sabato 1 ottobre 2016 - Aggiornato alle 05:12
17 maggio 2016 Ultimo aggiornamento alle 15:14

Perugia, Mencaroni: «Recessione passata, ma non è ancora vera ripresa». Cresce il terziario

Il presidente della Camera di commercio durante la 14esima Giornata dell'economia: «Nella nostra provincia tessuto sofferente ma solido. Segnali ancora troppo deboli»

Perugia, Mencaroni: «Recessione passata, ma non è ancora vera ripresa». Cresce il terziario
Al centro il presidente Mencaroni

di Daniele Bovi

Un sistema economico «sofferente ma solido e vitale», dove però «la ripresa non è ancora reale benché la recessione sia tecnicamente superata: i segnali sono troppo deboli e neanche le famiglie, oltre alle imprese, percepiscono una ripresa vera e propria». Le parole sono del presidente della Camera di commercio di Perugia Giorgio Mencaroni, che martedì nel corso della quattordicesima Giornata dell’economia ha presentato il rapporto sullo stato di salute di quella della provincia di Perugia. Un’economia dove la «terziarizzazione», caratteristica storica del tessuto provinciale, rappresenta una tendenza che si va ancora più rafforzando. Nei primi tre mesi dell’anno sono nate 1.241 nuove imprese e 1.480 hanno cessato l’attività: il saldo è dunque negativo (meno 239 unità), ma è il migliore dal 2011 e complessivamente lo stock è pari a 72.782 unità produttive.

La composizione Se si guarda la base imprenditoriale dall’ottica della composizione interna, si nota non uno stravolgimento ma «significative mutazioni» sì: arretrano agricoltura e costruzioni, rimangono stabili commercio e industria e aumenta tutto il settore degli «altri servizi», cioè tutte le realtà che si occupano di welfare, terziario avanzato e così via. Il 23 per cento delle imprese sono ormai catalogate sotto questa categoria, mentre il 24 per cento appartiene a quella del commercio, il 21 per cento all’agricoltura, il 14 per cento alle costruzioni, l’11 per cento all’industria e il 7 per cento al turismo. Secondo il rapporto ad appesantire l’economia provinciale sono alcuni «elementi di criticità», come la scarsa propensione all’export (17,2 per cento contro una media nazionale del 28,2 per cento) e l’alto tasso di disoccupazione giovanile (34 per cento).

I numeri «La situazione purtroppo risulta particolarmente critica – ha detto Mencaroni – quando si fa riferimento alla realtà giovanile, anche se il dato è è sensibilmente inferiore rispetto al 40 per cento dello scorso anno». Altra nota dolente il credito e in particolare «il suo costo decisamente elevato: a fine dicembre 2015 – ha spiegato il presidente – il tasso medio di finanziamento effettivo per rischi a revoca risulta pari al 9,2 per cento, superiore al tasso delle regioni centrali, 6,4 per cento, e di quello medio nazionale, 5,7 per cento». Un credito peraltro che si va sempre più deteriorando, visto l’aumento nel 2015 (+11,4 per cento) delle sofferenze bancarie. Detto ciò segnali incoraggianti, oltre a quelli sulla natimoratlità delle imprese, non mancano. Guardando ad esempio al mercato del lavoro, oltre a promuovere il Jobs act («è stato positivo – ha detto Mencaroni – per la stabilizzazione di alcuni») il presidente guarda agli occupati in crescita nel 2015 (272 mila contro i 264 mila dell’anno precedente), un tasso di occupazione che passa dal 61,9 al 64 per cento e una disoccupazione in leggera discesa (dall’11 al 10,2 per cento).

Export Da sottolineare anche «il significativo dinamismo delle imprese ‘verdi’» che sono in grado di creare occupazione: 4.400 le diverse realtà che hanno investito nel settore della green economy, o che hanno programmato investimenti nel 2015, soprattutto per la riduzione dei consumi di materie prime ed energia. Un settore che, secondo le stime, nel 2016 dovrebbe generare in Umbria oltre 2.500 assunzioni. Bene, nonostante la scarsa propensione a misurarsi coi mercati internazionali e il rallentamento della crescita registrato tra fine 2015 e inizio 2016, anche l’export: 2,583 i miliardi di euro di merci esportati dalle aziende della provincia (quasi 100 milioni in più rispetto al 2014), con un 40 per centro ad appannaggio della meccanica e dell’elettronica, mentre moda e agroalimentare valgono, rispettivamente, il 21 e il 20 per cento; quasi il doppio rispetto alla media nazionale, a testimonianza di quella che Mencaroni chiama «una specializzazione umbra».

Made in Italy «Abbiamo i prodotti migliori – ha commentato Mencaroni – ma non riusciamo ad essere competitivi e quindi c’è qualcosa che non va ancora». Secondo il presidente i mattoni con i quali costruire una ripresa solida e duratura sono due: Made in Italy ed export. «Dobbiamo saper affrontare una sfida – ha detto – che passa attraverso alcune azioni non rinviabili, ovvero la promozione incisiva delle filiere a livello internazionale, la tutela e la valorizzazione dei marchi, oltre ad un efficace collegamento tra la produzione locale e le catene distributive sia nazionali che internazionali».

Twitter @DanieleBovi

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