Sagre, associazioni e ristoratori sul piede di guerra: «Troppe e troppo lunghe, servono nuove regole»
di Daniele Bovi
Si immagini un’area verde; si immagini poi che ognuna delle 637 sagre censite in Umbria nel 2008 organizzi a turno e consecutivamente sulla suddetta area, ogni sera, la propria festa: il periodo coprirebbe qualcosa come dodici anni e mezzo. E’ anche contro il «numero sconsiderato» di sagre che Confesercenti e Confcommercio martedì mattina hanno protestato duramente a Perugia nel corso di una conferenza stampa che, grazie alla presenza di molti (e arrabbiati) ristoratori con tanto di cappello d’ordinanza, si è poi trasformata in un’assemblea-sfogatoio. E così sul piatto le due associazioni hanno messo un piano di riforma organico del settore che, secondo i numeri forniti, vede nel territorio regionale ogni anno 637 eventi diversi che occupano qualcosa come 4.539 giorni.
Dalla Nutella alla sangria Poche, pochissime le sagre che promuovono i prodotti tipici mentre nel corso degli anni ci si è inventati di tutto: dalla sagra della Nutella a quella della sangria, da quella della macedonia fino a quella del pesce arrosto fatta in una zona di quasi montagna. Una fantasia oganizzativa che in periodi di vacche grasse e tasche piene non pone problemi; ma quando la crisi morde e i consumi delle persone calano, scatta la rabbia. La linea di associazioni e ristoratori è semplice: «La nostra – spiega un battagliero Aldo Amoni, presidente di Confcommercio Umbria – non è una guerra contro le sagre. Noi siamo favoreli a quelle vere che dovranno essere regolamentate e sottoposte a leggi stringenti. Questo è solo l’inizio della contestazione. Saremo educati ma molto determinati». E anche «molto incazzati» urla una ristoratrice dalla platea.
CHIUSURE, LICENZIAMENTI E MENO COPERTI: I NUMERI DELLA CRISI
Le proposte Il pacchetto di proposte, già presentato all’assessore regionale al Turismo Fabrizio Bracco che si è detto «disponibile a modificare la normativa», verrà poi consegnato ad ogni singolo consigliere di palazzo Cesaroni: «Poi vi diremo – promette Amoni alla platea – cosa ci hanno risposto». Prima di tutto le associazioni chiedono un «albo delle sagre di qualità» che promuovano le principali eccellenze regionali. Palazzo Donini allo scopo dovrebbe fissare parametri ferrei. Le sagre sono poi divise in quattro categorie: «gastronomiche»; manifestazioni culturali, politiche, religiose, sportive o di volontariato; feste paesane e feste di partito. Tutte, secondo la proposta, dovranno durare al massimo cinque giorni.
Bilanci e utili Stop poi alla possibilità di prenotare o portare a casa i pasti, obbligo di utilizzare fornitori del territorio, polizia provinciale con funzioni di controllo, requisiti stringenti in materia di igiene, al massimo due piatti per portata. Ogni località potrà avere poi un numero massimo di giorni pari a dieci per «spalmare» le sagre, che dovranno essere «valorizzate» attraverso eventi culturali e «di animazione». Più chiarezza le associazioni la vogliono anche per quanto riguarda bilanci e destinazione degli utili, che dovranno sempre essere presentati. Duro anche il complesso di sanzioni proposte che vanno, a seconda del tipo di violazione, dalla chiusura della sagra a multe fino a novemila euro.
La rabbia Nella conferenza-sfogatoio i cappelli bianchi accusano anche le sagre di «sfruttare il lavoro minorile», di «rubare il lavoro ai figli» e c’è anche chi se la prende con le associazioni di categoria, considerate poco attive, e ovviamente con la politica «che doveva essere presente al tavolo». Amoni accusa l’allora ministro Pierluigi Bersani, «quel delinquente che ha dato il la a tutto con le prime liberalizzazioni del commercio», mentre nel mirino ci sono anche gli agriturismi: «E’ possibile – osservano con rabbia – che una struttura con venti posti letto dia da mangiare a 150 persone?». «Ma vi rendete conto – dicono ancora – che le sagre pagano 3.800 euro un cuoco per otto giorni?».
Costi e posti di lavoro Ma perché i ristoranti non riescono a intercettare il grande pubblico che ogni anno frequenta le sagre? Una risposta prova a darla Romano Cardinali, presidente della Fipe-Confcommercio di Perugia: «I costi sicuramente influiscono così come l’ubicazione delle sagre. Comunque vada la nostra non è una guerra, è che viviamo in un momento storico particolare: siamo dentro una crisi vera e violenta che non sappiamo quando finirà. Molti di noi sono in apnea e di certo non è solo colpa di questi eventi ma in una crisi così anche questi diventano un problema. Capisco che i proventi servono anche per costruire o ricostruire spazi di socialità nei territori, ma in questo momento sono più importanti le piccole strutture o la salvaguardia dei posti di lavoro?».





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