edizione del Festival di Spoleto, che inizialmente lo aveva programmato per il Teatro Nuovo-Menotti.

Vantournhout al Festival di Spoleto Un progetto firmato Alexander Vantournhout, fondatore della compagnia Not standing, coreografo e performer dal linguaggio ricco di contaminazioni. Formatosi all’Esac, la scuola dell’arte del circo e alla Parts di Bruxelles, il giovane artista sceglie di affrontare una ricerca sul movimento, sul potenziale del corpo, sulle proporzioni e su come queste variabili determinino, influenzino, modifichino, sostengano o facciano crollare, il movimento del corpo stesso. Vantournhout, con Throught the Grapevine, sceglie di studiare l’anatomia e la fisiologia di un corpo in relazione a un altro corpo, analizzando, a tratti come una visione al microscopio, le infinite opportunità di movimento determinate dalle differenti proporzioni nell’incontro di due corpi. Una scelta inusuale per un palco come quello del Romano, abituato a una classicità e anche a un impianto scenico più barocco, rispetto all’essenzialità della scena del coreografo belga, che sceglie uno spazio delimitato per il suo “esperimento” a scena aperta.

Illusione ottica e acrobazie con Alex Guerin Sono due i corpi a confronto, quello dello stesso Vantournhout e quello di Alex Guerin, acrobata belga, a dare vita a un incalzante e minuzioso gioco di gesti e misurazioni, incastri al limite dell’illusione ottica, sperimentazioni di leve, studi sul peso, fino ad approdare a momenti di vero e proprio atletismo. Nessuno di questi passaggi perde la coerenza con il senso di questo spettacolo, nessuno dei momenti che i due performer attraversano si allontana dalla necessità di conoscere il limite che diverse anatomie possono raggiugere. Ironica, autentica, mai forzata, quella di Throught the Grapevine, è una leggerezza che non nega la spettacolarità di ogni singolo movimento, la profondità e la professionalità di un progetto coreografico e di uno studio che non concede margine di errore a entrambi i danzatori.

Va in scena il corpo e la ricerca anatomica Sì, perché non ci si può sbagliare in un training simile, non ci si può distrarre, non si può scindere il proprio corpo da quello dell’altro, neanche il tempo di un respiro. Chiaro al pubblico del Festival di Spoleto lo stress a cui i due corpi sono sottoposti per i 50 minuti dello spettacolo e stupisce l’atmosfera creata con un lavoro minuzioso di ricerca anatomica, che concede al pubblico di sorridere più volte durante l’intera rappresentazione. Non c’è pathos, né “la storia”, vero, ma in scena c’è il corpo, c’è il movimento, c’è lo strumento principe della danza e c’è soprattutto la qualità, la consapevolezza, la percezione del proprio corpo, la relazione che ha per protagonista il corpo stesso, la percezione delle differenze e la necessità di indagarne il potenziale.

Romano neanche a metà e pubblico diviso Peccato per il pubblico poco numeroso del Romano per la prima di Throught the Grapevine, ma nella gradinate storiche c’è chi irrompe a scena aperta con applausi ed esternazioni di apprezzamento. Un pubblico, quello di sabato sera per Vantournhout e Guerin, che sente di richiamare in scena più volte i due performer; un pubblico che, seppur non nella sua totalità, sente il bisogno di alzarsi per dare forza al proprio applauso; e un pubblico che, forse, non si aspettava ciò che ha visto, ma ne è stato, almeno in parte, catturato.

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