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lunedì 29 novembre - Aggiornato alle 22:15

Romizi rompe il silenzio sui fasci littori: «Non sono ostaggio di reazionari. Pronti a discutere»

Il sindaco interviene sulla discussione innescata dal restauro con un lungo post su Facebook: «I miei simboli sono quelli della Repubblica e della Costituzione»

I fasci riportati alla luce al Mercato

Il sindaco di Perugia Andrea Romizi con un lungo post su Facebook rompe il silenzio sul caso dei fasci littori riportati alla luce al Mercato coperto di Perugia. I simboli del regime fascista, coperti subito dopo la liberazione, sono stati restaurati nell’ambito della riqualificazione della struttura inaugurata nel 1932 dal regime. Una scelta intorno alla quale si è molto discusso nelle ultime settimane.

di Andrea Romizi

Ho ascoltato e letto con attenzione e interesse i diversi contributi offerti sulla vicenda dei dipinti murali raffiguranti due fasci littori, riemersi a seguito dei lavori del Mercato coperto. E mi dispiace che in parte la discussione sia scaduta in immaginifiche ricostruzioni viziate dal pregiudizio e dalla strumentalizzazione. Da queste mi corre l’obbligo di partire prima di entrare nel merito della questione. Va anzitutto sgomberato il campo da considerazioni che, pur se suggestive e funzionali ad una certa narrazione, sono del tutto infondate e artatamente inventate ed in quanto tali gravemente ingiuste e quindi da rigettare con fermezza. A cosa e chi mi riferisco? A chi vuole dipingere il sindaco quale prigioniero di un manipolo di reazionari nostalgici, prevaricatori e sovvertitori dell’ordine democratico: “𝑖 𝑠𝑢 𝑎𝑚𝑖𝑐ℎ𝑖 𝑙’ℎ𝑜𝑛 𝑠𝑐𝑜𝑛𝑓𝑖𝑡𝑡𝑜 𝑒 𝑗𝑒 𝑓𝑜̀𝑛𝑛𝑜 𝑑𝑖̀: 𝐴𝑙𝑎𝑙𝑎̀!” scrive qualcuno con i panni del poro Bartoccio.

Sullo stesso filone altre fantasiose congetture che arrivano ad attribuire la paternità o maternità della scelta di lasciare in vista i fasci a quella forza politica piuttosto che a quell’assessore, che, tra l’altro, neanche era assessore al momento dei fatti. Scrive un nostro concittadino su Facebook: “𝐴 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑢𝑛𝑜, 𝑝𝑟𝑜𝑏𝑎𝑏𝑖𝑙𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑙’𝑎𝑠𝑠𝑒𝑠𝑠𝑜𝑟𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒𝑔𝑢𝑒 𝑖 𝑙𝑎𝑣𝑜𝑟𝑖, 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑝𝑖𝑎𝑐𝑒, 𝑞𝑢𝑖𝑛𝑑𝑖… 𝑑𝑒𝑐𝑖𝑑𝑒 𝑑𝑖 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎𝑢𝑟𝑎𝑟𝑙𝑖 𝑒 𝑠𝑖 𝑓𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑎𝑟𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑆𝑜𝑝𝑟𝑖𝑛𝑡𝑒𝑛𝑑𝑒𝑛𝑧𝑎…”. È una cosa non vera! Quale è il rispetto per le persone che spinge ad inventare simili allusive circostanze? Nessuno. Alla evocata Forza dei Simboli andrebbe affiancata la Forza del Rispetto. C’è chi poi, nella simpatica vignetta che riporto, mi raffigura ammirare il fascio con nelle mani un randello e una bottiglia di olio di ricino. Per carità, è satira e la satira deve essere libera e irriverente altrimenti non sarebbe tale; ma di norma, anche se in maniera caricaturale, un appiglio con la realtà lo si dovrebbe mantenere. Quale esso sia nel caso di specie questo appiglio mi sfugge. Ad ogni modo viva la satira e viva la libertà, sempre!

Ciò che invece è più difficile da accettare è uno strisciante pregiudizio, il mal pensiero di professione, la pretestuosa maldicenza, figli di un senso di superiorità morale di coloro che da sempre ritengono di potersi ergere a difensori della democrazia e di una repubblica, che è anche la mia Repubblica. Vero, in Italia c’è una destra che deve ancora fare i conti con il ventennio e sono il primo a dolermene. Ma è altrettanto vero che c’è una sinistra che continua a coltivare l’assurda e pericolosa pretesa di essere essa l’esclusiva depositaria dei valori democratici e dei principi costituzionali. C’è una sinistra che coltiva presunzioni assolute e guarda l’altro con circospezione e sospetto. In un caso e nell’altro non si onorano quanti, uomini e donne, militari e civili, di molteplici e talora opposti orientamenti politici, o apartitici come il comandante Bisagno, si sono spesi con un impegno unitario per la Liberazione dell’Italia dalla dittatura nazifascista e per la costituzione di una Repubblica democratica. Paradigmatico di questo atteggiamento un commento ad un post sui fasci del mercato: “𝑃𝑒𝑟𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑡𝑟𝑖𝑠𝑡𝑒𝑧𝑧𝑎, 𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑠𝑖𝑔𝑙𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑎 𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑖𝑡𝑎̀, 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑚𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜𝑟𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑖 𝑑𝑖 𝑚𝑒𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑡𝑡𝑎𝑐𝑐𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑎 𝑠𝑖𝑚𝑏𝑜𝑙𝑖 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑡𝑜 𝑒𝑠𝑒𝑐𝑟𝑎𝑏𝑖𝑙𝑒!”.

