Currently set to Index
Currently set to Follow
giovedì 24 settembre - Aggiornato alle 15:31

Referendum, il Sì di Verini «per il cambiamento e per aprire la strada a riforme importanti»

Il tesoriere nazionale del Pd: «Un parlamento più snello può legiferare meglio. Abbiamo bisogno di una democrazia più veloce»

La scheda di un referendum (foto U24)

Continua con Walter Verini, deputato umbro del Pd e tesoriere nazionale del partito, la serie di interventi che Umbria24 dedica al referendum del 20 e 21 settembre sulla riduzione del numero dei parlamentari.

di Walter Verini

Ho condiviso e approvato la decisione della Direzione del Pd di schierare il partito a favore del Sì nel referendum di domenica prossima per la riduzione del numero dei parlamentari, decisione proposta dal segretario Nicola Zingaretti e rilanciata alla Festa nazionale di Modena. Dico questo, sapendo che il referendum non è un giudizio universale, che è giusto confrontarsi – con spirito di dialogo – anche con alcune ragioni di chi sostiene in buona fede il No. Del resto, per il No si sono pronunciati o si pronunciano non solo settori conservatori della politica, ma anche personalità e leader del centrosinistra. Aggiungo anche un’altra cosa: chi dice che il taglio sarà una rivoluzione o chi fantastica di grandi risparmi prende in giro gli italiani. È un populista, semplicemente. E mi auguro che se i Sì – come auspico e come è probabile – prevarranno, nessuno vada sui balconi a lanciare slogan populisti, come avvenne quando da quello di Palazzo Chigi qualcuno urlò: «Abbiamo abolito la povertà»… Detto ciò, provo a spiegare per punti le motivazioni che mi portano, con il Pd, a sostenere il Sì.

Perché Sì «Ci vorrebbe una riforma complessiva e non un provvedimento spot», dicono quelli del No. Giusto, ma riforme complessive ci sono già state e sono state bocciate dal popolo, come da ultimo quella oggetto del referendum 2016, perso anche per una campagna elettorale sbagliata, personalizzata e con toni populisti condotta da Matteo Renzi. Se vincesse il No, le «riforme complessive» penso che ce le potremo scordare per lunghi anni. Una affermazione del Sì, al contrario, aiuterebbe ad aprire la strada a riforme importanti. Il Pd ne ha lanciate alcune: riforma dei regolamenti parlamentari, elettorato anche al Senato ai 18enni, riforma della legge elettorale, introduzione della sfiducia costruttiva, superamento di quel bicameralismo paritario che costringe due Camere a fare le stesse identiche cose, con lentezze e farraginosità. E ancora, legge per garantire alle forze politiche di piccole regioni una rappresentanza al Senato.

Un passo per volta Insomma, un Sì per combattere, anche con un passo per volta, per sostenere un cambiamento di un sistema che – se rimane fermo – rischia di aprire la strada a chi vorrebbe quasi fare a meno di Costituzione, Parlamento, democrazia rappresentativa. Insomma, abbiamo bisogno di una democrazia sì rappresentativa, ma veloce, in grado di prendere decisioni e dare risposte in tempi rapidi a una società che chiede questo, a un sistema che non è competitivo con quelli di tanti paesi europei. Se non ci sbrighiamo, se la democrazia è lenta, se non riesce a dare risposte, prima o poi potrebbe passare l’idea che dare «pieni poteri» a qualcuno sia meglio. E questo è pericoloso.

Più snello 945 parlamentari sono troppi. A parte gli assenteisti cronici, quasi un terzo svolge un ruolo non particolarmente incisivo. Non solo in aula, in Commissione, ma anche nei territori. E poi questo numero, superiore a quello di quasi tutti i paesi europei (nei quali non esistono due camere che fanno le stesse identiche cose…) era stato fissato quando non c’erano altri momenti-fonti di legislazione e norme, come il Parlamento europeo e le Regioni. Oggi a legiferare sono diversi livelli istituzionali e un Parlamento più snello può farlo meglio. Per questo fin dalla Costituente ci furono voci autorevoli a favore di un numero minore. Per questo personalità come Nilde Jotti, Ingrao, De Mita sostennero negli anni la stessa cosa. Per questo fin dal 2008 il Pd propose una Camera di 400 deputati e un Senato di 200. Esattamente come la legge che va a referendum.

Antipolitica e partiti No contro l’antipolitica, si dice. Questa argomentazione mi pare debole. Sì perché è segno di subalternità dire che bisogna votare No perché ci sono forze che sostengono il Sì con ragionamenti populisti e tipici dell’«antipolitica». Al contrario, nel Sì deve esserci una forte affermazione riformista, di cambiamento, che faccia pesare la probabile vittoria in direzione, appunto, delle riforme e non dell’antiparlamentarismo. Ma questo ragionamento contro l’antipolitica nasconde una analisi sbagliata, come se queste tendenze populiste fossero la causa e non l’effetto della crisi della politica. Il discorso è lungo, ma i cittadini sono stanchi da anni di tempi biblici per risposte a problemi che richiedono risposte rapide. Non vogliono partiti che occupano impropriamente le istituzioni con le lottizzazioni (ricordate il Berlinguer della questione morale?). Non vogliono partiti che litigano dalla mattina alla sera non per le idee ma per i posti, che si cimentano in lotte senza esclusione di colpi per le preferenze l’un contro l’altro armati, nei quali troppo spesso non prevale il merito ma la fedeltà, nei quali se entra un giovane gli si chiede «con chi stai?» e non «quali idee hai?» (copyright Zingaretti). Ci vogliono partiti aperti, trasparenti, anche con una riforma dell’articolo 49 della Costituzione. Intendo dire che il populismo, l’antipolitica si battono con la buona politica, con la trasparenza, la cultura della legalità, la lotta alla corruzione, il rispetto delle regole e non con le invettive e gli anatemi. Si battono con la sobrietà, con una politica che non insulti e non usi parole d’odio. Una politica che abbia come faro l’obiettivo di dare risposte ai cittadini, alla società, di costruire il futuro per il paese, per le nuove generazioni. Cessando di praticare autoreferenzialità e logiche da ceto politico, che sono cose assai diverse da quelle di classi dirigenti.

Immobilismo Anche i riferimenti ad altri parlamenti di paesi democratici ci dicono che l’Italia ha un numero di parlamentari largamente superiore alla media. Ma non è solo un problema di numeri. È, anche, infine, un problema politico. Un No sarebbe un segnale di immobilismo, di staticità. Un Sì riformista darebbe un impulso, una spinta a rimettere in moto meccanismi riformatori. Per semplificare un sistema e accompagnare così, con i necessari cambiamenti istituzionali, quel grande sforzo che – con le risorse europee che Governo e Pd sono riusciti ad ottenere per l’Italia – il paese è chiamato a compiere per una grande e necessaria opera di modernizzazione, giustizia sociale, riconversione verde, innovazione digitale, investimenti su scuola, ricerca e Università, sanità pubblica, lavoro e imprese. Un Sì per il futuro, che aiuterebbe il Governo a lavorare con più spinta e forza, a superare lentezze che ci sono state, e aiuterebbe il Parlamento a fare la sua parte.

I commenti sono chiusi.