domenica 21 luglio - Aggiornato alle 23:31

Nel Pd che naviga a vista si prova a tracciare una rotta: «Reggere l’urto e radicale discontinuità»

Lunedì si è riunita a porte chiuse la Direzione dem, Ascani critica la nomina di Verini. «Momento drammatico, cose devastanti per i cittadini»

di Daniele Bovi

La situazione è grave ma l’aforisma di Flaiano, stavolta, non vale perché il quadro è estremamente serio. Lunedì, dalle 18 fino all’ora di cena, nella sede del Pd di via Bonazzi si è riunita a porte chiuse la Direzione regionale dopo l’inchiesta che ha sconquassato i vertici istituzionali della Regione e quelli politici del partito. La linea nell’immediato è tutto sommato abbastanza chiara: tentare di «reggere l’urto», dare forti segnali di discontinuità e garantire il massimo supporto ai candidati in vista delle elezioni di fine maggio. Il problema però, almeno per quanto riguarda la tenuta della giunta regionale, è che la navigazione è a vista: cos’altro uscirà dalle carte dell’inchiesta? quali saranno gli altri filoni? Dalle risposte a queste domande si potrà capire se l’esecutivo rimarrà in piedi o no.

BOCCI RESTITUISCE LA TESSERA

Avanti Per il momento si va avanti: «O ci suicidiamo in massa – ha detto Leonelli che non ha voglia di fare harakiri – o combattiamo con dignità». Alcune frasi qua e là restituiscono lo shock che sta attraversando i dem: «Il momento è drammatico» dice il neo commissario Verini, che aggiunge: «L’allarme non è rosso, di più». Anna Ascani parla di «botta forte» e di intercettazioni in cui ci sono «cose gravissime, devastanti per i cittadini». Valeria Cardinali pone l’accento sulla «sfrontatezza e sul senso di impunità; sono cose che disarmano e indignano. I compagni sono storditi e arrabbiati». Verini al tavolo è affiancato da Paolo Baiardini e in apertura dà conto della restituzione della tessera da parte di Bocci e della riunione mattutina del gruppo consiliare, alla quale ha partecipato anche la presidente.

Verini e Baiardini (foto F.Troccoli)

Discontinuità «Allo stato degli atti – ha spiegato Verini – pensiamo che il Pd e la coalizione debbano reggere l’urto». Il filo con Zingaretti è costante e da Roma l’indicazione è quella di evitare un bis del caso Basilicata e di dare segnali chiari e in tempi rapidissimi, compresa la nomina di un assessore alla sanità di alto profilo. Per tentare di arrivare al 2020 dunque «bisognerà dimostrare coi fatti una radicale discontinuità nel partito e nelle istituzioni. Se ci saranno le condizioni – dice il commissario – si andrà avanti ma con grandi, inequivocabili e visibili segnali di discontinuità su tre o quattro temi». Verini indica quelli delle liste di attesa, della non invadenza della politica nella sanità e delle norme che regolano i concorsi (sul punto il professor Luca Ferrucci ha proposto di dare vita a una commissione che in due settimane elabori un pacchetto ad hoc), oltre che la necessità per il Pd di essere alternativo a se stesso, «altrimenti arrivano Salvini, gli incapaci e gli iniettatori di odio».

Le elezioni Il Pd per il commissario deve essere in grado di autoriformarsi visti gli aspetti di «sclerosi e logoramento» ma, nel breve, vanno affrontate le delicatissime elezioni di maggio: «Dai risultati – ha detto – si capirà se siamo vitali oppure no» e là dove ci sono difficoltà, come a Orvieto, a Gubbio o a Torgiano, «chi può aiuti a superarle, anche con gesti di generosità. La partita è importante. Siamo feriti gravemente, non morti». In sala ci sono molti bocciani ortodossi come Presciutti, Smacchi e Porzi e tanti altri che hanno sostenuto alle primarie l’ormai ex segretario. Nessuno di loro prende la parola ma a microfoni spenti si percepisce una certa irritazione per il sentirsi come sotto processo. Chi dice parole chiare invece è la deputata Anna Ascani, alla quale la scelta di nominare Verini non è piaciuta: «È un errore grave e strategico – dice – scegliere il candidato che ha perso le primarie. Il messaggio è sbagliato».

Tutti responsabili Ascani dice altre due cose politicamente rilevanti. La prima è che «nessuno – sostiene riferendosi al quadro emerso dall’inchiesta – può dire di esserne completamente fuori. Le responsabilità politiche sono collettive e ognuno ne ha un pezzetto». La seconda riguarda la classe dirigente del futuro: «Dobbiamo essere pronti, me compresa, a passare il testimone ad altri, andandoli a cercare nei territori. Servirà uno sforzo enorme». Per Leonelli invece «non c’è una mela marcia ma un pezzo di partito. Bisogna rimuovere il virus che ha infettato l’hardware». L’ex segretario poi invita a fare «autocritica a tutti i livelli: spesso abbiamo confuso la competenza con l’affidabilità». Così come altri anche Leonelli ha posto l’accento sulla necessità di un cambio di passo per quanto riguarda l’agenda politica, concetto ribadito anche da Cardinali, che ha difeso la nomina di Verini: «Bisogna accelerare su un percorso in parte già intrapreso e agire subito, con umiltà e orgoglio».

Navigazione a vista Quanto alle responsabilità di ognuno, «non siamo tutti uguali; c’è chi certe cose in passato le ha dette». A parlare anche Sandro Corsi, Sergio Batino (secondo il quale nel corso degli anni «è stata costruita una classe dirigente di obbedienti»), Fabio Paparelli e Marina Sereni: «Decenni di continuità – ha detto la fassiniana – hanno prodotto un ripiegamento su noi stessi. Servono discontinuità e rottura perché la giunta, vittima di un appannamento già prima dell’inchiesta, non può galleggiare per dieci mesi». Sempre che ci sia tutto questo tempo a disposizione dato che «non sappiamo – dice Sereni – quali saranno le evoluzioni dell’inchiesta». Si naviga a vista.

Twitter @DanieleBovi

I commenti sono chiusi.