lunedì 20 maggio - Aggiornato alle 23:16

Dimissioni Marini, il centrosinistra guadagna tempo ma il voto in autunno è sempre più vicino

Giornata campale tra riunioni e rinvii: si torna in consiglio tra 10 giorni Tra urla, catene, Bostik, mele e Goldoni

La presidente in aula (foto ©️Fabrizio Troccoli)

di Daniele Bovi

Altri 10 giorni di tempo per trovare una posizione unanime, dopo i 20 già trascorsi dalle dimissioni di Catiuscia Marini. La giornata più lunga del consiglio regionale, iniziata intorno alle 9, è finita poco dopo le 6 del pomeriggio, quando l’aula ha accolto la proposta del capogruppo Pd (11 sì e 8 no) di aggiornare la seduta a venerdì 17 – il che ha suscitato non poche ironie – o a sabato 18. Il dato politico della giornata però è uno, e riguarda il braccio di ferro dentro la maggioranza e in particolare dentro il Pd: da una parte quelli che chiedono di staccare la spina e dall’altra quelli che puntano a guadagnare tempo nella speranza che Marini torni sui suoi passi, considerando le dimissioni un errore e accarezzando il sogno di arrivare alla scadenza naturale della legislatura. Ecco, quest’ultima posizione sembra uscire indebolita dalla giornata campale del consiglio regionale, e la sensazione che i giochi siano davvero finiti e che non ci siano margini per recuperare è più forte.

IL RACCONTO DELLA GIORNATA ORA PER ORA

Tempi e modi La spaccatura è testimoniata da due elementi. Il primo riguarda il documento da votare in aula: nel primo pomeriggio ne è circolato uno, brevissimo, firmato dai capigruppo di maggioranza (Brega, Solinas, Rometti e Chiacchieroni), con cui si invitava la presidente a «recedere dalle dimissioni», senza aggiungere ulteriori valutazioni. Connesso a ciò, c’era l’idea di spostare la discussione a dopo le amministrative, magari dopo i ballottaggi del 9 giugno. Il problema è che i numeri dentro il Pd erano risicati (la maggioranza può contare su 13 voti): Marini, per ovvie ragioni, non avrebbe partecipato al voto, Leonelli avrebbe respinto il documento, Barberini non era presente e pure sul voto di Paparelli c’era più di un dubbio. E quindi invece di andare in ordine sparso e spaccarsi pubblicamente, nel corso delle tante riunioni che si sono susseguite a prevalere è l’altra linea: dibattito in aula in tempi brevi, cioè entro il 17 (per i non scaramantici) o il 18, così da poter arrivare con una posizione chiara e unanime.

OPPOSIZIONI: «ANDREMO DAL PREFETTO»

Le difficoltà Una delle ipotesi è che la prossima settimana in aula possa arrivare un documento in cui si prende atto delle dimissioni e si dichiara chiusa la legislatura, ovviamente con tutta una serie di passaggi utili a rivendicare il lavoro fatto e i risultati raggiunti nel corso di questi anni, senza dare l’idea di buttare il bambino con l’acqua sporca. Il che rappresenterebbe una netta inversione di marcia rispetto alle dichiarazioni di lunedì del capogruppo Chiacchieroni, che considerava l’esperienza del gruppo dem non ancora terminata; un quadro che testimonia il momento di grande difficoltà del Pd umbro, spaccato e che vive in un clima, anche in vista delle prossime regionali, da si salvi chi può, timori di finire tra i sommersi invece che tra i salvati e rapporti umani, prima che politici, in molti casi ormai logori. Un partito dove da una parte c’è il commissario che dichiara chiusa la legislatura e chiede scusa agli umbri, dall’altra chi pensa che il gruppo debba andare avanti.

FOTOGALLERY: I GIORNO PIÙ LUNGO DEL CONSIGLIO

Marini c’è La prima sorpresa di giornata è stato l’arrivo della presidente, dato in forse nei giorni scorsi («ho riflettuto molto – dirà in aula – e ho scelto il rispetto istituzionale»); il documento scritto con il suo avvocato Nicola Pepe dunque non è stato semplicemente letto in aula, caso nel quale, secondo l’interpretazione data da alcuni giuristi, le dimissioni sarebbero state esecutive. Al quinto piano di palazzo Cesaroni, a metà mattina, fuori dalla sala in cui sono riuniti i consiglieri di maggioranza a tratti si sentono le urla (Brega abbandonerà la riunione anzitempo), mentre fuori le facce di assistenti e collaboratori sono serie e tirate. La presidente scenderà poco dopo per iniziare il suo discorso. Dalla difesa a spada tratta del lavoro fatto negli ultimi anni a quella della lunga stagione di governo della sinistra e del centrosinistra umbro, dalle bordate alle opposizioni e ai colleghi di partito alla voglia di difendersi dalle accuse fino alla rivendicazione di autonomia, lealtà nei confronti delle istituzioni e trasparenza, Catiuscia Marini ha parlato per 36 minuti.

