lunedì 18 febbraio - Aggiornato alle 04:02

Lettere inedite a Spoleto: quando Bartali vinse il Tour e tenne unita l’Italia dopo l’attentato di Togliatti

Al Festival evento del Coni arricchisce la storia di quel luglio 1948, quando si rischiava la guerra civile e il campione 34enne si impose in Francia

Lettere inedite di Gino Bartali alla moglie arricchiscono di storia e particolari quel luglio 1948, quando l’Italia rischiava la guerra civile per l’attentato a Palmiro Togliatti e, il campione si alzò sui pedali di un Paese in macerie e mostrò tutto il suo coraggio vincendo a 34 anni il Tour de France, per la seconda volta. Succede al Festival di Spoleto durante l’evento Salotto letterario organizzato dal Coni, dove viene rivelato lo scambio epistolare tra Bartali e la moglie Adriana, a cui il 9 luglio il campione scrisse: «Vorrei tu potessi vedere quello che è e che può essere questa corsa, la manifestazione stessa di questi italiani all’estero, piangere per la gioia di vedermi vincere, sia pure una tappa. Fai conto essi sì sono liberi, ma sempre mal visti perché considerati stranieri».

A portare al Due Mondi il documento storico è stata la nipote di Bartali, Gioia, protagonista dell’incontro moderato dal giornalista Rai Maurizio Ruggeri: «A di là dell’aspetto sportivo, mio nonno era una personalità meravigliosa – ha raccontato la nipote – fu veramente un campione nella vita e sapeva scrivere bene». È un Bartali consapevole del proprio ruolo quello che emerge nel corso dell’incontro andato in scena nella Sala dei Duchi del Palazzo Comunale spoletino. In quella lettera, quattro giorni prima dell’attentato al segretario del Pci, dalla sua camera del Grand Hotel Capoul di Tolosa, approfittando del giorno di riposto del Tour, scriveva alla moglie Adriana: «Quanti farebbero forse anche a piedi queste tappe così dure pur di guadagnare anche una centesima parte di quello che guadagno io – si domanda il campione – Quanti pericoli dici tu ci sono a correre e bene, ma forse non ci sono tanti altri esseri umani, disgraziati tutti i giorni, che non sono corridori e che mancano come me da casa per gli stessi giorni ed hanno tutti una casa, figli e famiglia?».

La storia di un campione vero che, mentre la Seconda guerra lo privava dei suoi anni migliori, ebbe la forza di alzarsi sui pedali di un Paese e mostrare tutto il suo coraggio. Non solo nel 1948 dopo l’attentato di Togliatti, ma anche durante il conflitto. Indimenticabile il suo gesto: Bartali nascose nella sua bici e trasporò dai monasteri francescani d’Assisi fino alla sua Firenze i documenti che salvarono quasi mille ebrei dall’Olocausto. L’impresa tutt’altro che sportiva gli valse nel 2011 il titolo di “Giusto tra le Nazioni”, Bartali da vivo aveva mantenuto segreto «perché il bene si fa ma non si dice e certe medaglie s’appendono all’anima, mica alla giacca». Ad ascoltare in sala anche il sindaco di Assisi, Stefania Proietti: «Grazie a Bartali la nostra città ha fatto qualcosa di straordinario dando speranza nei momenti più bui. Bartali – ha poi ricordato – si ritirava in preghiera nella cappella prima di questi viaggi della speranza per tante persone. Fece parte di un’organizzazione eversiva che mise a rischio la propria vita per salvare le persone, andando contro le regole ma non contro il principio inderogabile della vita».

I commenti sono chiusi.