giovedì 3 dicembre - Aggiornato alle 14:56

Aborto, Tesei: «Pronti a rivedere delibera». Doppia manifestazione e petizione con 15mila firme

La presidente al ministro che ha chiesto un nuovo parere al Css: «Ci atterremo a esso». Domenica protesta in piazza

di Daniele Bovi

«Siamo pronti a rimodulare la nostra delibera in base alle considerazioni del Consiglio superiore di sanità». Mentre il caso della modifica il protocollo sugli aborti farmacologici in Umbria è divampato a livello nazionale, la presidente della giunta Donatella Tesei ancora una volta decide di evitare lo scontro frontale col governo e invia una lettera conciliante al ministro della Salute, Roberto Speranza.

LA DOPPIA DELIBERA

La lettera Il ministro, dopo la decisione della giunta Tesei di eliminare il regime di day hospital per l’assunzione della pillola RU486, obbligando la donna a un ricovero di tre giorni, aveva chiesto un nuovo parere al Consiglio superiore di sanità sulle modalità dell’interruzione di gravidanza farmacologica. «Accogliamo positivamente l’interessamento del ministro su un tema delicato – afferma Tesei nella lettera –. L’approccio che va seguito deve essere scevro da condizionamenti ideologici e deve avere come pilastri la libertà di scelta e la tutela della salute della donna. La nostra delibera, che si adegua all’attuale norma nazionale, va proprio in tal senso: nello spirito di voler stare accanto alla donna in un momento complesso, dandole massima considerazione, assistenza e supporto».

ABORTI DIMEZZATI IN 10 ANNI: I NUMERI

No intenti oscurantisti Tesei si difende dagli attacchi ricevuti da più parti, tra cui c’è chi ha definito il provvedimento un «ritorno al Medioevo», sottolineando che «non vi sono intenti oscurantisti come, da alcune parti, si è voluto far credere. Il fatto che il ministro abbia reputato necessario rivalutare la norma, alla quale fanno riferimento la maggior parte delle Regioni, dimostra che l’argomento richiede la massima attenzione e deve essere affrontato da un punto di vista scientifico e non, come detto, meramente ideologico. La stessa Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani (Aogoi), attraverso la sua presidente, ha espresso la necessità e l’opportunità di aprire una discussione in tal senso».

DAI GINECOLOGI A SAVIANO, CORO DI PROTESTE

Manifestazione e petizione Nel frattempo le associazioni del mondo femminista e non solo stanno lavorando a una manifestazione che, salvo cambi di programma, si dovrebbe tenere domenica alle 18 nel centro storico di Perugia. Un’altra, stavolta giovedì 25, sarà organizzata in piazza Italia in concomitanza con la seduta del consiglio regionale. Su Change.org, poi, c’è una petizione che in poche ore è stata firmata da oltre 15 mila persone: «Un ricovero prolungato, non necessario, non farà altro che ledere ulteriormente – è detto nella petizione – la psiche di chi si trova a compiere una scelta, in ogni caso delicata e affatto semplice, oltre ad appesantire, inutilmente, il già provato sistema sanitario». «Con questa decisione e questo metodo invasivo, riportiamo indietro le lancette nel tempo di più di mezzo secolo, per le donne umbre, eliminando tutti quei diritti inalienabili che si erano acquisiti con tanta fatica ed orgoglio».

