mercoledì 12 dicembre - Aggiornato alle 15:10

Stramaccioni si racconta in un libro-intervista: «Io, un capo umbro e non un luogotenente dei romani»

La copertina del libro

di Daniele Bovi

Un racconto di oltre 40 anni di attività politica, 20 dei quali passati ai vertici del Pds-Ds-Pd come «un inaffidabile per le logiche correntizie», un «capo umbro» mentre gli altri aspiravano ad essere «il luogotenente umbro di un capo romano», un «ammazzapresidenti» secondo l’etichetta che alcuni gli hanno appiccicato addosso. Anni segnati da conflitti anche aspri con i vari inquilini che si sono succeduti a palazzo Donini, sempre però «alla luce del sole e in un confronto democratico». E’ questo il ritratto di Alberto Stramaccioni che esce fuori dalle pagine di «Una sfida riformista in una regione rossa», libro-intervista scritto dal giornalista de Il Giornale dell’Umbria Pierpaolo Burattini da qualche giorno nelle librerie (Edizioni Nuova Prhomos, 15 euro).

Chi è Stramaccioni, 56 anni, una laurea in Filosofia, segretario provinciale del Pds-Ds dal 1992 al 2001, deputato dal 2001 al 2008, segretario provinciale del neonato Pd dal 2008 al 2010, da quattro anni ha abbandonato la politica attiva per dedicarsi con più assiduità all’insegnamento (è professore di Storia contemporanea all’Università per stranieri del capoluogo), alla ricerca e alla pubblicazione di volumi «conseguendo – come sottolinea non senza una punta di vanità – anche importanti riconoscimenti scientifici e accademici». Un addio di «un uomo non per tutte le stagioni» consumatosi alla fine delle durissima battaglia sul terzo mandato di Maria Rita Lorenzetti.

L’addio Erano le settimane, che Stramaccioni ripercorre, dei caminetti, delle riunioni dei presunti saggi, delle assemblee regionali infuocate; in una di queste, quando un partito indeciso a tutto e paralizzato dai veti, abdicò al suo ruolo di decisore affidandosi a primarie per la scelta del candidato presidente che prevedevano una settimana di campagna elettorale, dal palco parlò di «impotenza del gruppo dirigente», spiegando che la via d’uscita era candidare Bottini e non organizzare primarie come soluzione all’impotenza. «Riterrei – disse – che prima di andare a picco come il Titanic si smettesse di suonare il violino». La sua linea però non passò e così gettò la spugna, anche se l’inconfondibile sagoma disegnata dall’immancabile loden verde continua a fare capolino in corso Vannucci, dispensando analisi e consigli.

L’inizio Se questa è la fine della sua storia politica, l’inizio è invece segnato dal marchio culturale, ideale e morale che Berlinguer ha dato al partito. Un partito dove in quegli anni, come racconta Stramaccioni, l’impegno nelle amministrazioni era visto quasi come un ripiego rispetto alla più prestigiosa attività di direzione politica. La scalata lo porta poi a diventare segretario regionale nel 1992, negli anni di quella Tangentopoli che non risparmiò l’Umbria e una parte dei suoi amministratori. Da lì in avanti Stramaccioni, come ricorda lui stesso, è stato eletto più volte segretario passando ogni volta attraverso le forche caudine del voto segreto. E se, numericamente, i risultati nelle varie occasioni sono stati differenti, quello che Stramaccioni rivendica nell’intervista è che il filo conduttore politico è stato il medesimo: la ricerca e l’elaborazione di un nuovo modello di sviluppo dell’Umbria, di una sua modernizzazione.

Un’Umbria nuova Tema quantomai attuale: uno dei capitoli del libro-intervista si intitola infatti «Una regione in mezzo al guado», che potrebbe valere ancora oggi per un’Umbria con indicatori economici che l’avvicinano più al Sud che al Nord Italia e tuttora alla ricerca, dopo la crisi irreversibile di quello coniato nei decenni scorsi, di un nuovo modello di sviluppo. La via che Stramaccioni nel corso degli anni ha proposto, rivendicando di essersi sempre voluto tenere lontano dai ruoli di amministratore pubblico, è quella che passa da una maggiore collaborazione tra privato e pubblico, da un’Umbria vista come cerniera in un’ottica di politiche interregionali, da un recupero di partecipazione e trasparenza anche all’interno del partito, dalla ricerca di nuove classi dirigenti (vedi ad esempio gli anni dei professori al comando a palazzo dei Priori e palazzo Donini). Quanto poi questa sfida sia stata vinta questo è un altro discorso; quello che di sicuro rimane è un libro utile per capire un pezzo importante della recente storia politica regionale senza il quale non è facile muoversi nel presente, e quindi nel futuro.

Twitter @DanieleBovi

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