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lunedì 1 marzo - Aggiornato alle 22:19

Donne, correnti e un Pd ‘governista’: l’Assemblea nazionale serva a imboccare un’altra strada

L’intervento di Wladimiro Boccali in vista dell’appuntamento del 13 e 14 marzo: serve un profilo ideale e programmatico per i prossimi anni

Il simbolo del Pd

di Wladimiro Boccali*

Il prossimo 13 e 14 marzo si terrà l’Assemblea nazionale del Pd. Se non ho capto male l’obiettivo è quello di aprire una seria e franca discussione sul profilo programmatico del partito, la sua strategia politica e le modalità organizzative. Una discussione quanto mai utile. La segreteria Zingaretti ha indubbiamente cambiato il profilo del Pd rispetto all’ultima gestione, riportando un clima più che unitario e civile all’interno del partito. È innegabile che l’arrivo della pandemia con le devastanti conseguenze sulla società italiana e mondiale, ha condizionato, giustamente, l’agenda politica. Ora, senza perdere di vista le priorità, credo sia giusto riprendere un filo del ragionamento che avevamo solo iniziato.

Le correnti La vicenda della presenza femminile nella delegazione del Pd nel governo Draghi, ha posto con drammatica evidenza non solo il tema della “questione femminile”, bensì anche quello della “forma partito”. L’organizzazione ferrea in correnti che si auto organizzano – sia nel proprio dibattito politico che nelle proprie strutture – e in base ai numeri (tessere ed eletti) gestisce il partito è un modello. Per ora quello che si è scelto. Fuor di retorica dobbiamo dircelo: l’unità che abbiamo avuto in questi ultimi due anni è frutto di questa scelta. Certo c’è una domanda che si pone con forza: nella selezione del gruppo dirigente, a tutti i livelli, si è scelto in seguito a un processo di selezione nella società – tra gli iscritti, all’esterno di noi – oppure hanno prevalso fedeltà e utilità alla corrente? Non possiamo più eludere questa domanda, dobbiamo scegliere una strada. Si può continuare così, senza stupirci dei lati negativi, oppure immaginare una nuova forma partito.

Un’altra strada Io sono per provare un’altra via. Non nego il fatto che possano esistere delle affinità politiche e culturali all’interno di un grande partito, e che queste debbano essere usate per arricchire il dibattito interno al partito, nei luoghi dove il confronto deve essere esercitato: i circoli, i territori, i luoghi del lavoro, la società, le sedi nazionali. Da qui nasce e si sviluppa la linea politica, si formano le classi dirigenti, si selezionano i nostri rappresentanti negli organi elettivi e di governo. Dopo l’elezione di Zingaretti, con una battuta, ho esplicitato questo pensiero: non più tweet ma 20 minuti di intervento in pubblico per far emergere i/le migliori. Sono sicuro che avremmo qualche donna in più nel gruppo dirigente e nei posti di governo.

Ricostruzione L’Assemblea è importante anche per definire un profilo ideale e programmatico per i prossimi anni. L’emergenza post Covid (speriamo post), ci permette ancor di più di allungare lo sguardo verso una programmazione di lungo periodo, che consenta al Pd di costruire quel profilo di forza riformista – di radicale riformismo come si è detto da più parti – negli ultimi anni annebbiato da un “governismo” che agli occhi della società ci ha schiacciati su una dimensione di gestione del potere per il potere. Se ciò e possibile, mi spaventa l’avvio di un dibattito interno incentrato sulle formule delle alleanze che annichilisce i contenuti e ancora una volta fa parlare i capi corrente, o loro delegati, con slogan precostituiti senza mai entrare del merito dei contenuti. Ci si divide tra i “subalterni” e quelli che fanno “intelligenza con il nemico” per indebolire il Pd o meglio lanciare un’Opa ostile per riprenderselo. Accuse e slogan facilitano il lavoro di chi deve schierarsi, di chi deve raccontare ed enfatizzare il conflitto interno, ma di certo non ci aiutano a continuare quel lavoro di ricostruzione del partito in tanta parte del territorio italiano, dove ormai siamo ininfluenti e lontani dai problemi e risorse delle comunità.

Confronto e apertura Mi auguro si intraprenda un’altra strada, fatta dalla fatica del confronto, della reale apertura alle tante risorse che ci sono fuori di noi e che vorrebbero un luogo della politica con un conflitto interno anche aspro, ma carico di valori e ideali, nel quale si entra perché c’è un’idea comune di società per la quale combattere insieme, non per iscriversi a una corrente. Oggi ci definiamo riformisti ed europeisti ma, come abbiamo visto con la formazione del Governo Draghi, siamo in molti a esserlo. Se non decliniamo queste auto definizioni moriamo nell’indistinto, o meglio viviamo con l’unico orizzonte del governo purché sia, o meglio dell’amministrare l’esistente su assi e prospettive che ci disegnano altri. A volte può andar bene (Draghi) altre meno (Monti). «A ognuno di noi spetta di fare qualcosa».

*Membro della Direzione nazionale Pd ed ex sindaco di Perugia

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