giovedì 27 giugno - Aggiornato alle 02:18

In Umbria meno laureati rispetto alla media europea: come affrontare le sfide della contemporaneità?

La regione è tra le migliori in Italia ma la differenza rispetto a molti paesi UE è elevata e la popolazione si invecchia

Studenti in un Dipartimento dell'Ateneo perugino (foto ©Fabrizio Troccoli)

di Mauro Casavecchia

Se camminate per le strade di una qualunque città europea, la probabilità di imbattervi in un giovane laureato del posto è quasi doppia rispetto a quanto potrebbe capitarvi qui dalle nostre parti. Un’evidenza, questa, che di certo non costituisce il miglior punto di partenza per le nostre prospettive di progresso economico e sociale. Come si spiega questa rarefazione? Innanzitutto, da noi le giovani generazioni sono meno presenti che altrove. L’Italia registra la più bassa incidenza di giovani sul totale della popolazione di tutta Europa. Il peso crescente della componente anziana sulla struttura demografica, legato all’allungamento della sopravvivenza e al persistente calo della natalità, ha ormai collocato il nostro Paese tra i più vecchi al mondo, con un indice di vecchiaia (vale a dire il numero di persone con 65 anni e oltre ogni 100 giovani) pari a 169. In Umbria il fenomeno si presenta già oggi in misura più accentuata e sembra destinato ad acuirsi ulteriormente negli scenari demografici futuri: l’indice di vecchiaia, attualmente pari a 199, con l’ingresso delle generazioni dei baby boomers nell’età anziana salirà fino a 251 tra dieci anni e addirittura a 300 tra venti anni, quando un umbro su tre avrà 65 anni e oltre.

L’Umbria e i laureati La popolazione giovane è notevolmente diminuita negli ultimi venti anni: se nel 1998 erano presenti nella regione quasi 190 mila giovani tra i 18 e i 34 anni (un umbro su quattro), oggi, pur a fronte di un aumento complessivo di circa 67 mila residenti, in questa fascia di età troviamo meno di 150 mila individui (un umbro su sei). Ad aggravare il quadro, i nostri giovani sono anche relativamente meno istruiti dei loro coetanei europei. A dire il vero, il ritardo italiano nei livelli di istruzione non riguarda solo la componente più giovane: tra i 25-64enni si riscontra solo il 18,7% di laureati, una delle quote più basse non solo in Europa ma tra tutti i paesi sviluppati, anche se l’Umbria, con il suo 21,2%, si contraddistingue positivamente e primeggia tra le regioni italiane. Prima di trarre eccessivi compiacimenti per questa buona posizione relativa, occorre tuttavia ricordare che, come recentemente certificato da Eurostat, alla fine dello scorso anno l’Unione europea ha raggiunto anticipatamente l’obiettivo che si era data di avere almeno il 40% di laureati tra i giovani fino a 34 anni entro il 2020.

Capitale umano A questo importante risultato, però, l’Italia non ha dato un contribuito molto consistente: negli ultimi anni la percentuale dei giovani laureati è cresciuta anche da noi, è vero, ma con ritmi molto più lenti. Tant’è che, oggi, la quota di 26,9 laureati su 100 giovani pone l’Italia al penultimo posto della graduatoria europea, superata in peggio solo dalla Romania. Insomma, non solo intorno a noi contiamo sempre meno giovani ma, tra di essi, la diffusione di elevati livelli di qualificazione stenta a tenere il passo dei paesi più avanzati. La somma di queste due debolezze fa sì che oggi i giovani laureati rappresentino una risorsa davvero scarsa, con un peso sulla popolazione complessiva inferiore di oltre il 40% rispetto alla media europea. Un dato di fatto che pone pressanti interrogativi, per il presente ma soprattutto in prospettiva, sulla effettiva possibilità di affrontare con successo le sfide della contemporaneità e in particolare quei processi di sviluppo percorribili solo facendo leva su una estesa disponibilità di capitale umano.

I commenti sono chiusi.