martedì 21 maggio - Aggiornato alle 23:47

Violenza sulle donne, il vero antidoto è la stima di sé che permette di riconoscerla prima che si compia

L’analisi di Alessandra Bocchetti: «Molte donne sono libere, ma tutti gli uomini sono impreparati alla loro libertà»

di Alessandra Bocchetti*

Se si chiedono lumi a una femminista sulle radici storiche della violenza contro le donne, la prima risposta che si avrà al novantanove per cento è: “Perché non chiederlo a un uomo?”. Si pensa che la violenza che colpisce nei modi più disparati le donne, sia qualcosa che riguardi solo loro, che sia un problema loro. È in realtà un grave problema che investe tutta la società, minacciandola proprio nel suo cuore, nelle relazioni che la costituiscono. Ed è un problema degli uomini, della loro particolare sessualità così coniugata strettamente al potere, con l’idea del possesso, di padronanza, di supremazia. Ma non dobbiamo pensare che la violenza abbia un andamento episodico e che tanti di questi episodi diano vita ad un fenomeno. La violenza non è un fenomeno. La violenza è uno dei principali ordinatori della società, è parte strutturale della cultura a cui apparteniamo. Anticamente aveva addirittura funzione fondativa. Pensiamo alla fondazione di Roma, a Romolo e Remo, è un fratricidio che fonda la città.

Possiamo porre tanti rimedi alla violenza ma per disfarsene veramente è necessario un cambio di civiltà, è necessario cambiare i principi ordinatori della società; ma questi, a tutt’oggi, sono la forza, il potere, il denaro. Se guardiamo alla storia e ai suoi disastri, se guardiamo al tempo presente così difficile e il futuro così poco rassicurante, sarebbe bene cominciare a lavorare intensamente per questo cambio, sapendo che certo non basteranno due o tre generazioni a smantellare una struttura che va avanti da secoli. La violenza che colpisce noi donne fa parte di questa struttura, diciamo di questo antichissimo progetto. Questa violenza limita la libertà di tutte, tutti i giorni. Perché la violenza non è solo in ciò che accade, ma è anche in quello che potrebbe accadere, non sta solo nelle botte, nei lividi, nel sangue, sta anche nella nostra prudenza, nella nostra paura. Rebecca Solnit nel suo bellissimo libro, Gli uomini mi spiegano le cose, dice: “chissà quante belle cose noi donne potremmo fare se non fossimo così occupate a difenderci”. Ogni cultura distribuisce i ruoli. Quando camminiamo per strada e ci capita di vedere un fiocco azzurro o un fiocco rosa attaccato ad un portone, il gioco dei ruoli sessuali è già fatto. Il fiocco azzurro annuncia un insieme di significati, il fiocco rosa altri. Da un uomo ci si aspetta che sia forte, coraggioso e intraprendente, dalla donna ci si aspetta dolcezza, accoglienza e cura.

Tutto questo poi non ha niente a che vedere con la realtà materiale naturalmente, tutte noi abbiamo esperienza della debolezza e della fragilità maschile, come abbiamo esperienza della forza delle donne, del loro coraggio. Diciamo quindi che ci sono due piani, il primo è quello che ha la pretesa di dirci come dobbiamo essere in quanto uomini e donne, per essere normali. Bisogna dire che questo piano ha una grandissima potenza performativa, ha la forza di farci per davvero uomini e donne, non nel corpo perché lo siamo già uomini e donne, ma nei comportamenti e nei pensieri. Bisogna essere una grande forza per disattendere queste forme nelle quali dobbiamo entrare da subito, appena nati. C’è sempre una sofferenza a staccarsi da questo piano. È una sofferenza per un uomo piangere, è una sofferenza per una donna dire “no” quando tutti si aspettano un suo “sì”. Questo piano, la teoria femminista lo chiama piano simbolico di rappresentazione. Qui ci sono le prescrizioni e le aspettative che riguardano i due sessi. Poi c’è il piano della realtà, quello della vita vissuta, e tra i due piani c’è una sorta di corpo a corpo. Da una parte ci sono le prescrizioni e dall’altra ci sono gli eventi più o meno casuali della vita, i desideri non previsti, gli incontri inaspettati.

