martedì 17 settembre - Aggiornato alle 19:32

Terni da città dell’acciaio a città del niente, «Europa e istituzioni locali che fanno?»

Ast, 13 settimane di Cassa integrazione per 1.200 lavoratori: si accende il dibattito politico

Le cifre reali di questa spaventosa cassa integrazione per scarico produttivo, forse meglio dire per crisi degli ordinativi Ast, saranno rese note nel corso dell’incontro chiesto dai sindacati di categoria all’amministratore delegato Burelli che non ha però ancora convocato le parti sociali. Una calendarizzazione dello stop non è stata ancora elaborata ma la Regione ha voluto da subito chiarire che sarà vigile sugli andamenti produttivi dell’acciaieria e più in generale sugli impegni sottoscritti al ministero dello Sviluppo economico tre mesi fa, anche se l’azienda in questo senso vanta sempre qualche ‘credito’ dallo storico accordo del 3 dicembre 2014. E allora ecco che in città si accende il dibattito politico.

ADDIO MONO LOGICA INDUSTRIALISTA

Terni valley «Dal primo giorno di ottobre, per un periodo presumibile di oltre 3 mesi, la metà dei dipendenti della Tk-Ast verrà coinvolto in un piano di cassa integrazione ordinaria. Il motivo sembrerebbe essere una riduzione significativa delle commesse di lavoro a cui, immediatamente, viene fatta seguire una riduzione dell’attività produttiva. Dopo un tre anni di risultati importanti (3 milioni di utili nel 2016, 87 nel 2017 e 98 nel 2018) il 2019 sarà un anno in flessione. Le cause? Sicuramente: la concorrenza asiatica, le conseguenze della guerra dei dazi in corso tra USA e Cina, il ristagno economico di alcuni paesi consumatori di acciaio inox. Le difficoltà del polo siderurgico sono evidenti ma, temo, non derivano unicamente dalle congiunture internazionali. Sono anni che il gruppo Thyssen sta tentando di vendere Ast». La ricostruzione è di Michele Martini, presidente di Terni valley che si fa portavoce del sentire dell’intera associazione: «Ci chiediamo – scrive – quanto tempo durerà questa situazione? Certamente, non aiuta l’isolamento dei sindacati nell’affrontare temi di questa complessità, la latitanza dell’amministrazione locale in tema industriale, le macerie dell’amministrazione regionale, l’inesistenza di continuità nel governo nazionale». Così Martini centra un tema almeno velatamente affrontato al tavolo della Regione e lancia la riflessione: «Se Terni non si riorganizza, da città dell’acciaio sarà presto città del niente».

Partito comunista Più o meno sulla stessa lunghezza d’onda il coordinamento ternano del Partito comunista_ «Nonostante tutti gli accordi firmati e le promesse fatte al Mise, all’Ast il padrone fa quello che vuole. Fa e disfa a suo piacimento, addirittura comunicando il tutto telefonicamente, senza un incontro preventivo, senza un confronto. Per questo noi esprimiamo la massima solidarietà alla battaglia che, si spera, le organizzazioni sindacali vorranno intraprendere. Se le aziende, ed in particolar modo le multinazionali, sono abituate in Umbria a fare il loro comodo, come già avvenuto in passato, la responsabilità è in larga parte dell’assenza delle istituzioni, nazionali, regionali e locali».

Emanuele Fiorini L’ex operaio Ast, nonché ex leghista, oggi esponente di Fratelli d’Italia, consigliere Regionale e comunale di Terni Emanuele Fiorini commenta: «È una situazione drammatica non solo per Terni, ma per l’intera Umbria. L’azienda non rispetta gli impegni assunti. Lo scorso anno lo stabilimento ternano ha prodotto un utile di oltre 90 milioni, ma l’esercizio di quest’anno, che va dal 1 ottobre 2018 al 30 settembre 2019, non sarà all’altezza del precedente. Per questo è stato predisposto un forte spostamento del carico di lavoro sul mese di settembre ed un forte scarico a partire dal mese di ottobre, con la conseguente cassa integrazione per gli scarsi livelli di volumi produttivi a cui si andrà incontro. Oltretutto in questi ultimi mesi è stato lavorato l’acciaio arrivato dall’Indonesia, con costi molto più bassi rispetto a quello prodotto a Terni. C’è poi da tener presente il costo del nichel, materiale necessario alla produzione dell’acciaio inox, che è salito a circa 18.000 dollari a tonnellata e guarda caso, il più grande produttore è proprio l’Indonesia. La Regione Umbria non si è mai adoperata fino ad oggi a chiedere tavoli a Bruxelles per quanto riguarda i costi dei dazi e neanche ha sollecitato il Governo in tal senso. Non si possono tollerare questi giochi sulla pelle dei lavoratori e delle loro famiglie. E l’Europa che fa? Invece di tutelare i mercati e gli interessi degli Stati membri, pensa a fare il Governo italiano».

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