domenica 25 settembre 2016 - Aggiornato alle 14:16
3 agosto 2016 Ultimo aggiornamento alle 17:19

Relazione della Direzione investigativa antimafia: «Umbria, l’agenzia del crimine in nome degli affari»

Secondo il report 'la presenza delle supercarceri di Spoleto e Terni è una concausa dell'insediamento di persone collegate a clan. Ecco cosa ha facilitato l'arrivo dei Casalesi'

Relazione della Direzione investigativa antimafia: «Umbria, l’agenzia del crimine in nome degli affari»
Un agente della Direzione investigativa antimafia

di Enzo Beretta

«L’asse Toscana-Umbria-Marche, snodo geografico fondamentale dell’Italia, continua ad evidenziare la presenza di soggetti collegati ad organizzazioni di stampo mafioso. In Umbria la Dda di Perugia, con l’operazione ‘Trolley-sottotraccia’, naturale prosecuzione dell’inchiesta ‘Quarto Passo’, conferma le proiezioni e gli interessi della cosca ‘ndranghetista cirotana dei Farao-Marincola. La favorevole collocazione geografica dell’Umbria ed un’economia caratterizzata da piccole realtà produttive fortemente esposte alle dinamiche di mercato sono da annoverare tra i fattori che hanno facilitato l’insediamento, specie nella provincia perugina, dei clan camorristici dei Casalesi e dei Fabbrocino. In più la presenza delle case di reclusione di massima sicurezza di Spoleto e Terni può essere considerata una delle concause che hanno determinato lo stabilizzarsi di soggetti collegati ai diversi gruppi criminali». Secondo la relazione 2015 della Direzione investigativa antimafia, appena inviata al Parlamento, le élite massomafiose delle agenzie del crimine si sposano in nome degli affari. «Del fenomeno mafioso vanno colti e interpretati non solo i fatti eclatanti di sangue – è spiegato nei documenti – ma anche tutti quei comportamenti silenti e solo all’apparenza meno destabilizzanti».

I rischi criminali per la macroregione La «strategia colonizzatrice» della ‘ndrangheta è «sempre più protesa ad estendere e consolidare la propria presenza all’estero e a radicarsi nelle regioni del centro-nord». Ma se in Toscana «non si rilevano insediamenti strutturati, sebbene si registrino presenze di soggetti collegati alle cosche crotonesi, reggine e della provincia di Cosenza, in grado di sfruttare le potenzialità economiche del territorio per reimpiegare e riciclare i proventi delle attività illegali», e nelle Marche «cellule criminali orbitanti sul territorio potrebbero rappresentare un fattore di rischio per l’economia locale», in Umbria «recenti attività investigative hanno dato atto degli interessi sul territorio della cosca Farao-Marincola che aveva avviato un fiorente traffico di stupefacenti sull’asse Calabria-Umbria».

Il «costruendo asse viario Marche-Umbria» Sono 2.015 i monitoraggi effettuati nelle regioni del centro Italia confronti di altrettante imprese. Le attività di controllo delle procedure di affidamento ed esecuzione degli appalti pubblici svolte dalla Dia hanno riguardato le Grandi opere e più in generale le gare di opere pubbliche sulle quali si è concentrata l’azione di verifica: holding, compagini societarie, gestioni di imprese. Tra queste – è scritto nella relazione 2015 – lo «screening» è stato effettuato anche sul «costruendo asse viario Marche-Umbria»: i controlli sono stati eseguiti nel cantiere del maxi-lotto 1 in provincia di Macerata. Tutto in regola.

Il cantiere della scuola elementare In Umbria i gruppi interforze della polizia e della Direzione investigativa antimafia sono anche entrati in un cantiere edile a Collepepe, piccola frazione del Tuderte, dove una ditta di Caserta era impegnata nella realizzazione di un edificio scolastico. In quella circostanza sono state anche acquisiti contratti e bandi di gara al Comune di Collazzone. Dalle verifiche non sono emerse anomalie né «interessi occulti del crimine organizzato». I lavori della scuola elementare sono terminati. Insieme all’accesso in cantiere – è spiegato nel documento – sono state sette le persone fisiche controllate, tre imprese e nove mezzi.

Le operazioni sospette tra Perugia e Terni Sono state 2.962 le analisi e gli approfondimenti investigativi su operazioni finanziarie sospette in Umbria per prevenire episodi di riciclaggio. Le segnalazioni di operazioni sospette vengono inviate dai detective dell’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia alla Dia e al nucleo speciale di polizia valutaria della guardia di finanza. Generalmente arrivano da banche, professionisti, intermediari finanziari e istituti di moneta elettronica (bitcoin). L’obiettivo è interrompere i pericoli di infiltrazione mafiosa nel tessuto economico sano, evitando lo sfruttamento dei canali del sistema bancario per attività clandestine dissimulate nei circuiti legali. «Le mire espansionistiche delle mafie – avverte il direttore Nunzio Antonio Ferla – non ricadono tanto sui territori quanto sui mercati o sui nuovi settori economici».