Quando la Costituzione, le leggi e la cultura non rispettano l’essere donna

Tra le prescrizioni della nostra società con cui dobbiamo fare i conti, la più importante è quella che dice che l’uomo è più della donna. Un tempo, di questa prescrizione non se ne faceva un segreto, era palese, oggi fa una certa vergogna sostenerla apertamente e questo è già un passo avanti. Tuttavia, è bene non cantare vittoria perché questa prescrizione è ancora profondamente attiva, nella coscienza dei più. L’uomo vale di più e la donna vale meno; è per questo che la cultura a cui apparteniamo pretende di mettere le donne al servizio degli uomini, al loro seguito, sotto la loro tutela, come sotto le loro prepotenze, soprusi e violenze. Perché questo sentire è ancora così presente. Non c’è più legge che lo dica? La verità è che le leggi si possono cambiare, ma cambiare una mentalità è molto difficile. Ci vuole tanto tempo e tanto lavoro. Dobbiamo ricordarci che nonostante l’articolo 3 della nostra Costituzione, fino al 1956 vigeva lo ius corrigendi, una legge che autorizzava il marito a picchiare la moglie, qualora, a suo esclusivo giudizio, il comportamento di lei doveva essere corretto. Il bello (eufemismo) è che in questa legge non veniva detto fino a che punto la punizione corporale potesse arrivare, quale era il limite, quanti giorni di ospedale erano consentiti. Questa è storia recente, troppo recente. La scena, il set dei femminicidi è ancora questo.

Mi sono sposata nel 1967, e al matrimonio civile mi sono state lette le regole dello stare insieme tra marito e moglie. Una di queste diceva che qualora mio marito avesse cambiato residenza, in Italia o all’estero, io avrei dovuto seguirlo, se non l’avessi fatto sarei stata passibile di denuncia penale. La mia vita, i miei interessi dovevano essere i suoi, il mio lavoro era secondario, veniva dopo il suo. Ero al suo seguito. Questa legge non c’è più fortunatamente, è sparita con il nuovo diritto di famiglia del 1975. A consegnarmi al suo servizio, invece c’era l’articolo 37 della Costituzione, articolo che è ancora lì. L’articolo 37 parla di lavoro e dice che la donna può fare tutti i lavori che vuole, fatta salva la sua funzione essenziale della cura della famiglia. La funzione essenziale della donna, quindi è la cura della famiglia e famiglia significa marito, figli, casa. Ma nessuno è venuto al mondo con una funzione essenziale, nessuno è venuto al mondo per servire. Mettere sulle spalle di un essere umano una “funzione essenziale” è un atto di schiavismo. L’articolo 37 della Costituzione è uno scandalo a cui al più presto si deve porre rimedio. Altro che Costituzione più bella del mondo, per noi donne non lo è davvero. Per lungo tempo la servitù delle donne, la loro sottomissione, il loro essere meno, è stato percepito come cosa naturale. Gli uomini ci hanno creduto e le donne pure, il che significa che il potere diventa invisibile, è stato digerito e fatto proprio. Quando il potere non si vede ma c’è, si deve parlare di dominio. Intendiamoci, le donne erano di fatto meno in tante cose, erano meno istruite, tenute nell’ignoranza, erano più povere, il loro giudizio non contava, la loro parola non aveva valore, ma non erano meno in sé, non erano meno come esseri umani. Eppure si pensava proprio così. E così pensavano anche le grandi intelligenze, lo credeva Kant.

Ricordiamo tutti la frase: “Il cielo stellato sopra di noi, la legge morale dentro di noi”. Ricordo il mio entusiasmo quando al liceo la sentii per la prima volta. Eppure quella frase non era scritta per me, Kant pensava che le donne non avessero coscienza morale. E quanto ci ha entusiasmato Rousseau con il suo “Discorso sulle origini e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini” un vero contratto sociale deve trovare fondamento non sulla forza ma sul diritto. Sentivo quasi quasi che era detto per me. Invece in quel contratto non solo le donne non erano previste come contraenti, ma neanche come testimoni, in quel contratto le donne entravano solo come oggetto. Di questo non una parola alle giovani allieve. Abbiamo studiato tutto questo con diligenza, alle più brave venivano riconosciuti grandi meriti. Cosa eravamo, mi chiedo oggi, private completamente di pensiero critico, ripetendo con gioia ciò che ci escludeva da tutto. Diligenti, ubbidienti, remissive portavoci. Sapete, io per violenza, non intendo solo occhi neri e maltrattamenti, metto in conto anche questo: la storia e il pensiero raccontati da una voce sola. Ancora oggi si insegna alle ragazze che il codice napoleonico è un passo avanti verso la democrazia e il senso compiuto della cittadinanza, e loro così ripetono, e non le si racconta la perdita secca di libertà delle donne che in questo codice era prescritta, l’asservimento al padre e poi al marito, l’impossibilità di gestire i propri beni, l’impossibilità di firmare un contratto. Ignorare la storia delle donne, non raccontare il loro cammino faticosissimo verso la libertà, verso la coscienza di sé, verso finalmente la possibilità di pensare con la propria testa è un errore. Una delle cause certe della violenza che le donne subiscono è il loro fragile amore di sé, ma non ci si può amare fuori dalla propria storia. Questa è ancora la scuola di oggi, una scuola ottocentesca, dove le ragazze fanno da spettatrici volenterose, ospiti più che dirette interessate. E dove ai ragazzi si insegna, anche non volendo, che il mondo è loro, a grave danno di entrambi e per la società tutta. Le nostre ragazze escono da scuola colte ma non nutrite e questo certo non le ripara dalla violenza.