Serve una discussione Un tempo in cui è mancato però un elemento centrale, ovvero un’analisi politica dell’inchiesta che ha decapitato i vertici di Pd e Regione e scosso in modo profondo l’opinione pubblica; di quella sanità che, nel 2016, è stata all’origine di una crisi di giunta, durata mesi, scatenata dallo scontro sulla nomina dei direttori. In primis la presidente ha ribadito che le sue sono dimissioni derivanti da motivazioni politico-istituzionali, non personali, e che quindi serve una discussione in assemblea. Ovviamente la vicenda giudiziaria ha provocato «un impatto rilevante» sull’Umbria ed è per questo e per ragioni «di opportunità politico-istituzionale, di responsabilità, di lealtà e per non rendere ancora più fragile il rapporto tra istituzioni e cittadini che ho dato le dimissioni», confermate pure martedì pur lasciando all’aula la possibilità di «esercitare il proprio diritto di decidere quale percorso intraprendere».

Ci sono differenze Marini ha ribadito la sua estraneità ai fatti, separato i tempi e il percorso giudiziario da quello politico, detto no a qualsiasi strumentalizzazione politica e chiesto di salvaguardare il lavoro della giunta, della Regione e degli operatori della sanità. All’assemblea, ha detto, non spetta entrare nella vicenda giudiziaria bensì affrontare gli aspetti politici: Marini ha invitato perciò il Pd «a non prendere alcuna scorciatoia o rimozione» e a pensare anche alla «modalità con la quale si relaziona alla società regionale e alle istituzioni», sottolineando che le dimissioni «impongono una discussione» dentro e fuori dall’aula, in particolare in quel Pd dove qualcuno vorrebbe semplicemente «guardare avanti senza discutere, chiudendo una porta, senza misurarsi sulle responsabilità politiche della natura stessa di questo partito, delle sue relazioni interne e delle modalità con cui si è relazionato a parti della società cittadina e regionale, anche sulle differenze che hanno caratterizzato ciascuno di noi, dentro e soprattutto fuori da questa aula». Poi è arrivata la rivendicazione di essersi «sempre sottratta a pratiche politiche non chiare, difendendo in ogni caso la trasparenza».

Le bordate Non sono mancate le bordate ai colleghi di partito: «Alcuni – ha detto a chi cerca di smarcarsi – tentano di approfittare delle vicende e della loro straordinarietà per tentare di aprirsi uno spazietto di notorietà e visibilità, che l’attività ordinaria non gli ha mai riservato»; poi, riferendosi molto probabilmente al commissario del partito, ha detto di diffidare di quelli «di quelli che andati a Roma tornano con la supponenza di aver visto la città e i suoi poteri e vorrebbero spiegare le cose del mondo a noi della provincia». Ce n’è anche per le opposizioni, giudicate garantiste a seconda del partito a cui appartengono gli indagati e non sempre portatrici, in Umbria, di grande innovazione nei comuni dove hanno governato o governano ancora. Marini ha chiesto anche più trasparenza nei rapporti tra sanità, mondo accademico, professionale-sindacale ed economico, e al Pd d spingere su «riformismo e garantismo». La voce si rompe solo quando ricorda il 6 marzo del 2013, quando al Broletto furono brutalmente uccise due dipendenti della Regione («lì ho capito quanto la durezza rabbiosa di un dibattito pubblico e mediatico può diventare un’arma pericolosa su persone difficili»), e al terremoto del 2016. Due passaggi usati per spiegare che «solo in parte questo delle dimissioni è stato per me il tornante più difficile». «Chiarirò la mia posizione e ci sarà un tempo che restituirà valore alle cose che ho fatto in questi anni». Per scrivere definitivamente la parola fine c’è ancora un po’ di tempo.

Twitter @DanieleBovi

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