Ma che tristezza questa affermazione e quanto è povero il pensiero che porta con sé. Cara amica di Facebook, nella Repubblica e nella sua Costituzione e nei valori che essa incarna è fortemente radicato il mio essere cittadino. Questi sono i miei simboli: la Repubblica e la Costituzione. Ancora più difficile da accettare è quando queste insinuazioni vengono rivolte alla tua famiglia. Ricordo come fosse ieri che, alcuni anni fa, in occasione della giornata della memoria, un tale scrisse sui social che ero nipote di un fascista. È bene allora sapere che la nonna Luciana e il nonno Renato, per molti mesi e fino allo sbarco di Anzio, nascosero in casa Giorgio, Eva e la loro bambina Marina, una giovane famiglia ebrea. Come scrisse in quell’occasione mio fratello Francesco, comprensibilmente indignato, “𝑖 𝑛𝑜𝑛𝑛𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑒𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑓𝑎𝑠𝑐𝑖𝑠𝑡𝑖, 𝑛𝑜𝑛 𝑒𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑛𝑒𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑠𝑡𝑖, 𝑒𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑙𝑖𝑐𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑈𝑚𝑎𝑛𝑖”. Che è successo allora a Perugia in quel del Mercato Coperto? Davvero il tentativo di una restaurazione con il pretesto del restauro? A Perugia è successo un fatto che sarebbe potuto capitare – come effettivamente è accaduto – ad ogni latitudine del nostro Paese. Di certo non c’è stata nessuna regia politica, nemmeno occulta. Né ho mai registrato per il disvelamento dei fasci manifestazioni di compiacimento, o peggio di eccitamento e gaudio, in alcun membro dell’Amministrazione. L’allora soprintendente ha spiegato bene essersi trattato di una scelta tecnica: “𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑒𝑛𝑔𝑜𝑛𝑜 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑖𝑛 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖 𝑐𝑎𝑠𝑖 𝑟𝑎𝑔𝑖𝑜𝑛𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑡𝑖𝑝𝑜 𝑝𝑜𝑙𝑖𝑡𝑖𝑐𝑜”.

Si è valutato di ripristinare i segni del ventennio, tipici di un’opera realizzata nel 1932, semplicemente come testimonianza storica. Averli riportati alla luce non intacca in alcun modo l’adesione ai principi della nostra Carta costituzionale, al valore indiscusso della libertà, al ripudio della dittatura, della violenza e del razzismo. Per quanto la scelta non sia stata politica, nulla osta alla possibilità, alla necessità di un dibattito. Non ritengo però accettabili speculazioni di parte. Anche perché ad assecondare un simile prurito verrebbe agevole ribaltare dette speculazioni, solo a considerare che l’amministrazione competente ha quale massima espressione politica il ministro Dario Franceschini del Partito Democratico. E, ai fini di un’utile disamina, si consideri anche che le valutazioni operate dalla soprintendenza perugina non sono isolate, ma coerenti e in linea con quanto attuato diffusamente dalle soprintendenze di tutta Italia. Un caso su tutti, tra i più recenti: i fasci littori rispuntati dal fango alla Darsena di Milano, al tempo del Sindaco Pisapia, non proprio un “fascistone”.

