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Libici fermati: minacce a connazionali spacciandosi per agenti segreti del raìs

Il gruppo di cui facevano parte i due libici ora rinchiusi nel carcere di Perugia, contava anche altre persone, alcune delle quali indagate, e aveva contatti con la Libia

Una manifestazione di libici pro Gheddafi

di Francesca Marruco

Nel provvedimento con cui non ha convalidato il fermo ma ha emesso una misura di custodia cautelare in carcere, il gip Luca Semeraro scrive che «dagli atti trasmessi è emerso che un gruppo di cittadini libici politicamente favorevoli al regimo libico di Gheddafi, ha posto in essere più atti di violenza e di minaccia in danno di altri cittadini libici invece politicamente avversi al regime di Gheddafi».

Linee dettate dalla Libia Il gruppo di cui facevano parte i due libici ora rinchiusi nel carcere di Perugia, contava anche altre persone, alcune delle quali indagate, e aveva contatti con la Libia. Si legge infatti di «persone nel paese d’origine che dettavano la linea» e di «finanziamenti ricevuti dall’estero».

Connazionali schedati per ritorsioni in patria Secondo gli inquirenti, l’indagine è ancora in corso da parte della digos e dell’ucigos coordinate dal pm Giuliano Mignini e dal procuratore Giacomo Fumu, gli affiliati all’associazione avrebbero anche schedato loro connazionali «al fine di segnalare anche in patria le loro simaptie politiche e consentire così azioni violente nei confronti dei loro familiari, concretizzando altresì proprio le minacce poste in essere». I libici infatti sono accusati tra l’altro di aver minacciato, e posto in essere « gravi atti di intimidazione» nei confronti dei loro connazionali residenti a Perugia e contro Gheddafi.

Uno dei due si fingeva agente segreto del raìs Uno dei due arrestati si presentava dicendo di essere un agente della polizia segreta di Gheddafi. Ai connazionali che non simpatizzavano per il rais diceva che li avrebbe ammazzati se avessero partecipato alle manifestazioni contro Gheddafi. Numerose minacce si sarebbero verificate durante o a ridosso delle manifestazioni pro e contro regime, che ci sono state a Perugia nei mesi scorsi.

Sopralluogo all’ambasciata Per quanto riguarda invece l’attacco all’ambasciata, le indagini hanno appurato come i due libici fermati siano anche andati a fare dei sopralluoghi a Roma per organizzare bene il piano. Piano a cui avrebbero dovuto partecipare più persone. Non è chiaro se tutte quelle già indagate, sarebbero almeno una decina, o anche altre. L’indagine è ancora in pieno svolgimento e potrebbero esserci altri sviluppi. L’attacco sarebbe dovuto avvenire il 29 maggio, a notte fonda. L’intento era quello di cacciare il rappresentante del governo di Bengasi e togliere la bandiera degli oppositori del raìs.

Fermi e misura cautelare Per ora il gip Luca Semeraro non ha convalidato i fermi emessi a carico dei due libici perché non li rietiene in posizione apicale all’interno dell’associazione a delinquere, ma ha comunque emesso una misura cautelare in carcere perché sussistono contro di loro gravi indizi di colpevolezza.  E perché ci sarebbe pericolo di inquinamento probatorio, dato che hanno commesso « gravi atti di intimidazione nei confronti di cittadini libici». Ma anche per « le specifiche modalità e circostanze del fatto e per la personalità degli indagati, vi è concreto pericolo che commettano gravi delitti con uso di armi.

 

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