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Pd, intervista a Gotor: «Candidarmi in Umbria per me è un onore. Vi spiego le metafore di Bersani»

Il segretario Bersani con Miguel Gotor

Il segretario Bersani con Miguel Gotor

di Daniele Bovi
Twitter @DanieleBovi

«La mia candidatura in Umbria? Ho avuto la notizia la mattina stessa della direzione nazionale grazie ad un sms di Marina Sereni». A parlare è Miguel Gotor, 41 anni, nome spagnolo ma nato e cresciuto in Italia, docente di Storia moderna a Torino «con un passato da precario come tanti giovani che in Italia vogliono studiare», studioso di santi, eretici ed inquisitori, un padre arrivato in Italia dalla Spagna nel 1958, una nonna materna di 96 anni nata a Cannara. Di fronte a Gotor ora, capolista al Senato per il Pd umbro che martedì a Perugia presenterà ufficialmente la sua squadra, ci sono cinque anni di una legislatura difficile e una scommessa: fare del partito una «grande forza riformista e popolare, mentre fino ad oggi ci sono stati riformismi rinchiusi in piccoli recinti». Il professore fa parte di quell’album di famiglia di Pierluigi Bersani che lo vede tra i suoi più stretti collaboratori. Emblematica una foto che lo vede sdraiato a terra mentre «allena» il segretario, una persona «seria, ottimista, onesta e repubblicana», prima di uno dei dibattiti con Matteo Renzi.

Partiamo dalla sua storia. Chi è Miguel Gotor?

«Sono nato a Roma nel 1971, laureato in Storia moderna con Corrado Vivanti e Adriano Prosperi, studioso di storia religiosa tra Cinquecento e Seicento, un dottorato di ricerca a Milano. Dopo la laurea, nel 1995, per dieci anni ho vissuto con borse di studio e dal 2005 insegno Storia moderna a Torino. Mio padre arrivò dalla Spagna a Roma nel 1958, si sposò con un un’italiana ed è rimasto sempre qui. Ho tre fratelli e una nonna di 96 anni nata a Cannara, dove ha vissuto per qualche tempo da bambina».

Che aria politica ha respirato in famiglia?

«Ho respirato un’aria politica di centrosinistra. Papà arrivò in Italia perché inviso al regime franchista. Lui era di formazione socialista e cristiano democratica, ma in casa mia non ci sono stati casi di impegno politico pronunciato. Nella mia formazione politica è stata più importante la scuola e la partecipazione studentesca»

Quando ha saputo di essere capolista al Senato in Umbria?

«Mi rendo conto che rischio di non essere creduto, ma l’ho saputo la mattina stessa della direzione nazionale con un sms di Marina Sereni (capolista alla Camera per il Pd umbro, ndr) che diceva: “Sei davvero al Senato in Umbria?”. Per me è stata una sorpresa piacevolissima, non me lo aspettavo. L’Umbria, tradizionalmente, è una regione molto importante per la storia dei progressisti italiani e quindi essere candidato qui per me è un onore. Alle mie spalle c’è una tradizione di parlamentari di grande prestigio, da Ingrao a Veltroni a Visco. E’ una cosa bella che accetto con responsabilità. Una cosa è certa: darò il massimo».

Che cosa conosce Miguel Gotor dell’Umbria? Quali ritiene siano i problemi più importanti da affrontare nel corso della sua attività di parlamentare?

«Il mio rapporto con l’Umbria è curioso perché profondo e superficiale al tempo stesso. Da una parte la conosco come tanti italiani che vengono qui per visitare una terra bellissima e ricca di storia e di monumenti. Dall’altra è profondo perché studiando la vita religiosa tra Cinquecento e Seicento ho approfondito aspetti come il misticismo e la spiritualità italiana, di cui in Umbria c’è una concentrazione straordinaria. Si pensi, solo per fare un esempio, alla tradizione serafica e a quella cappuccina o a santi come Chiara da Montefalco, Rita da Cascia, Lucia da Narni».

E i problemi?

«A me innanzitutto colpisce il fatto che sia il cuore dell’Italia che concentra al proprio interno difficoltà e problemi tipici del nostro Paese: per prima cosa il lavoro e la difficoltà a riacciuffare la strada dello sviluppo. Pensi a Terni e alla necessità di valorizzare al massimo quell’eccellenza siderurgica. Terni non va svenduta, ma salvaguardata per evitare le ricadute sociali che comporterebbe un suo ingiustificato ridimensionamento».

Quali sono stati i libri decisivi per la sua formazione politica?

«Sono stati importanti per la mia formazione politica, ma anche umana un’autobiografia di Altiero Spinelli intitolata “Come ho tentato di diventare saggio”, che lessi a 18 anni e il volume di Giorgio Amendola, “Una scelta di vita” letto a 16 anni. Ecco, stavo crescendo e pensavo che mi sarebbe piaciuto avere qualità morali, civili e politiche simili agli autori di questi libri, che quella era la strada da seguire».

Nel 2009 lei scrisse sul Sole24Ore un pezzo duro sul modo di comunicare di Bersani: scrisse che «il candidato alla segreteria del Pd sembra rivolgersi a una platea di cattolici e socialisti dell’Ottocento, ma che il pubblico che lo ascolta si sente come estraniato, quasi fosse in un museo davanti a un quadro di Pellizza da Volpedo». E’ cambiato qualcosa da allora?

