giovedì 14 novembre - Aggiornato alle 00:40

Rifiuti, Favoino: «All’Umbria l’inceneritore non serve. Nuova giunta spinga su tariffa puntuale»

Intervista all’esperto della Scuola agraria del parco di Monza e coordinatore scientifico di Zero waste Europe

L'inceneritore Terni biomassa della Tozzi holding (foto Colonna)

di Daniele Bovi

Prosegue con Enzo Favoino la serie di interviste in vista delle elezioni regionali di domenica. Con Favoino, della Scuola agraria del parco di Monza e coordinatore scientifico di Zero waste Europe, Umbria24 ha voluto parlare di un tema centrale per il futuro della regione come quello della gestione del ciclo dei rifiuti. 

Quali sono le principali sfide che la nuova giunta regionale si troverà davanti in tema di rifiuti?

«Così come in tutte le altre regioni, negli ultimi anni c’è stato un balzo in avanti della percentuale di raccolta differenziata, dovuto in particolare al sistema “porta a porta” con raccolta separata dell’organico. Dal punto di vista della quantità e qualità dei materiali differenziati, questo sistema rappresenta da sempre un modello vincente. La nostra bussola è definita da strategie pensate a livello europeo, che non sono imposizioni bensì il risultato di una discussione strutturata. In questo quadro oltre alle istanze ambientali vengono considerate quelle economiche. L’Europa importa il 60% delle materie prime che le servono da altri continenti, e il meccanismo ha funzionato bene fino a ora. Ora lo scenario è più competitivo perché quelle stesse materie prime servono ad altri paesi, quindi passare a un modello di economia circolare è l’unico modo per assicurare un futuro al sistema produttivo europeo. A medio termine l’obiettivo dell’Europa è quello di recuperare il 65% di materia, come recupero effettivo al netto degli scarti, il che significa puntare a una percentuale di raccolta differenziata fra il 75% e l’80%».

L’Umbria ha raggiunto il 65% circa: cosa rimane da fare per raggiungere quei livelli?

«Bisogna partire dall’introduzione della tariffazione puntuale, cioè dal sistema secondo il quale si paga una bolletta commisurata alla quantità di rifiuti residui da smaltire che vengono prodotti; un sistema che premia chi punta a riduzione, riuso e riciclo. La tariffazione puntuale è una mossa che tipicamente dimezza la quantità di rifiuti residui. E quando c’è già un sistema “porta a porta” c’è anche la predisposizione per applicare la tariffazione puntuale. Si può poi lavorare sulla riduzione e il riuso. Ci sono bellissime esperienze di “repair cafè” promosse dalla “Rete rifiuti zero” anche in Umbria. Inoltre va consolidata la rete dei centri per il riuso, che permetterebbe di creare anche posti di lavoro».

È possibile arrivare a quelle percentuali molto alte di differenziata?

«Sì, e l’Italia è forse il più magnifico contenitore di esperienze positive: ci sono 115 comuni con oltre il 90% di differenziata. Anche a livello di area vasta, si può citare l’esempio della provincia di Treviso che ha un milione di abitanti e circa 100 Comuni: qui la media è dell’88%».

Durante questa campagna elettorale si è discusso spesso anche di inceneritore: serve davvero all’Umbria un impianto di questo tipo?

«L’inceneritore non rappresenta una strategia per gestire l’emergenza, anzi, è la opzione di realizzazione più lenta e manca di flessibilità: l’impianto può ricevere solo rifiuti indifferenziati trasformandoli in energia, peraltro con un indici di eficienza energetica bassissimi; dal punto di vista energetico è un suicidio perché recupera poca energia. E poi, c’è il problema della flessibilità: che succede se cresce la percentuale di differenziata, come peraltro è richiesto dalla agenda UE? Per assicurare il payback servono piani finanziari da 20-30 anni, con contratti “vuoto per pieno”».

Come funzionano questi contratti?

