martedì 31 marzo - Aggiornato alle 14:27

La parabola di Catiuscia Marini dalle primarie ai ‘navigator’ della sanità: 9 anni e la fine di una storia

Gli anni difficili dalla morte di Tomassoni al terremoto e segnati dal rapporto politico con Bocci: tutte le tappe fino alle dimissioni

La presidente Catiuscia Marini esce da Palazzo Donini dopo le dimissioni ©️F.Troccoli

di Ivano Porfiri

Umbria24 nasce nel 2010, pochi mesi dopo l’insediamento di Catiuscia Marini a Palazzo Donini. Un viaggio parallelo, durato nove anni. Un punto di vista privilegiato, quello dei giornali, sulle stanze del potere anche se, fin dalle prime battute, la (quasi, date le procedure) ex governatrice non ha mai avuto grande feeling con la stampa né è mai parsa veramente a proprio agio in un ruolo così costantemente sotto i riflettori. Questione di indole, di carattere.

LE DIMISSIONI E COSA ACCADE ORA

La prima immagine che mi torna in mente è di poco prima che scoccasse l’anno zero della sua e della nostra avventura. Piazza della Repubblica, sede del Pd, anche questa ormai ex. Primo piano. Si contavano le schede delle primarie che la opponevano a Gianpiero Bocci. Accanto a lei la fidata Sonia. Vince 29 mila voti a 25 mila. È l’inizio ma, come ogni inizio, contiene già in sé l’embrione della fine. Sulla dicotomia tra i due si ballerà, politicamente, per l’intero decennio. Nel frattempo cambieranno sei presidenti del Consiglio, si passerà da Silvio Berlusconi a Giuseppe Conte, passando per i tecnici e poi la speranza presto tramontata di Matteo Renzi.

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Gli anni del governo Marini, le va dato atto, sono stati durissimi, a tratti drammatici. In questi giorni di campagna elettorale, per la verità sindrome permanente della politica italiana, si tirano fuori le statistiche del Pil, crollato in Umbria tra 2008 e il decennio successivo. Vero ma i marosi devastano quasi tutto l’Occidente. Il 2010 è proprio l’anno in cui la tempesta perfetta della crisi globale si abbatte sulle metaforiche coste dell’Umbria, soprattutto in termini sociali. Gli sconquassi finanziari impiegano un paio di anni a tradursi in chiusura di aziende e aumento della disoccupazione e questo, puntualmente, avviene.

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Ma del primo quinquennio di governo Marini l’immagine che mi resta è quella della morte di Franco Tomassoni, ex Dc, assessore alla Sanità. Una ferita dolorosa, anche con ricadute politiche. Dopo un primo interim per la dimissioni di Riommi, assediata da chi ambisce a mettere le mani sullo scranno, Catiuscia lo tiene per sé. Non si fida e, anzi, gestisce tutto con una maniacalità e una rigidità che spesso le vengono rimproverate e che lei, proprio in questi giorni in cui è finita nella bufera dell’inchiesta giudiziaria, rivendica. Sa che quello è l’asset chiave, l’unica posta di bilancio dove girano molti soldi. E fa specie, ripercorrendo la storia all’indietro, che finisca appiccicata sulla carta moschicida della giustizia quando ha perso il pieno controllo della partita, non quando ne era plenipotenziaria.

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La riconferma a Palazzo Donini avviene dopo la batosta della sconfitta di Boccali a Perugia. Un amore politico finito male quello con l’ex sindaco, che l’accusa di cinismo politico. Ma la sconfitta nel capoluogo la blinda per un secondo mandato. Il centrosinistra è terrorizzato dal perdere anche la Regione e lei ce la fa, anche se non di molto, contro Ricci.

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Ma la seconda metà degli anni Dieci inizia, proprio quando si affievolisce il vento della crisi, con l’evento più drammatico: il terremoto torna a scuotere l’Umbria dopo quasi 20 anni. La presidente è lì, ne sono testimone, fin dalle prime ore. Le si potrà rimproverare la poca empatia, la durezza di carattere – tutto vero – ma dall’agosto 2016 pianta le tende in Valnerina. Dopo tre anni va anche detto che la ricostruzione non è ancora davvero partita. Ma l’argomento è più complesso di uno slogan di campagna elettorale e, se è al palo in tutte le regioni, probabilmente ci sono meccanismi farraginosi a tutti i livelli che nessun governo finora è stato capace di oliare.

DI COSA E’ ACCUSATA CATIUSCIA MARINI

Oltre al terremoto, però, il secondo mandato è segnato da una maggiore debolezza politica nei rapporti di forza interni al Pd. Il rapporto con Gianpiero Bocci sfocia nei giorni del braccio di ferro sulla figura di Walter Orlandi e delle dimissioni di Luca Barberini. Guarda caso si parla di sanità. Un legame conflittuale poi diventato convivenza difficile, improvvisamente – ed è storia recente – trasformatosi nella convergenza su Renzi e poi nell’abbraccio che lascia tutti a bocca aperta delle primarie che portano l’ex sottosegretario agli Interni a diventare segretario regionale.

Marini era già a fine ciclo in Regione. Qualcuno parla di una mossa per mettere al sicuro l’ultimo anno di legislatura, altri di accordi sul futuro. Retroscena mai confermati. Tutto, comunque, spazzato via dall’inchiesta della procura di Perugia. Una escalation di pochi giorni che, come avviene sempre, devasta il panorama politico. Mentre si aspettano i “navigator” del reddito di cittadinanza, gli umbri si accorgono che i veri “navigator” della sanità sono i politici e i dirigenti. Uno schiaffo ai giovani preparati, costretti a emigrare per un posto di lavoro. Dimissioni orgogliose, anche dovute le sue, giuste per tutelare la propria immagine e quella dell’istituzione di fronte allo stillicidio quotidiano di intercettazioni imbarazzanti. Spinte anche dalla pressione di un partito che, con Zingaretti, sta faticosamente cercando di ricostruire la propria immagine. Poi per le sentenze ci vorranno anni. Marini, anche da queste prime carte, dal punto di vista giudiziario non sembra essere al centro di un sistema di malaffare. Ma, eticamente, per una donna che si è sempre vantata del suo rigore, quelle parole intercettate sono devastanti.

La fine della storia è in un pomeriggio freddo di primavera. Poche parole pronunciate davanti alle telecamere. Non parla dell’inchiesta, di cui chiarirà con i giudici. Catiuscia Marini ha il volto stanco ma sereno di chi ha preso una decisione, soffertissima ma ormai messa nero su bianco. È ferita dal fuoco amico di quanti, in nome delle Europee, non si fanno problemi a gettarla sulla graticola. Sa anche che, con la sua uscita di scena così drammatica, il Pd e la sinistra umbra imboccano una strada buia che segna la fine di una storia. L’utilitaria bianca che si allontana da piazza Italia è l’ultimo frame. In attesa che inizi un nuovo film.

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