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venerdì 7 ottobre - Aggiornato alle 04:03

Al Festival di Spoleto il coming out più autentico e il cazzo ebreo è solo un dettaglio

Immensa Pizzigallo e straordinario l’adattamento di Cherstich: al “nuovo” Auditorium va in scena la solitudine umana, perché «siamo tutti nati con il cuore infranto»

Festival di Spoleto, Storia di un cazzo ebreo

di Francesca Duranti

L’appuntamento ossia storia di un cazzo ebreo è un flusso di coscienza a voce alta. Un coming out autentico, delirante, profondo e di grande intensità che tiene incollato il pubblico. Un farneticare tormentato, apparentemente sconclusionato, guidato da una sottile paura. La paura assordante che precede il momento di un ribaltamento profondo e che convince il pubblico del Festival di Spoleto, per la prima volta seduto nel “nuovo” auditorium della Stella.

VIDEO: TRE MINUTI DI APPLAUSI

Storia di un cazzo ebreo al Festival di Spoleto Una giovane donna di origini tedesche che vive in Inghilterra è distesa sul lettino di uno studio medico e sta per compiere la scelta più radicale e rivoluzionaria della sua vita. Di fronte a lei c’è il dottor Seligam, il suo medico di origini ebree, un interlocutore muto a cui la protagonista confessa tutti i suoi più intimi conflitti personali e la dissonanza tra la sua vera natura e la sua identità sociale di femmina tedesca. La protagonista, consegna agli spettatori un monologo intimo e accorato che ripercorrere tutta la sua storia. L’infanzia infelice, il sentimento di inadeguatezza nutrito verso la madre, il senso di colpa verso il padre per la femmina incompiuta che sente di essere e per le fantasie erotiche e sessuali su Hitler.

«Siamo tutti nati con il cuore infranto» Dal romanzo di Katharina Volckmer, Un cazzo ebreo, il regista Fabio Cherstich si serve della storia personale della protagonista per mostrare, attraverso un linguaggio schietto ed esplicito, l’incasellamento di genere su cui si fonda la nostra società, in un sistema creato per dividere il mondo in categorie. La protagonista ci porta con sé in un’ossessionata ricerca della sua identità, per «liberarsi dalla maledizione del corpo» perché «il corpo che gli altri percepiscono non è mai il corpo che noi percepiamo» e perché nel suo corpo si sente «come un gatto che abbaia». La pièce ci invita a pensare al peso delle parole che tolgono la vera essenza a tutte le cose. Ci guida nell’abbattere, o quantomeno riconoscere, «l’industria della felicità» fatta di sorrisi artificiosi, ambigui e falsi. Ci spinge a osservare la profonda solitudine dell’individuo, perché la verità è che «siamo tutti nati con il cuore infranto». Si racconta senza omissioni e si fa a pezzi, tra le turbe adolescenziali, un amore che si consuma tra bagni pubblici e la decisione di troncare per privilegiare, per la prima volta la sua natura maschile: se stesso.

Marta Pizzigallo immensa Siamo alle battute finali. La protagonista è prossima al compimento del suo percorso di identità di genere che chiama «battesimo» e in cui legge un gesto sociale e politico dato che a intervenire chirurgicamente sul corpo di femmina tedesca, sarà un medico maschio ebreo, che porterà a termine la transizione sessuale, appunto il «cazzo ebreo» del l titolo. Straordinaria l’interpretazione di Marta Pizzigallo, attrice protagonista, che domina la scena per tutta la durata dello spettacolo, raccontando con la voce e con il corpo il suo disagio emotivo e esistenziale in una società intrappolata da retaggi culturali senza speranza. Anche l’ambientazione ricalca in modo efficace questo dualismo, con elementi funzionali alla narrativa che suggeriscono e mai invadono. Questo spettacolo è una continua reference. C’è Freud, c’è Jung e ci sono una serie di preziose sfumature non raccontabili. «E adesso Dottor Seligam trasformiamo questo corpo in qualcos’altro». Tre minuti di applausi e mentre il pubblico esce dalla sala la domanda che assilla è funzionale anch’essa all’identità frantumata della protagonista: qual è il nome della donna tedesca?

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