«Tu mi devi consegnare precise quantità di tonnellate di rifiuti all’anno, e se ciò non avviene mi devi pagare. E quindi quali incentivi avrebbero i Comuni per aumentare la raccolta differenziata? Con un inceneritore, dunque, tipicamente si ingessa il sistema. Un altro elemento che nella discussione nazionale manca o che viene riportato in modo distorto, riguarda le infrazioni per i materiali conferiti in discarica: le procedure di infrazione, come nel caso di Malagrotta, non sono relative al conferimento in discarica in sé, bensì perché il rifiuto non viene pretrattato; sotto questo profilo, anche l’incenerimento andrebbe considerato come un pretrattamento, dato che genera il 25% di scorie e ceneri. L’Umbria è fornita di impianti per la stabilizzazione biologica: andrebbero sanate le criticità esistenti e poi, con la crescita della differenziata, si potrebbero usare tali impianti (o altri nuovi per sostituire quelli ormai vetusti) sempre meno per trattare il rifiuto residuo e sempre più per l’organico “pulito” che arriva dalla raccolta differenziata . Una trasformazione virtuosa che già molti siti analoghi in altre parti d’Italia hanno intrapreso».

Uno dei grandi temi che la giunta dovrà affrontare è quello della chiusura del ciclo: il Piano regionale dei rifiuti prevede, per quanto riguarda l’indifferenziata, la produzione di CSS da bruciare poi in alcuni impianti. È la strada giusta?

«Qualche rigidità c’è anche per quanto riguarda il Css: i cementifici o le centrali termoelettriche, che sono le destinazioni privilegiate, per poter bruciare questo materiale hanno tipicamente bisogno di modificare i gruppi di combustione e i sistemi di controllo dell’inquinamento, quindi hanno bisogno di nuovi investimenti; e dunque, ragionevolmente, vogliono essere pagati per ricevere il Css e vogliono avere la garanzia di ricevere un tot di tonnellate all’anno per un certo numero di anni in modo da ripagare l’investimento. Ma il Css fondamentalmente è composto da carta e plastica – spesso nobile come nel caso ad esempio dei giocattoli, che si trovano nel rifiuto residuo in quanto non essendo imballaggi non sono oggetto della raccolta differenziata – materiali che possono essere valorizzati; grazie all’abbassamento progressivo delle percentuali di organico nel residuo (per l’effetto della raccolta dell’umido) e con impianti di separazione di tipo balistico ed ottico potrei recuperare questi materiali e aumentare ancora di più la flessibilità del sistema».

Come arrivare alla chiusura complessiva del ciclo?

«Oltre a quanto detto prima, la priorità assoluta sono gli impianti di compostaggio e valorizzazione dell’organico. Per quanto riguarda i rifiuti residui l’Europa obbliga a pretrattarli, cosa che l’Umbria ha fatto per prima con il Friuli, e nella regione ci sono impianti di trattamento meccanico-biologico. Anche in questo caso serve flessibilità, senza le rigidità date dall’incenerimento o dal Css, sui quali vorrei sottolineare un altro aspetto: la filosofia del “recupero energetico” si basa sul fatto che il mix energetico attuale è fondamentalmente basato sulle fonti fossili; quindi bruciando rifiuti urbani produco una quota (piccola) di energia rinnovabile – dai materiali biogeni come carta e tessili naturali – e questa quota va a sostituire le fonti fossili. Ma bisogna ricordare che l’Europa, e quindi di conseguenza l’Italia e l’Umbria, vanno però verso una decarbonizzazione totale dell’economia, e 66 paesi al Climate summit action dell’Onu si sono presi l’impegno di produrre zero emissioni climalteranti entro il 2050. Rispetto a tale obiettivo, le emissioni di Co2 dell’inceneritore o del Css; che sono in gran parte di origine fossile (es. dalle plastiche, dai tessili artificiali) sono una contraddizione, un danno. L’inceneritore, con i suoi 20 o 30 anni di vita, determinerebbe dunque un problema di portata sempre maggiore rispetto all’obiettivo della decarbonizzazione, in quanto sostituirebbe sempre più eolico, solare, ed altre rinnovabili. Non a caso, alcuni paesi europei stanno pensando a uno spegnimento progressivo di questi impianti proprio per tale motivo, oltre che per la necessità di allinearsi agli obiettivi del Pacchetto economia circolare, che chiede di massimizzare i tassi di recupero di materia».

Twitter @DanieleBovi

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