venerdì 3 aprile - Aggiornato alle 09:22

Soldi pubblici ed esperti del settore: ecco il piano per portare produzioni di cinema e tv in Umbria

Con uno studio di 160 pagine riparte il percorso della Film commission: «Per ogni euro pubblico sei vengono spesi sul territorio»

Una delle scene del «Nome della Rosa» girate a Perugia

di Daniele Bovi

Con una ventina d’anni di ritardo rispetto alle altre regioni e a quattro dal primo ‘ciak’, in Umbria è ripartita la macchina che porterà alla costituzione della Film commission, cioè dello strumento – una fondazione – che avrà essenzialmente il compito di attirare produzioni cinematografiche e televisive in Umbria, fornendo loro supporto tecnico ed economico. L’obiettivo è duplice: promuovere il patrimonio umbro e favorire lo sviluppo economico. Sulla scrivania della giunta regionale nei giorni scorsi è arrivato uno studio di quasi 160 pagine – commissionato dal precedente esecutivo ad Anci – nel quale si affronta in profondità la materia e si forniscono delle soluzioni.

Lo studio A firmarlo due esperti del settore cioè Silvio Maselli – ex assessore del Comune di Bari e con esperienza nell’industria cinematografica (è stato direttore di Anica e della Apulia Film commission ed è cresciuto nella casa di produzione Fandango) – e Daniele Basilio, che insieme a Maselli e Valerio Mastandrea tra le altre cose ha dato vita a Fidelio, che si occupa di produzioni cinematografiche e televisive. In Umbria il percorso della Film commission è iniziato nel 2016, senza però riuscire ad arrivare alla costituzione della fondazione con tutti i suoi organi. Questo però non significa che la Fc non abbia lavorato: coordinata degli uffici regionali infatti ha partecipato a festival e mercati, si è iscritta alla associazione nazionale «Italian film commission», ha supportato i festival regionali e alcune produzioni, come «Don Matteo» ma non solo (altre richieste per ora sono ferme nei cassetti in attesa della nascita della fondazione).

Percorso interrotto Nel 2018 la Regione ha elaborato una proposta di statuto, pubblicando all’inizio dell’anno seguente un avvisto volto alla ricerca di soci: a farsi avanti sono stati Anci, i Comuni di Bevagna e Perugia e le fondazioni bancarie; tutti però hanno chiesto approfondimenti e proroghe e poi, complice il collasso della giunta, il dossier è rimasto chiuso in un cassetto. Lo studio commissionato parla di una regione «perfetta per ambientare storie, le più diverse, che godano di location importanti e particolarmente visibili». Tra i punti di forza ci sono la vicinanza a Roma, la possibilità di utilizzare risorse comunitarie, le bellezze del territorio, il know how che può fornire l’Università e, soprattutto, gli studios di Papigno, a Terni, che «sebbene in disuso da alcuni anni, rappresentano un’opportunità di investimento rilevantissima». Una loro riqualificazione, dunque sarebbe di grande importanza.

Soci e risorse Ovviamente gli ostacoli non mancano. L’Umbria deve fare i conti con il suo deficit infrastrutturale, con le scarse risorse a disposizione e con i possibili conflitti territoriali. Il tema strategico è però essenzialmente uno: chi saranno i soci della fondazione e quante risorse pomperanno dentro ogni anno? In Italia sono state create più che altro fondazioni di diritto privato a totale o parziale capitale pubblico, tra i cui soci vanno integrate le fondazioni bancarie, che essenzialmente hanno come scopo quello di promuovere il territorio. Secondo Maselli e Basilio dalla bozza di statuto va eliminata la distinzione tra soci e fondatori, ipotizzando parametri fissi per quanto riguarda i contributi: 20 centesimi per abitante per i Comuni, 10 per le Province e 25 mila euro all’anno per le fondazioni bancarie.

Il film fund Ogni anno andranno finanziati tre capitoli: costi fissi per un minimo di 350 mila e un massimo di 500 mila euro, il film fund per supportare le produzioni (da 500 mila euro a 3 milioni all’anno) e possibili progetti speciali (da 500 mila euro a 1,5 milioni). Tirando una riga, i soci pubblici dovrebbero immettere dagli 1,3 ai 5 milioni ogni anno. Gran parte della sfida è questa. Essenzialmente le erogazioni del film fund – elemento chiave dell’intero progetto – si configurano come aiuti di stato e, secondo lo studio, il modello migliore è quello che prevede una commissione deputata a valutare le proposte con importi automatici e predefiniti. Le ricadute stimate sono notevoli: per ogni euro pubblico, sei vengono spesi sul territorio, senza tenere conto dell’impatto indiretto. L’altro aspetto decisivo è quello che riguarda la qualità del management che sarà scelto: con operazioni di piccolo cabotaggio per garantire uno stipendio a qualche ‘famiglio’ senza esperienza non si andrà lontano.

Il management Per il ruolo di presidente della fondazione, potrebbe essere indicata una figura come quella di un giornalista culturale, di un professore o di un intellettuale. Il direttore e il resto del cda invece (da 3 a 5 i membri previsti) dovranno avere competenze specifiche: dei semplici buoni amministratori non bastano. L’identikit ideale del direttore è quello di un 30-40enne umbro, autonomo e libero dalla politica e con solide esperienze nel settore dell’audiovisivo, un tecnico autorevole e riconosciuto a livello nazionale e magari internazionale. Nello studio c’è anche un possibile cronoprogramma: tra marzo e aprile l’adesione dei soci, a maggio nomine del cda e prima riunione, in estate bando per individuare il direttore e lancio ufficiale al Festival del cinema di Venezia, in programma come sempre a settembre. Al fondo di tutto però c’è la necessità di comprendere qual è il reale scopo di un organismo di questo tipo, che non è quello di «produrre cartoline illustrate del territorio, bensì favorire la liberà creativa di autori, registi e produttori».

Twitter @DanieleBovi

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