Corruzione e concussione Un solo arresto nella nostra regione per concussione durante il 2015 – secondo le statistiche -. Nessuno per corruzione. Diversamente rispetto ad altre zone d’Italia non emergono competizioni elettorali avvelenate.

Un quinto dei reati maghrebini d’Italia Dalle statistiche sui reati associativi commessi da appartenenti a gruppi criminali stranieri vengono fuori dati interessanti sui nordafricani: 136 su 683 indagati in Italia, il 20 per cento. Provengono per lo più da Marocco, Tunisia e Algeria ma nel nostro Paese «non emergono ancora elementi tali che possano far ipotizzare la presenza di vere e proprie associazioni criminali che operano in forma strutturata». Tra le loro attività più comuni ci sono il controllo di alcune piazze di spaccio, il furto di rame, di auto, l’immigrazione clandestina.

I corrieri ovulatori nigeriani: 1 su 4 Trenta nigeriani su 123 sono stati indagati con l’aggravante dell’associazione in Umbria. «I sodalizi nigeriani si confermano per la spiccata connotazione transnazionale» e «un tassello fondamentale è rappresentato dai corrieri ovulatori costretti a diversi scali intermedi (Ghana, Togo, Camerun, Nigeria e Sierra Leone) prima di raggiungere l’aeroporto di destinazione». Importanti inchieste dello Sco della squadra mobile di Perugia hanno ricostruito l’intera filiera del narcotraffico.

Albania leader mondiale di marijuana Ecco, poi, i 97 albanesi finiti nel mirino delle forze dell’ordine umbre. La criminalità albanese viene descritta come una «struttura rigida, caratterizzata da vincoli parentali, con una marcata inclinazione a metodiche violente ed intimidatorie per risolvere conflitti. Sono passati da organizzazioni elementari ad altre ramificate sul territorio, in grado di mantenere saldi rapporti con la terra d’origine, potendo contare su basi logistiche in diversi paesi e su consolidate collaborazioni con sodalizi italiani ed etnici, oltre che sulla disponibilità di armi». L’Albania è «leader mondiale nella produzione di marijuana».

Famiglie romene maestre di frodi informatiche Diciotto, infine, i romeni, i cui «comportamenti criminali presentano tratti di affinità con quelli albanesi: aspetto organizzativo interno basato su un’organizzazione familistica». Sono coinvolti nei settori dello sfruttamento della prostituzione, anche minorile, traffico di droga e frodi informatiche. Sempre maggior attenzione viene concentrata dalla Dia sul web, «specie il deepweb, per antonomasia terra di nessuno».

Strategia d’impresa della ‘ndrangheta Nella relazione dell’antimafia viene messa in evidenza l’operazione ‘Trolley-sottotraccia’, la cui ordinanza di custodia cautelare è stata «notificata a venti persone, alcune straniere, per omicidio doloso, detenzione d’armi da guerra e associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Alcuni dei predetti sarebbero collegati alla proiezione umbra del gruppo cirotano Farao-Marincola». «Ancora oggi – è stato spiegato – i comportamenti criminali ‘ndranghetisti appaiono legati a un patrimonio identitario ancestrale che consente anche a cosche di diversa matrice provinciale, in alcuni casi perfino contrapposte, di creare fuori regione e all’estero solide convergenze affaristico-criminali. La ‘strategia di impresa’ non trascura la possibilità di far ‘associare in partecipazione’ anche imprese colluse con cosa nostra e la camorra, costituendo, di fatto, una ‘società’ in cui l’affidabilità ‘viene da quel ‘capitale mafioso interamente versato’».

L’ombra dei Casalesi a Perugia C’è anche Perugia – insieme ai tre capoluoghi campani Napoli, Caserta e Salerno – nelle città interessate dall’operazione ‘Doma’ quando la Dia di Napoli ha portato in carcere «44 persone fra cui commercianti, imprenditori e titolari di attività ricettive affiliate alla famiglia Russo, organica al clan dei Casalesi» e al «sequestro preventivo sul conto di 5 aziende operanti nella distribuzione di congegni elettronici da intrattenimento (valore 20 milioni di euro)». In linea generale – secondo la Dia – «la saturazione e la forte parcellizzazione del contesto criminale campano ha determinato la necessità per i gruppi locali di ricercare nuovi mercati di riferimento e nuovi canali di finanziamento. Si assiste, pertanto, a promanazioni ultraregionali che tendono non solo a espandere i traffici illeciti, in primis la droga, ma anche a contaminare il sostrato economico e finanziario delle aree più produttive del Paese». C’è la «spiccata propensione ad utilizzare persone giuridiche, spesso inserendosi in compagini societarie di imprese già operative, per realizzare operazione di reimpiego e riciclaggio di denaro o acquisizione di commesse pubbliche. Fuori dalla regione d’origine i sodalizi tendono ad assumere modalità operative non tradizionali, di norma ispirando le proprie azioni criminali al ‘basso profilo’».

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