LA PETIZIONE

La Sigo A intervenire sulla delibera della Regione, mercoledì, è anche Roberto Jura, consigliere del direttivo della Società italiana di ostetricia e ginecologia: «La posizione della Sigo – ha detto a Radio1 – è corretta, credo, e si riferisce alla produzione scientifica a livello mondiale che dice che non esistono giustificazioni per un ricovero di tre giorni per un percorso di interruzione di gravidanza farmacologico, perché non esistono praticamente rischi; «diverso – ha aggiunto – è il caso dell’interruzione di gravidanza chirurgica che richiede un’anestesia e un intervento chirurgico. Se si chiede un parere medico – ha aggiunto – non esiste alcun motivo perché la donna debba essere ricoverata ma non è un’opinione del dottor Jura, è proprio così a livello scientifico. Far passare questa decisione come una decisione per la tutela della donna è molto difficile perché non esistono assolutamente motivi medici per essere ricoverati. Mi auguro che il Consiglio superiore di sanità riveda quello che aveva scritto nel 2010, fermo restando che in moltissime regioni italiane già viene fatto in day hospital». Jura, poi, sottolinea che il termine entro il quale intervenire andrebbe elevato da 7 a 9 settimane, come avviene in Europa e come aveva stabilito in un primo tempo la giunta, salvo poi cambiare idea poche settimane dopo.

Le posizioni Di scelta «puramente ideologica che non ha nulla a che vedere con la sicurezza delle donne e non supportata da dati scientifici» parlano Lucia Bongarzone, (responsabile nazionale PD Pari opportunità e politiche per le famiglie), Valeria Cardinali (vice responsabile organizzazione nazionale) e Monica Cirinnà (responsabile nazionale Pd Diritti). Francesco Tanzarella (Per la Sinistra per un’altra Europa) sottolinea l’alto numero di obiettori di coscienza in Umbria e la volontà di «restaurare un clima culturale di repressione delle libertà individuali e in particolare dell’autodeterminazione delle donne». Dura anche la Cgil regionale, che chiede al ministro Speranza di «assumere una decisione politica che renda esigibile il diritto a tutte le donne, ricorrendo alle pratiche meno invasive e meno lesive del diritto di scelta e della privacy». Giuseppe Mattioli invece (La Sinistra per Perugia) denuncia «con forza il grave atto della giunta di destra, e parla di una «delibera antisociale e antistorica».

Pd e SeL In consiglio regionale, poi, i dem Tommaso Bori e Simona Meloni hanno depositato un’interrogazione che sarà trattata giovedì: “La notizia di quanto sta accadendo in Umbria – sottolineano – ha ormai superato i confini regionali, per indecenza e grado di violenza rivolta contro i diritti delle donne, e siamo fieri di aver segnalato per primi al ministro questa vicenda e denunciato questa scelta ‘gravissima, irrazionale e irrispettosa’, così come l’ha definita Roberto Saviano, che fa tornare indietro le lancette della storia ai tempi di un buio oscurantismo sessista». Elisabetta Piccolotti di Sinistra Italiana-Leu mette nel mirino l’assessore alla Sanità Luca Coletto e Simone Pillon («hanno deciso tutto loro») e attacca Tesei, ospite martedì di Radio Capital: «Non sapeva il numero dei ginecologi obiettori nella sua regione. Non sapeva – dice – quanti casi di complicanze sono stati registrati in Umbria con l’utilizzo della pillola abortiva. Non è riuscita a nominare concretamente nessun rischio sanitario derivante dall’assunzione della RU486. Non sapeva come fanno nelle altre regioni. Non ha risposto alle domande sulla negata privacy delle donne. Non ha fatto altro che balbettare quando le hanno chiesto se fosse più alto il rischio di complicanze a casa o il rischio di contrarre il Covid in ospedale».

Gandolfini Ad applaudire la decisione della giunta è invece Simone Gandolfini, presidente e animatore di quel Family day che pochi giorni prima delle regionali, a Perugia, sottopose un manifesto a tutti i candidati: «In questo modo – dice – la presidente e la sua giunta tengono fede a quel patto per la vita e la famiglia siglato con il Family Day e l’Associazione famiglie numerose prima delle elezioni». Per Gandolfini «è una scelta in favore delle salute delle donne e che combatte quel processo di banalizzazione dell’aborto molto pericoloso soprattutto le ragazze più giovani che, ingannate dalla mentalità dello scarto, usano l’aborto come metodo contraccettivo».

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