La lotta contro il dominio sulle donne

Bisogna imparare a vedere la violenza anche dove non sembra esserci. Quando il potere non si vede ma c’è si deve parlare di dominio. Cosa è il dominio? Il dominio è il potere che non si vede, è quando chi è dominato condivide pensiero e ragioni del dominante. Il luogo del dominio non è in prima battuta il corpo, è la mente. Potremmo dire che questo non è più così. Certo non è più così per quelle donne che hanno preso coscienza di sé, ma sono ancora troppe poche. Noi che lottiamo contro la violenza dobbiamo imparare a riconoscere il dominio che resta ancora e che viene agito e agisce contro di noi. Il potere si nasconde ovunque: pensate alla scena del matrimonio tradizionale. Il padre accompagna la figlia all’altare e la consegna al giovane uomo che sarà suo marito, assistiamo ad una perfetta rappresentazione del potere patriarcale. Dove è il dominio, dove si annida. Si annida nella gioia della sposa, inconsapevole del portato simbolico della scena, e si annida nella gioia della madre della sposa, che si trova tra gli spettatori, esclusa dal rito. La sua opera, quella di mettere al mondo e di crescere una creatura, non ha significanti nel rito. Mettere al mondo, crescere ed educare non è un servizio, non è un lavoro, è un’opera, una grande opera, che viene ignorata con l’estromissione della madre dal rito del matrimonio. Domanda: perché le donne si fanno fare questo? Si accorgono del senso della loro remissività? Il rito del matrimonio va cambiato. Come, non dimentichiamocene, va cambiata la cancellazione della madre nel nome dei figli. Ancor oggi i nostri figli portano solo il nome del padre. Il nostro nome dovrebbe raccontare nella sua completezza da dove si proviene, l’intreccio, l’incontro, che ci ha generato, invece ancora oggi un solo nome racconta a chi si appartiene. Questa è ancora violenza. I femminicidi simbolici aprono le porte ai femminicidi in carne e ossa.

Cosa è stato il femminismo. È stata una lotta proprio contro il dominio. Le donne lo sono andate a cercare nel profondo di se stesse. Hanno rivolto a se stesse la paradossale domanda “cosa è una donna?” e sono andate alla ricerca di desideri autentici. Quando mi sento bene? Quando e dove sono a mio agio? Cosa non mi piace? Cosa amo veramente? Cosa mi fa soffrire? È stato un lavoro durissimo e bellissimo, è stato come nascere una seconda volta. Parlavamo più di desideri che di ingiustizie e così ci siamo rimesse al mondo l’una con l’altra. Abbiamo trovato insieme il punto da cui guardare il mondo e da questo punto, finalmente nostro, abbiamo opposto al soggetto Uomo figlio della filosofia occidentale, quello con la U maiuscola, quello che dovrebbe essere tutti, abbiamo opposto un soggetto carnale, vero, vulnerabile, generato dalle relazioni umane. Questo soggetto è quello che permette alle donne il pensiero, pensare se stesse, gli altri, il mondo, una donna non poteva pensare senza corpo. Questo è stato il passo necessario per essere veramente libere. Oggi molte donne pensano, molte donne viaggiano, studiano, lavorano. Siamo cittadine, votiamo, paghiamo le tasse, scegliamo, giudichiamo. Oggi possiamo pronunciare una frase che è in sé la prova che siamo fuori ormai dal patriarcato. Oggi possiamo dire “sarò madre quando lo voglio io”. Attenzione però, molte donne sono libere, ma tutti gli uomini sono impreparati alla loro libertà.