«Secondo me non era duro. Mi trovavo ad una festa del Pd con mia moglie e ascoltai Bersani con attenzione. Rimasi colpito dall’uso che faceva delle metafore tanto che, mentre parlava, iniziai ad appuntarle sul cellulare. Mi sembrò che si esprimesse in un modo anomalo rispetto agli altri politici: le sue metafore ottocentesche richiamavano un mondo contadino che non esisteva più in quella forma. Conoscendolo ho capito che quella era anche una scelta politica che si proponeva di superare le divisioni del Novecento evocando radici più antiche, legate al mondo del lavoro e della solidarietà, che ci toccano il cuore anche se lo abbiamo dimenticato. Ciascuno di noi ha avuto un bisnonno che viene da quella storia di fatica, di emancipazione ed alfabetizzazione, si evoca un passato arcaico che però ci appartiene oltre la nostra volontà di ricordarlo. Insomma, dietro alle sue metafore c’è qualcosa di più sottile e profondo. La trovo una cosa molto interessante perché originale, ma va accompagnata a uno scatto riformista. Questo dicevo in quell’articolo al quale Bersani volle rispondere il giorno dopo. Per me è stato un onore aver fatto parte nell’ultimo anno di questo progetto politico che si affermerà e governerà il Paese nella misura in cui riuscirà, per l’appunto, a essere riformista e riformatore».

Come si è avvicinato a Pierluigi Bersani?

«Grazie a Claudio Sardo, allora al Messaggero e oggi direttore de L’Unità. Sardo aveva apprezzato il mio libro su Aldo Moro e mi propose di fare un libro intervista a Bersani. Avere al mio fianco uno storico, mi disse, potrebbe invogliare il segretario del Pd ad accettare. Così avvenne. Ci ho lavorato dal settembre 2010 al febbraio 2011. Abbiamo avuto una quindicina di incontri, con lunghe conversazioni, e questo non mi ha dato solo modo di conoscerlo più da vicino, ma anche la possibilità di frequentare un corso accelerato di politica».

Descriva il segretario con tre aggettivi

«E’ una persona seria, onesta e ottimista, nel senso che ha una visione positiva del popolo italiano e questo, devo dire, è il suo tratto più bello: Bersani ha fiducia negli italiani, non gli chiede solo il voto, ma scommette su di loro. Mi consenta un quarto aggettivo: mi piace anche il fatto che sia un repubblicano, uno che si è fatto passo passo per capacità e virtù, senza trovare la pappa pronta».

L’ultimo anno politico è stato segnato anche da due figure come Mario Monti e Matteo Renzi: che giudizio dà dell’operato del premier e della sfida lanciata dal sindaco di Firenze?

I miei sono giudizi dinamici che hanno subito modificazioni nel corso dell’anno. Ho certamente preferito il Monti presidente del Consiglio, investito di un ruolo terzo, al Monti candidato di una parte che mi sta deludendo per varie ragioni: lui è stato migliore del suo governo, autorevole, stimato, mentre ora sono sorpreso dal suo pur legittimo impegno politico. Per Renzi parlo di una modificazione ma in senso inverso: avendo lavorato con Bersani nel corso delle primarie con lui ci sono stati inevitabili momenti di polemica ma il suo comportamento successivo, responsabile e politicamente intelligente, me lo sta facendo apprezzare. Un leader, ma anche un uomo, si vede in questi momenti, nel modo in cui sa affrontare e gestire una sconfitta. Se Renzi continuerà a mantenere questo profilo il Pd sarà più aperto, largo e plurale e quindi più forte. Ciò è importante soprattutto per l’Italia: ci sarà finalmente una coalizione di democratici e di progressisti, riformista e popolare, mentre l’Italia fino a oggi ha visto soltanto riformismi rinchiusi in piccoli recinti».

Un tema che sembra scomparso dalla campagna elettorale è quello dei diritti civili. Pochi giorni fa la Corte di giustizia europea ha condannato l’Italia per lo stato penoso delle sue carceri: quali dovrebbero essere le politiche del Pd su questo tema?

«Su questo parlo da cittadino e non da esperto. Anzitutto credo che il ministro Severino sia stato un buon ministro e per il Pd sarà importante muoversi lungo il solco della sua iniziativa. Il problema del sovraffollamento è politico, sociale e umano: una grande percentuale di detenuti è dentro per reati legati a droga e immigrazione. Dopo il sovraffolamento c’è la condizione di quelli, troppi, che si trovano in cella in attesa di giudizio scontando la pena prima di una sentenza passata in giudicato. Questi temi vanno affrontati con ragionevolezza tenendo a mente le esigenze di ordine pubblico, ma anche il fatto che le carceri sono realtà invisibili dove vive un’umanità dolente. Ricordiamoci quello che c’è scritto nella Costituzione, ovvero che la pena non deve essere solo afflittiva, ma anche rieducativa. La condizione delle carceri è sempre lo specchio della civiltà di un Paese e quelle italiane, in molte realtà, sono fuori dal solco tracciato dalla Costituzione. Tutto ciò è intollerabile”.

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