martedì 20 agosto - Aggiornato alle 23:26

Crisi di governo, con il taglio dei parlamentari sette umbri dovrebbero dire addio allo scranno

La riforma costituzionale è attesa dal quarto e ultimo passaggio in Aula: l’Umbria passerebbe da 16 a 9 seggi

Il palazzo di Montecitorio

di Daniele Bovi

Strettamente collegato al tema della crisi di governo c’è quello del taglio del numero dei parlamentari, che avrebbe un forte impatto sull’Umbria. Il destino della riforma costituzionale al momento non è chiaro: l’ultimo passaggio previsto dalla Carta, dopo i due al Senato e quello alla Camera, è previsto a Montecitorio il 22 agosto, quando ci sarà l’esame del provvedimento, e non più all’inizio di settembre. Quanto alle possibili conseguenze per l’Umbria, la regione vedrebbe notevolmente ridotta la propria rappresentanza parlamentare. Oggi gli onorevoli umbri sono in tutto 16, 17 da quando, con una decisione controversa e contestata, un seggio del Senato che spettava al M5s è stato ‘spostato’ dalla Sicilia all’Umbria, con conseguente ingresso della perugina Emma Pavanelli.

Gli umbri Pavanelli a parte, dopo il 4 marzo di un anno fa la pattuglia umbra di parlamentari è così composta: alla Camera ci sono Emanuele Prisco (Fdi), Virginio Caparvi (Lega), Riccardo Marchetti (Lega), Catia Polidori e Raffaele Nevi di Fi, i pentastellati Tiziana Ciprini e Filippo Gallinella e i pd Anna Ascani e Walter Verini; al Senato ci sono i leghisti Luca Briziarelli e Donatella Tesei, la forzista Fiammetta Modena, Franco Zaffini (Fdi), Stefano Lucidi (M5s), Leonardo Grimani e Nadia Ginetti del Pd. Per molti di loro però, in caso la riforma superasse anche l’ultimo ostacolo e sempre se venissero ricandidati tutti, le porte di Camera e Senato rimarrebbero chiuse.

Le conseguenze Se la riforma ricevesse il via libera i parlamentari umbri della prossima legislatura sarebbero soltanto nove, sei alla Camera (-33%) e appena tre al Senato (-60%). In tutto, il testo della riforma prevede 400 deputati al posto dei 630 attuali e 200 senatori invece di 315, riducendo ancora di più il rapporto tra numero di onorevoli e popolazione (l’Italia è tra gli ultimi posti in Europa). Un taglio molto criticato perché non inserito in un quadro più complessivo (il bicameralismo perfetto non viene toccato) e perché in questo modo di fatto si comprime la rappresentanza. Se anche, nei mesi prossimi, si dovesse rivedere la legge elettorale in senso puramente proporzionale (eliminando quindi la quota maggioritaria del Rosatellum), ciò mitigherebbe solo parzialmente gli effetti della sforbiciata dato che, per ottenere un seggio, la soglia di sbarramento implicita sarebbe molto alta.

Il percorso In caso di approvazione il Quirinale ha già fatto capire chiaramente che non si tornerebbe alle urne subito dopo, rimandando così l’entrata in vigore del taglio alla legislatura seguente. La Costituzione stabilisce che, entro tre mesi dalla loro pubblicazione in Gazzetta ufficiale, le leggi di revisione della Carta possano essere sottoposte a un referendum; una strada possibile dato che, in seconda lettura, la riforma non ha ottenuto la maggioranza dei due terzi. Oltre ai tre mesi per far svolgere l’eventuale referendum, la legge prevede anche un periodo di 60 giorni dall’entrata in vigore entro i quali ridisegnare i collegi, che andrebbero ovviamente adattati al numero ridotto di parlamentari. In caso di sì definitivo dunque, tutto porta a spostare nel 2020 la data del voto.

Twitter @DanieleBovi

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