Le donne sono state da sempre oggetto di violenza, ma il senso della violenza che colpisce le donne oggi è la loro libertà, libertà nel giudizio, nello spazio, nel cuore.
Sempre ci coglie un dolore speciale alla notizia di una donna uccisa o maltrattata. Questo dolore speciale non lo prova nessun altro, nessun uomo, né un uomo lo prova alla notizia di un altro uomo ucciso. Dobbiamo quindi lavorare su questo nostro dolore speciale, capirne il senso, un senso fatto di storia, di umiliazioni, ma anche di rinascita. Dobbiamo sentire che un “no” di una donna all’infelicità, a difesa della sua dignità, è detto per tutte noi. È questo il perché del nostro dolore speciale. Ma quando è cominciata questa nostra libertà? Delle volte mi diverto a pensare chi sarà stata la prima donna che si è chiesta “ma chi ha fatto queste regole? Chi ha deciso chi è più e chi è meno? Chissà dove viveva a Nord o a Sud. Era laica? Era religiosa? Sì forse era religiosa e si sarà detta: “Dio che è buono e giusto e amabile non può aver messo metà delle sue creature a servire l’altra metà”. L’avranno uccisa? Probabilmente sarà andata così. Quando sento parlare dei morti delle torri gemelle, 2.974, e vedo il culto e l’affetto vivo di cui sono oggetto, mi viene da pensare ai milioni e milioni di donne uccise. Marina Terragni nel suo ultimo libro dice: “verrà un momento nella storia in cui ci si volterà indietro e si vedrà con chiarezza la strage delle donne, il loro supplizio, il loro martirio. E ci si chiederà come sia stato possibile e per un tempo così lungo”. Sono spesso invitata a corsi di preparazione per il personale delle case di accoglienza per donne maltrattate. Vi devo confessare che non dico sempre di sì perché la violenza è un tema così pesante e così triste, ma le volte che ho accettato non ho mai tralasciato di dare un consiglio che penso importante. Ho raccomandato alle future operatrici una particolare e attenta cura di sé, perché si sarebbero trovate di fronte a tanto dolore e il dolore è transitivo, dovevano prepararsi ad accoglierlo ma non a farsene contaminare. È un lavoro molto difficile, credo che non ne sarei capace e a loro va tutta la mia ammirazione e gratitudine.

La stima di sé come antidoto alla violenza

A questo punto voglio dire una cosa che spesso risulta sgradita, ma è il mio pensiero. Mettere riparo alla violenza è una grandissima opera, ma facciamo molta attenzione al fatto che nel dolore non si costruisce: essere vittima non costruisce nessuna soggettività. Le lacrime e i lamenti delle donne non trasmettono forza, rassicurano invece chi teme la loro libertà. E non si costruisce nemmeno sulla rabbia. In questo periodo, sento molto parlare della rabbia delle donne, quasi come fosse una categoria politica. Sento dire “bisogna far leva sulla rabbia delle donne”. Ma io non credo a questa rabbia, se le donne fossero capaci davvero di un sentimento così violento e distruttivo penso che sulla Terra non ci sarebbe più neanche un filo d’erba. Il tema della violenza non è un tema politico, anzi meglio direi la violenza è un tema killer della politica delle donne. L’unico vero antidoto alla violenza è la stima di sé delle donne, che ci permette di riconoscere la violenza prima che si compia, che ci aiuta a dire di no quando da noi si aspetta un sì, che ci dà la forza di sottrarci a ciò che sentiamo non giusto per noi. Bisogna crescere le ragazze raccontando loro la storia luminosa delle donne, trasmettendo loro stima e rispetto per le donne che le hanno precedute, per la loro grande opera, per la loro battaglia quotidiana, lungo tutto il corso della storia, contro lo sporco, il disordine, il freddo, la fame, opera che ha permesso all’umanità di sopravvivere a immani disastri, non decisi da loro; e poi raccontare le paladine che hanno saputo fare di più di quello che si aspettava da loro: le grandi scrittrici, le grandi poetesse, le grandi pensatrici, le guerriere che hanno conquistato i diritti di cui oggi godiamo. Questo è il vero antidoto alla violenza.

Chiudo con una bellissima frase di Alda Merini: “dovrei chiedere scusa a me stessa per aver creduto di non essere abbastanza”. Stampiamocela nel cuore questa frase.
Devo confessare che penso che le donne non solo siano abbastanza, ma possono essere molto di più. È da loro che mi aspetto un cambio di civiltà, principi ordinatori nuovi, da loro che stanno portando avanti una rivoluzione difficilissima senza sangue, senza morti. Non vedo altri soggetti per questo cambiamento necessario perché siamo arrivati al limite, al limite di tutto, al limite dei rapporti disumani, al limite dell’aria respirabile, del mare inquinato e di tutti quei disastri che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni.
Io scommetto sulle donne per una semplice ragione: le donne non hanno mai pensato di conquistare il mondo ma solo di abitarlo.

*Teorica politica del pensiero della differenza

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