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venerdì 17 settembre - Aggiornato alle 20:54

Aborto, la doppia delibera: in meno di un mese la Regione si è corretta. Speranza: «Ora nuovo parere»

A maggio si parla di pillola anche a domicilio, poi a giugno cancellazione del day hospital. Sanitari: «Rischio di piegare dibattito a temi politico-elettorali»

Il reparto di un ospedale (foto ©U24)

di Daniele Bovi e Maurizio Troccoli

È il 13 maggio scorso quando la giunta regionale, pochi giorni prima della fine del lockdown, adotta le linee guida per gestire la sanità nella cosiddetta fase 2. Nel lungo documento, quasi alla fine, a pagina 63 si parla anche dell’Ivg, ovvero dell’interruzione volontaria di gravidanza; sulla base del decreto ministeriale del 3 marzo, Palazzo Donini fornisce indicazioni alle aziende sanitarie e ospedaliere umbre affinché le attività vengano rimodulate senza interruzioni e limitazioni, «ponendo in essere tutte le misure utili a contenere e contrastare la diffusione della pandemia». Oltre a queste ultime, a proposito della pillola RU486 si sottolinea che «tutte le società scientifiche concordano nel promuovere maggiormente la modalità farmacologica», anche per i minori rischi, per «il miglior esito» per la salute della donna e per i minori accessi in ospedali in un periodo complesso.

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Le indicazioni Le linee guida, a proposito della promozione del metodo farmacologico, suggeriscono di ridurre il numero di accessi in day hospital terapeutico/interventistico, che prevede «un unico passaggio nell’ambulatorio ospedaliero, con l’assunzione del mifepristone e la somministrazione a domicilio delle prostaglandine; in più si definisce «auspicabile convertire la prestazione in regime ambulatoriale», cioè si dice che può essere garantita anche fuori da un ospedale. Oltre alle consulenze da remoto per monitorare le condizioni di salute della donna nei giorni in cui il farmaco viene assunto a domicilio e i controlli ecografici non in un ospedale, si prevede anche l’ampliamento del limite di trattamento da 7 a 9 settimane di gravidanza, come auspicato peraltro anche dalla Sigo, la Società italiana di ginecologia e ostetricia. Nel complesso, una modalità che «riduce notevolmente i rischi di contagio sia per la paziente che per gli operatori oltre a diminuire il disagio per le pazienti costrette ad effettuare più accessi». In questo documento, quindi, non compare alcuna volontà di cancellare la delibera di fine 2018 con cui la giunta Marini stabilì la possibilità di ricorrere al metodo farmacologico anche in day hospital.

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Il nuovo atto In meno di un mese però il quadro cambia. Il 10 giugno infatti la giunta rivede le linee guida, destinate stavolta non alla fase 2 bensì a quella 3. Il paragrafo destinato all’Ivg, a pagina 44, stavolta è molto più breve e, dopo la parte introduttiva, la giunta si limita a disporre «il superamento delle indicazioni» previste a fine 2018 e, sulla scorta di quelle del Ministero della salute risalenti ormai al 2010 e del Consiglio superiore di sanità, si ribadisce la necessità del «regime di ricovero ordinario». E proprio su questo tema è intervenuto martedì il ministro della Salute Roberto Speranza, che alla luce delle più recenti evidenze scientifiche, ha richiesto un parere al Consiglio superiore di sanità «in merito alla interruzione volontaria di gravidanza con il metodo farmacologico. L’ultimo parere in materia – ricorda il Ministero in una nota – era stato espresso dal Css nel 2010».

Sicurezza Secondo fonti sanitarie perugine intanto, che preferiscono rimanere anonime valutando «l’attuale dibattito troppo acceso» per garantire un sereno confronto scientifico sull’argomento. C’è il rischio, secondo quanto spiegato, che in questa fase il tema venga piegato a «necessità politico-elettorali, prima ancora che ideologiche, piuttosto che realmente legate alla salute della donna. È vero infatti – viene detto ancora – che l’aborto chirurgico è più sicuro per la donna, come è vero tuttavia che in caso di donne che ripetono più aborti nella propria vita, il ricorso all’intervento è maggiormente invasivo sull’utero rispetto al ricorso farmacologico. Entrerebbe tuttavia in campo tutto il tema legato alla contraccezione che dovrebbe, ai tempi d’oggi, evitare comunque un continuo ricorso all’aborto da parte della stessa persona».

I rischi A Umbria24 viene spiegato anche che al di là del rischio di morte, che è estremo, il ricorso alla pillola abortiva «non è senza alcuna conseguenza fisica per la donna», a volte sottoposta a «forti contrazioni». Ma cosa in sostanza sarebbe cambiato in Umbria dal 2011, data a cui fare risalire il protocollo sperimentale della pillola abortiva e dal 2018, per i medici e le donne? «A Perugia – sempre fonti sanitarie a Umbria24 – sostanzialmente nulla, anche perché sopraggiunto il caso Sanitopoli, non ci sono state le condizioni per determinare l’applicazione del protocollo. Mentre a Orvieto, Narni, Spoleto e Città di Castello si è dato seguito al protocollo. Che prevede la somministrazione della pillola in day hospital e il ritorno a casa dopo tre ore. Poi ritorna dopo due giorni per assumere altri farmaci e per espellere in caso non ci fosse riuscita a casa. A Perugia, invece, si è continuati ad agire nel quadro della legge nazionale, rimanendo in ospedale, tranne per chi firmava le dimissioni volontarie». Uno scenario che viene segnalato dagli addetti ai lavori potrebbe essere il tentativo di bypassare l’obiezione di coscienza. Ovvero considerando l’obiezione come un ostacolo per la donna che vuole abortire, si tenterebbe la strada farmacologica per superarlo. «Ma non avrebbe senso né in questa regione – viene detto – né in altre regioni dove viene applicata la Ivg farmacologica, per la semplice ragione che sono aree nelle quali non si registrano ritardi sulle interruzioni richieste».

Gli ostacoli «Diverso sarebbe – continuano – in regioni in cui ostacoli ideologici possono essere maggiormente incisivi per la donna, come in alcune aree del Sud. Basta un semplice medico che consegna la pillola in mano, quindi ne basterebbe uno non obiettore. Perché anche il resto dei medici, in caso di raschiamento o di complicanze, quando la donna ha già compiuto l’aborto a casa, sono tutti tenuti comunque a intervenire, come è giusto che sia, che siano oppure no obiettori». Sul discorso di esposizione al contagio da coronavirus, «è come dire che tutte le donne in gravidanza che vengono per una visita siano esposte al rischio di malattia». Insomma la «permanenza in ospedale, fino all’espulsione del feto o comunque per i tempi minimi in cui possono verificarsi complicazioni per chi ha assunto la pillola», se da un lato è vista come un ulteriore ostacolo ideologico da piazzare sul percorso complicato della donna che decide di abortire, dall’altro è vista come una rassicurazione. Mentre sul rapporto tra l’Italia e gli altri paesi europei che applicano il regime di day hospital, per l’Ivg, viene detto che «è vero che paesi considerati più avanzati hanno protocolli farmacologici in day hospital. Come purtroppo è anche vero che in molti paesi a bassissimo livello di assistenza sanitaria, come l’India ad esempio, viene applicato lo stesso regime, senza neppure il day hospital, per ragioni diametralmente opposte».

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