domenica 22 settembre - Aggiornato alle 14:34

L’eterno funerale delle Zone rosse d’Italia, in realtà morte e sepolte già da un pezzo

A ogni tornata elettorale viene intonato il Requiem confondendo continuità del voto con la persistenza di un certo mondo

Una festa dell'Unità

di Daniele Bovi

A presentarsi nel 2018 al funerale delle Zone rosse c’è la sicurezza di trovare il morto seppellito da un bel pezzo e i parenti, quelli rimasti, in molti casi politicamente più di là che di qua. Da svariati anni a ogni tornata elettorale – che siano politiche, amministrative o europee – risuona alto e solenne il Requiem aeternam per accompagnare verso eterno riposo e luce perpetua le leggendarie Zone rosse del paese. «Sono scomparse le Zone rosse» è il triste annuncio che viene dato ogni volta. Amen. Il problema è che questa sorta di funerale perpetuo va avanti da troppo tempo, e che nel dibattito politico sulle aree del paese in cui il Pci e i suoi discendenti hanno avuto il loro zoccolo duro, si sono confusi vari piani. Lentamente il concetto di Zona rossa si è andato annacquando, e alla fine la scomparsa è diventata un po’ come quella delle mezze stagioni, un luogo comune politico-meteorologico: «Signora mia, non ci sono più le Zone rosse».

BALLOTTAGGI, LA NUOVA MAPPA POLITICA DELL’UMBRIA 

Bianchi e Rossi Un salto indietro. A coniare l’espressione, esattamente 50 anni fa, fu l’Istituto Cattaneo, che così cercava di identificare alcune aree geo-politiche caratterizzate da alta omogeneità elettorale e una certa prevedibilità nel comportamento di voto. Oltre a quelle rosse c’erano quelle bianche, a netta predominanza Dc che, insieme al Pci, riusciva a intercettare oltre il 70 percento dei consensi. E se si parte dall’assunto che il voto sia l’espressione finale di una realtà che ha origini, in senso ampio, culturali, è evidente che dietro quelle zone c’erano dei mondi. Negli anni ’80 nei suoi importanti studi Carlo Trigilia li chiamava «subculture politiche territoriali», mettendo l’accento anche su elementi economici come lo sviluppo della piccola e media impresa e sul rapporto di questa con i governi locali e centrali, vedendo una certa simbiosi tra il modello politico e quello dello sviluppo economico.

Un idealtipo Chiaramente all’interno di queste grandi aree rosse c’erano delle differenze, anche significative, ma alcuni elementi in grado di disegnare un quadro complessivo, una sorta di idealtipo, ci sono, sul fronte sociale, culturale ed economico. Per decenni sono stati fondamentali simboli e miti, riti e luoghi, linguaggi e valori che costituivano un substrato culturale. Per lunghissimo tempo il consenso si esprimeva in modo ideologico, in certi casi svincolato dall’effettiva soddisfazione delle domande che salivano dal territorio, anche perché il Pci (come la Chiesa in altre zone) era in grado di garantire un’offerta identitaria. Escluso in modo rigido dal governo centrale per ragioni che è anche superfluo ricordare, il «partito» ha investito a lungo sui livelli locali esercitando un certo primato sulla società.

Un pezzo del paesaggio Intorno a quella struttura forte ce n’erano molte altre collaterali, una costellazione che andava dalle coop alle case del popolo fino all’associazionismo più vario, in grado di far penetrare il partito in profondità nel territorio e quindi nella società, creando appartenenza e senso comune (cultura, si potrebbe dire). Il partito offriva sostegno e assistenza, organizzava la vita, assicurava rappresentanza, organizzava gli interessi, era interventista in tema di welfare, politiche territoriali ed economiche, interagendo, supportando e in certi casi orientando la piccola e media impresa: era, in sintesi, un pezzo del paesaggio, e valorizzava il rapporto col territorio.

Un mondo diverso Ricordare tutto ciò ovviamente non significa rimpiangere un bel mondo antico, sui cui pregi e difetti (come una certa rigidità del modello complessivo) si è discusso a lungo; significa semplicemente constatare che un certo mondo, quella «subcultura», è scomparso, e che nel corso del lento sfarinamento che va avanti da anni, parlando di Zone rosse si è confusa una certa continuità del voto (sempre meno continua tra l’altro) dovuta a molti fattori, con la persistenza di quel mondo. Cosa rimane di esso? Quanto gli eredi e i governi locali riescono a presidiare il territorio per la riproduzione del consenso? Come (e se) incide l’azione pubblica sulla vita di famiglie e imprese? Quanto si riesce a organizzare gli interessi e a dare loro rappresentanza?  Oggi il consenso di conquista volta per volta, il voto di appartenenza non esiste quasi più, c’è un’enorme mobilità elettorale, è cresciuta l’astensione, c’è il ruolo centrale dei media e di Internet, la personalizzazione della politica e dei partiti, un primato degli eredi del Pci su territorio e società che pare un ricordo, tutti i vari collateralismi indeboliti e anch’essi in crisi di rappresentanza. Chi oggi raccoglie quella eredità sa che c’è da tempo un mondo nuovo davanti e una nuova «subcultura» da costruire.

Twitter @DanieleBovi

I commenti sono chiusi.