Massimo Duranti ha poi ricordato l’affresco di Sironi presso l’aula magna della Sapienza: non in un mercato – e lo dico con l’affetto che da perugino nutro per il nostro mercato coperto -, ma nel cuore di una delle più grandi istituzioni universitarie italiane ed europee. Addirittura il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha presenziato alla cerimonia di presentazione del restauro filologico dell’imponente murale in cui sono stati recuperati i simboli fascisti in ossequio al dettato normativo di tutela dell’integrità dell’opera. Mi hanno colpito le parole utilizzate per l’occasione dallo storico Paolo Simoncelli apparse sull’Avvenire del 23 novembre 2017, che riporto fedelmente: “𝑈𝑛 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑎𝑑𝑒𝑔𝑢𝑎𝑟𝑒 𝑎𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖 𝑣𝑎𝑙𝑜𝑟𝑖, 𝑎𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖 𝑚𝑖𝑡𝑖, 𝑎𝑙 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑜 𝑒𝑝𝑜𝑠, 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖𝑚𝑏𝑜𝑙𝑖𝑐𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑡𝑜, 𝑠𝑏𝑎𝑔𝑙𝑖𝑎 𝑚𝑒𝑡𝑜𝑑𝑜 𝑒 𝑟𝑖𝑠𝑢𝑙𝑡𝑎𝑡𝑖: 𝑙𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖𝑛𝑢𝑎 𝑎 𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑣𝑖𝑣𝑜 𝑒 𝑖𝑚𝑚𝑎𝑛𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑎𝑛𝑧𝑖𝑐ℎ𝑒́ 𝑒𝑠𝑎𝑢𝑟𝑖𝑡𝑜. 𝑁𝑜𝑛 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑐𝑖𝑧𝑧𝑎𝑟𝑙𝑜 𝑚𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑏𝑎𝑡𝑡𝑒𝑟𝑙𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑐𝑒𝑛𝑠𝑢𝑟𝑎 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎 𝑠𝑢𝑏𝑖𝑟𝑙𝑜; 𝑙’𝑎𝑑𝑒𝑔𝑢𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑠𝑖𝑚𝑏𝑜𝑙𝑖𝑐𝑜-𝑓𝑖𝑔𝑢𝑟𝑎𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑜𝑡𝑡𝑒𝑛𝑢𝑡𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑙𝑎 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑡𝑎̀ 𝑑’𝑒𝑠𝑝𝑟𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑎𝑟𝑡𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑒𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑛𝑎 𝑖𝑛𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑢𝑛’𝑖𝑛𝑑𝑖𝑠𝑡𝑖𝑛𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖𝑛𝑢𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑎𝑡𝑡𝑖𝑣𝑖𝑡𝑎̀ 𝑐𝑒𝑛𝑠𝑜𝑟𝑖𝑒. 𝑂𝑣𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑒𝑛𝑖𝑠𝑠𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑎𝑛𝑛𝑎𝑡𝑎 𝑙𝑎 𝑐𝑒𝑛𝑠𝑢𝑟𝑎 𝑖𝑛 𝑠𝑒́ 𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑠𝑒́ 𝑑𝑜𝑣𝑟𝑒𝑚𝑚𝑜 𝑙𝑒𝑔𝑖𝑡𝑡𝑖𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑒 𝑣𝑖𝑜𝑙𝑒𝑛𝑧𝑒 𝑖𝑐𝑜𝑛𝑜𝑐𝑙𝑎𝑠𝑡𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑙𝑒 𝑡𝑒𝑠𝑡𝑖𝑚𝑜𝑛𝑖𝑎𝑛𝑧𝑒 𝑎𝑟𝑡𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑡𝑜 𝑣𝑜𝑙𝑢𝑡𝑜 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑑𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑒̀ 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜. 𝐿𝑎 𝑆𝑎𝑝𝑖𝑒𝑛𝑧𝑎 ℎ𝑎 𝑠𝑐𝑒𝑙𝑡𝑜; 𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑣𝑎 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑠𝑢𝑙 𝑝𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑚𝑒𝑡𝑜𝑑𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑐𝑜, 𝑔𝑖𝑢𝑟𝑖𝑑𝑖𝑐𝑜 𝑒 𝑐𝑢𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎𝑙𝑒”.
Chiaramente non sfugge neanche al sottoscritto che i fasci del mercato non sono opere d’arte alla stregua dell’affresco di Mario Sironi. Queste parole, però, irrobustiscono in me il convincimento circa la complessità del tema affrontato. Un tema di cui si potrà continuare a discutere, e manifesto la disponibilità mia e dell’Amministrazione comunale al riguardo, ma, sento di suggerire, di farlo tutti con onestà intellettuale, rigore e con un respiro alto, insieme a cittadini, associazioni, storici, esponenti del mondo della cultura e soprintendenza.

Già il dibattito fin qui condotto, al di là delle asprezze, non è stato né inutile né infruttuoso. Personalmente mi convince quanto proposto dal professor Alberto Grohmann: alla base dei due fregi si potrebbe applicare un pannello con l’indicazione e la spiegazione storica che ponga in luce perché quella decorazione fu posta in un edificio pubblico del 1932. E, in un luogo così evocativo, quella spiegazione dovrebbe raccontare ciò che ha significato anche nella nostra città il fascismo, con il suo portato di privazioni, persecuzioni e dolore. C’è chi chiosa minacciando di non entrare in un luogo effigiato con fasci littori. È chiaramente libero di farlo. Io invece, portando i miei bimbi al mercato spiegherò loro in quale epoca è stato costruito il mercato, in quale Italia e sotto quale dittatura, pregandoli di non dimenticare quella pagina sofferta ed il tanto sangue versato per riconquistare una libertà che non dobbiamo mai dare per scontata. Questo è lo stesso spirito, ne sono convinto, con cui le tante migliaia di studenti della Sapienza passeranno per la loro aula magna affrescata da Sironi. Perché la storia non si cancella, si studia e si affronta. La memoria è il nostro patrimonio più grande. Ed è nella memoria che si compie ogni processo storico.

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