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Atti osceni, coi processi di Oscar Wilde tuffo nell’età Vittoriana al Festival di Spoleto

Finti moralismi e leggi dell’epoca sbattuti in faccia al pubblico, il dandy mitiga con superiorità artistica ma aspra è la sua condanna

12/07/2017 60 Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Auditorio Della Stella, Atti Osceni I Tre Processi di Oscar Wilde, regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia

di Marta Rosati

Solo apparentemente spocchioso, insolente e presuntuoso, in verità mosso da un amore per l’arte e la poesia, da desideri carnali omosessuali  ai quali non sa rinunciare, le tentazioni appunto; quelle alle quali dice non saper resistere chi è coraggioso perché, cosciente delle conseguenze, non ha paura di rischiare. Questo l’Oscar Wilde che restituisce la pièce di Moises Kaufman, in scena dal 14 al 16 luglio al Festival di Spoleto all’auditorium della Stella in piazza Garibaldi.

L’opera di Kaufman a Spoleto I falsi moralismi dell’epoca Vittoriana, quella del ‘Compromesso’, sono sbattuti in faccia al pubblico, proiettato in un aula di tribunale per ben tre volte, pari al numero di processi messi in scena, quasi dovesse lo spettatore giudicare lo scrittore, poeta, aforista, giornalista, saggista e drammaturgo, di origine irlandese, accusato di atti osceni e sodomia e per questo condannato a due anni di prigionia e lavori forzati. Lo spettacolo è straordinariamente costruito per mettere alla prova gli attori, ora narratori, ora interpreti ma talvolta risulta inevitabilmente pesante per passaggi che si ripetono, calando lo spettatore non solo nell’iter giudiziario ma dando anche il senso dell’angosciosa ‘violenza’ subita da Wilde che tuttavia, almeno in un primo momento riesce a difendersi con un certo stile, probabilmente quello tipico del dandy originario, quello che un certo Charles Baudelaire descriveva così: «La caratteristica distintiva della bellezza del dandy consiste soprattutto in un’aria di freddezza, derivata da un’irremovibile determinazione a non essere coinvolto».

Atti osceni – I tre processi di Oscar Wilde L’Oscar Wilde, a Spoleto interpretato da Giovanni Franzoni, non nasconde però l’amore che nutre per Alfred Douglas e la profonda ammirazione che nutre per la sua poesia, quella che corre lungo le righe delle lettere che si scrivono. La storia prende vita quando il padre del giovane, poco più che ventenne, il marchese di Queensberry scopre la loro corrispondenza epistolare e cerca di opporsi in tutti i modi alla loro storia tentando di infangare l’immagine del letterato, già messo in cattiva luce dall’opinione pubblica per la forza delle sue opere e i suoi aforismi, non di rado in contrasto con la legge morale del suo tempo appannata da una sporca ipocrisia che finisce per fargli del male ma alla quale lo scrittore non si piega perché «La verità è raramente pura e mai semplice». Questa la citazione che compare sullo sfondo all’inizio e che in qualche modo fornisce già da subito una chiave di lettura dello spettacolo.

La scenografia e gli artisti Le altre immagini che via via si rincorrono durante la performance e che vorrebbero riempire la scenografia della produzione  Teatro dell’Elfo, in verità non apportano alcun valore e sono tutt’altro che di particolare bellezza. A interpretare la regina Vittoria e la madre di Wilde, per piccolissime parti, ci pensano due degli stessi attori che recitano per il resto dell’opera teatrale, in abiti straordinariamente eleganti per i quali il protagonista si distingue sempre; sono tutti uomini (Giovanni Franzoni, Riccardo Buffonini, Edoardo Chiabolotti, Giusto Cucchiarini, Ludovico D’agostino, Giuseppe Lanino, Ciro Masella, Filippo Quezel, Nicola Stravalaci). Alla prima al Festival dei Due Mondi, lo spettacolo (regia, scene e costumi Ferdinando Bruni e Francesco Frongia; assistente regia Giovanna Guida, assistente costumi Saverio Assumma; traduzione Lucio De Capitani) ha fatto sold out e incassato un lungo applauso dal pubblico, lasciato turbato  per la disperazione di Wilde.

@martarosati28