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lunedì 12 aprile - Aggiornato alle 08:22

Pd, riesplode la guerra. Tre candidati a Letta: «Pronti al ritiro, congresso illegittimo»

De Rebotti, Torrini e Presciutti contro Bori: «Serve incontro per individuare figura unitaria». Bordate al commissario Rossi

Una bandiera pd

di Dan.Bo.

Nella Domenica delle palme un pezzo di Pd non ci sta a salutare l’entrata trionfale in segreteria di Tommaso Bori, e al posto del ramoscello di ulivo imbraccia il bazooka.

Pronti al ritiro A pochi giorni dall’inizio delle votazioni nei circoli e dopo mesi di silenzio causa pandemia, si riapre tale e quale a prima la frattura all’interno di ciò che rimane del Pd umbro, e riprende lo scambio epistolare. In una lettera tre candidati alla segreteria su quattro (Francesco De Rebotti, Massimiliano Presciutti e Alessandro Torrini), ai quali si unisce Carlo Elia Schoen, chiedono un incontro al neo segretario Enrico Letta al quale lanciano un messaggio chiaro: o si trova una soluzione unitaria o i tre, insieme ai circa 200 all’assemblea regionale che li appoggiano, si ritireranno da un congresso «che riteniamo illegittimo e dannoso».

IL TESTO DELLA LETTERA

La lettera Parole pesantissime che si inseriscono all’interno di un quadro chiaro da mesi, caratterizzato dalla più che probabile vittoria del capogruppo in consiglio regionale Tommaso Bori, contro la quale si sono schierati altri pezzi di partito.  Nella lettera i quattro spiegano di avere «storie, provenienze, culture e sensibilità politiche differenti, e per questo ci siamo candidati scegliendo percorsi diversi», maturando poi nel corso del tempo «una visione comune sul metodo che dovrebbe seguire il Pd umbro per non implodere definitivamente».

LE DATE E LE REGOLE

Le accuse I quattro parlano di un partito che ha bisogno di ripartire dalle fondamenta, che ha perso la bussola, dove occorre ritrovare le differenze, dove non ci sia una «guerra perenne per un incarico nelle istituzioni», che scelga il riformismo e non il populismo, che si doti di organismi «autorevoli, plurali, unitari e inclusivi». Nel corso dei mesi «abbiamo esperito ogni tentativo possibile per provare a trovare una soluzione condivisa alla disastrosa situazione in cui versa il partito regionale. Non abbiamo avuto successo. Abbiamo chiesto un governo collegiale del partito insieme al commissario, per riuscire a interloquire con i tanti problemi degli umbri, ma Rossi non ha preso in considerazione la nostra richiesta». Inutili, sostengono, anche i tentativi con i livelli nazionali.

Passo indietro Con le dimissioni di Zingaretti, attaccano, «tutti gli organismi collegiali e monocratici da lui nominati sono decaduti: Rossi, prima di prendere ogni decisione, avrebbe dovuto aspettare almeno una eventuale conferma e dare a Letta il tempo materiale di occuparsi della vicenda umbra. Solo successivamente il commissario ha chiesto il nostro parere sul nuovo regolamento congressuale», a proposito del quale i quattro hanno sollevato una serie di questioni, la più importante della quale è quella relativa agli iscritti: a poter votare, infatti, saranno gli iscritti 2019 che avranno rinnovato la tessera entro gennaio 2020 (con la possibilità di farlo anche entro lo svolgimento del congresso di circolo di riferimento. Una scelta «incomprensibile e irricevibile» e quindi non ci sono «le ben che minime condizioni politiche per un confronto di merito». Per i quattro, infatti, si aprirà solo «un congresso chiuso, un votificio». Parole che dall’altra parte vengono lette come la richiesta di un accordo da parte di coloro che hanno poche chance di vittoria.

Twitter @DanieleBovi

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