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lunedì 20 maggio 2013 - Aggiornato alle 19:11
19 febbraio 2012 Ultimo aggiornamento alle 15:37

«Io testimone di reati e abusi di potere. Costretto ad andare a vivere all’estero»

Documenti

Riceviamo e pubblichiamo una lettera inviataci da un nostro lettore in risposta ad un nostro sondaggio sugli abusi di potere. Come specificato in precedenza, garantiamo l’anonimato all’autore della missiva. Allo stesso modo, come l’autore stesso riporta, le affermazioni sono totalmente frutto di un punto di vista personale e per questo sono stati eliminati riferimenti a enti o persone riconoscibili.

«Gentile redazione,

rispondo alla sollecitazione lanciata sulle colonne del giornale. Ho fatto politica per molti anni a Perugia e lavorato a lungo nella cooperazione sociale, anche con ruoli dirigenziali, oltre ad essere stato impiegato quattro anni in un ente pubblico. Ho assistito ad innumerevoli episodi che andavano dal semplice malcostume – civico e amministrativo – all’abuso vero e proprio, al falso ideologico ed in atto pubblico. Ho avuto modo di verificare personalmente una pratica deliberata, metodica e costante dell’uso privatistico, illegale e distorto della pubblica amministrazione. Posso citare la permanente violazione degli accordi sindacali e di norme sul lavoro (a danno di operatori e utenti), le pratiche di “mobbing” (di cui sono stato vittima in cooperativa e nell’ente pubblico dove lavoravo), appalti scaduti rinviati senza motivo per anni per favorire le cooperative amiche rivalutando nel frattempo le condizioni economiche delle convenzioni, o il plafond dei bandi trattato e stabilito prima della gara, secondo criteri di spartizione tali da assegnare alle coop.

La mia esperienza diretta: la libreria Ho assistito a riunioni politiche in cui venivano definite e concordate a monte le varianti da fare al piano regolatore in funzione di soggetti imprenditoriali dell’edilizia definiti e riconoscibili (dai grandi, via via quindi fino alle piccole ditte del circondario). Di molto altro ho avuto solo notizia, ma qui riporto solo la mia diretta esperienza. Io stesso sono stato testimone e vittima, volendo aprire una libreria internazionale a Perugia, della manipolazione della graduatoria per l’assegnazione di fondi: pur avendo fatto il percorso di start up d’impresa, e avendo quindi svolto un percorso di partecipazione e verifica che doveva garantire i più alti livelli di punteggio, la società di cui ero membro non ha goduto del finanziamento perché preceduta da ditte individuali presentatesi all’ultimo momento. Non artigiani di pregio: parrucchiere, pizzerie, ditte di muratoria, tutte situate in una particolare zona della città. Naturalmente la libreria, senza fondi, é fallita prima ancora di partire.

Il collocamento fasullo dei disabili Ma, oltre questi, di cui potrei specificare i dettagli, l’episodio più clamoroso di cui sono stato partecipe risale al periodo in cui ho svolto l’attività in un ente pubblico. Oltre all’ordine esplicito di disincentivare le persone che venivano a reclamare un loro diritto, sbattutomi in faccia dal mio dirigente, ho assisto ad una modalità apparentemente tipica di distrazione di risorse pubbliche. L’occasione é stata, malaffare su malaffare, un inserimento lavorativo fasullo di una ragazza con una malattia cronica senza particolari disabilità né conseguenze, tanto che il suo curriculum traboccava di master e titoli presi in Italia e all’estero, che doveva essere collocata presso un’importante ditta. Mi sono ben presto accorto che l’ufficio, con la complicità del sindacato, in realtà lavorasse per non far adempiere alle ditte gli obblighi di legge rispetto al collocamento dei disabili. Proprio questo era il motivo effettivo del mio richiamo. Nell’ufficio era un via vai continuo di dirigenti e capi del personale che entravano direttamente dalla dirigente per trattare la certificazione di lavoratori già in servizio, che venivano fatti risultare disabili, raggiungendo così la quota prevista di svantaggiati definita dalla normativa. Dovevo seguire il progetto d’inserimento della ragazza per uno stage che si sarebbe immediatamente trasformato in assunzione, il tutto per le conoscenze e le entrature che la sua famiglia poteva vantare (come mi é stato chiaramente specificato dai colleghi).

Crisi da un giorno all’altro Il progetto doveva partire, avevo appena fatto l’ultimo sopralluogo, quando, il giorno dopo stesso la mia ultima visita alla ditta, in cui avevo parlato direttamente con i dirigenti senza che mi avessero comunicato alcuna variazione di programma, oltre alla visione diretta di una impresa in piena attività, il dirigente del mio ufficio mi ordina (le modalità sono queste) di bloccare l’inserimento perché l’azienda aveva dichiarato lo stato di crisi e messo in cassa integrazione straordinaria tutti gli operai: da un giorno all’altro! Non riuscivo a capire. Ho cercato di indagare, chiaramente riscontrando come sempre un pervicace clima di omertà. Alla fine, sono riuscito a sapere che questo metodo, apparentemente usuale, serve alle ditte, con l’assenso del sindacato, per risparmiare gli stipendi e finanziare gli investimenti di fatto stornando denaro pubblico, utilizzando perciò l’ente locale come strumento di garanzia. Essendo un militante politico e sindacale, ho immediatamente sollecitato i rappresentanti della organizzazione di cui allora facevo parte, oltre  a denunciare, pubblicamente, in riunioni e dibattiti, questo episodio come anche tutti gli altri di cui ero stato man mano testimone.

Minacce e intimidazioni Ma le resistenze e le complicità capillarmente diffuse, dipendenti da una macchina perfettamente oliata di controllo e dominio politico ed economico che fa capo soprattutto al partito che spadroneggia nei governi locali umbri, hanno avuto ragione. Sono rimasto isolato e senza lavoro, oltre ad aver subito minacce ed intimidazioni. Dopo la delusione dovuta al fallimento del progetto della libreria, sono andato via da Perugia e dall’Italia. Ora vivo all’estero da quasi cinque anni.

Senza prove? Chiaramente tutto questo in termini di procedimento formale sarebbe del tutto attaccabile. Ognuno di questi fatti, alla fin fine, può essere visto da un’altra angolazione, rientrando quindi nell”opinabile”, nel “soggettivo” – come accade sempre di fronte ai vissuti di vessazione presenti in sistemi organizzati a forte carattere mafioso, faccio notare – : tanto più in termini di onere probatorio. E io, le prove, non ce le ho, come non le ho per le altre centinaia di situazioni che ho visto e vissuto lavorando e facendo politica. Per questa vaghezza dei fatti, per questa apparente aleatorietà delle denunce, che rimbalzano su una barriera inattaccabile fatta di correttezza formale e straordinaria abilità di sviamento, come successo a me, credo che ugualmente anche per molti altri sia difficile rivolgersi alla magistratura. Si badi bene: questo non é un segno di  cattiva coscienza, tanto meno di qualunquismo codardo. È sintomo di paura di restare in balia dell’ostilità inaudita di cui è capace un ambiente che rifiuta di riconoscere e prendere in carico il problema, per mancanza di strumenti, certo, ma anche perché profondamente compromesso. Comunque, sta ad ognuno di fare un riscontro, onesto, tra le cose che riporto e la sua esperienza quotidiana. Anche per questo non faccio nomi. Ma questo è ciò che ho sperimentato, e di questa strana realtà in cui i diritti divengono evanescenti, tra legalità apparente e malversazione reale con cui si nutre un vero e proprio regime, ho comunque fatto le spese.

Grazie della vostra attenzione».

©Riproduzione riservata

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