giovedì 23 maggio - Aggiornato alle 08:57

Dimissioni, altro giro a vuoto in maggioranza. Le chiavi della legislatura tra le mani della presidente

Gli irriducibili mantengono il punto, Leonelli ribadisce il no: centrosinistra senza posizione chiara. Venerdì ultima chiamata

La presidente in aula (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi

Altro giro a vuoto mentre il tempo stringe. Dopo il summit romano mercoledì pomeriggio a Palazzo Cesaroni la maggioranza di centrosinistra è tornata a vedersi per provare a sbrogliare l’intricatissima matassa che ha cominciato ad attorcigliarsi il 16 aprile, giorno delle dimissioni di Catiuscia Marini. Viste anche le assenze di Cecchini e Smacchi (a Gubbio per i Ceri), Pd e soci hanno deciso di rivedersi venerdì alle 10, quando alla cruciale seduta di sabato mancheranno 24 ore. Le posizioni sono rimaste distanti e non ce n’è una unitaria da portare in aula: Porzi, il capogruppo Chiacchieroni, Casciari e altri puntano a respingere in modo secco le dimissioni e a portare a termine la legislatura, mentre Leonelli ha ribadito di voler staccare la spina e Paparelli è in bilico.

IL VERTICE CON ORLANDO

Bersani Tra gli alleati, Rometti è pronto a respingere le dimissioni solo di fronte a una presa di posizione chiara della presidente, tenuta a spiegare se è intenzionata a portare a termine la legislatura o a chiuderla qui. Solinas, che da poche ore ha restituito la tessera di Mdp, mercoledì a Palazzo Cesaroni ha incontrato Pierluigi Bersani, arrivato in città per un’iniziativa a sostegno di Giuliano Giubilei. «Sono contento di essere qui – ha detto l’ex segretario del Pd – e stasera andrò anche a Terni. Questo vuol dire che ho l’istinto di andare dove c’è una traversia. Siamo un po’ ammaccati e se c’è il morale basso bisogna tirarlo su, non è che possiamo stare lì a pettinar le bambole. Bisogna abbassare il dirigismo e fare quello che pensa la gente, mettendoci coraggio e generosità».

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La riunione Mercoledì tra i dem si è parlato ovviamente anche degli esiti della riunione romana, sui quali sono state ribadite le opposte visioni: da una parte gli ‘irriducibili’ che ci hanno scorto un cambio di linea della segreteria nazionale, dall’altra coloro che hanno ribadito le parole di Verini; insomma, è muro contro muro. Chiacchieroni nel pomeriggio ha di nuovo sottolineato che il gruppo deciderà in autonomia e ha rimesso sul tavolo il tema del garantismo: «Zingaretti – scrive – in diverse occasioni pubbliche ha riaffermato la natura garantista del nostro partito. Il linea con tale posizione l’incontro di ieri ha trovato un costruttivo svolgimento al fine di affrontare la delicata questione politica che interessa la nostra Regione». Poi il capogruppo dà voce a quel pezzo di partito che per le dimissioni della presidente mette sul banco degli imputati le pressioni romane: «Personalmente – prosegue – sono in totale sintonia con il mio segretario nazionale nell’affermare con forza che: “C’è solo una cosa peggiore del giustizialismo, ed è il giustizialismo di partito per il quale si fa dimettere una persona per l’interesse del partito…”».

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Numeri e chiavi Nella maggioranza c’è però anche il timore di andare allo sbaraglio. Sabato per respingere le dimissioni (nel qual caso Marini avrebbe 15 giorni di tempo per decidere se confermarle o recedere dalle stesse) serviranno 11 voti al centrosinistra e se la presidente e Barberini non parteciperanno, a quel punto basterebbe il niet o anche solo l’astensione di Leonelli per far saltare il banco. Dall’altra parte della barricata, cioè tra i banchi delle opposizioni, c’è chi  non vede di buon occhio il voto segreto (che stando al regolamento dell’assemblea è possibile «solo su questioni riguardanti persone») e chi, complici tutti gli occhi addosso nel corso di una seduta che si annuncia affollatissima, non ha voglia di fornire una sponda anche se nel centrosinistra qualcuno pensa di riuscire a intercettare qualche voto. Al di là di tutti i se e i ma in realtà le chiavi della legislatura sono di fatto tra le mani della presidente: se le dimissioni sono in ogni caso irrevocabili allora la battaglia di chi punta arrivare al 2020 pare sostanzialmente vana, se invece c’è l’intenzione di lasciare aperto uno spiraglio (come è parso di capire dall’intervento in aula del 7 maggio) allora il quadro cambia.

LA PETIZIONE

Petizione In tutto ciò, si moltiplicano le prese di posizione di quelli che pensano che sia meglio fermarsi qui. Dopo sindaci come Betti e candidati come Giubilei, da alcune ore circola la petizione di un gruppo di giovani di centrosinistra («Difendere la storia, riaccendere la speranza: appello per un nuovo corso») sottoscritta al momento da una 90ina di persone. Giovedì, invece, toccherà alle assemblee provinciali del Pd prendere una posizione: una mossa, quella di convocarle, giudicata strumentale da chi vuole chiudere la legislatura visto che lì dentro c’è una solida maggioranza Bocci-Marini. Quel che è certo è che rimangono poche ore per trovare una posizione comune e non andare allo sbaraglio in consiglio.

Twitter @DanieleBovi

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