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mercoledì 7 dicembre - Aggiornato alle 18:30

Poteri gestionali all’università e costi alla Regione: la convenzione è autolesionista

Si prefigura un evidente squilibrio nei ruoli. Invece ci vorrebbe una precisa definizione e integrazione

© Fabrizio Troccoli

di Fabio Paparelli
consigliere regionale Pd

Le critiche mosse giovedì in Commissione ‘Sanità e Servizi Sociali’ dall’Intersindacale Medica regionale, al Protocollo generale d’intesa tra Regione Umbria e Università degli Studi di Perugia preadottato dalla Giunta regionale, devono essere oggetto di una riflessione approfondita perché evidenziano molte criticità che occorre correggere e superare. In gran parte le stesse criticità che il Partito Democratico di Terni ha analizzato e sottolineato già da mesi. La rilevante asimmetria di poteri tra Regione e Università, in favore di quest’ultima, così come è stata rilevata sia dai rappresentanti del mondo sindacale medico e dirigenziale che da alcuni esponenti della stessa maggioranza di governo, rappresenta un fattore di squilibrio che andrebbe riconsiderato nel suo insieme attraverso una sostanziale riscrittura dell’atto sottoscritto dalle due istituzioni.

In particolare la formula con cui si concede all’Università, in via esclusiva e unilaterale, la nomine di incarichi di docenza in materie aventi valenza assistenziale sancisce un’egemonia culturale e professionale ascrivibile al personale accademico rispetto ai dirigenti del sistema sanitario nazionale. E ciò non è accettabile, perché non è pensabile affidare degli incarichi di responsabilità assistenziale a professionisti solo sulla base delle pubblicazioni accademiche o scientifiche, non tenendo debitamente conto anche dell’effettiva esperienza maturata nel corso dell’attività assistenziale.

Ritengo inoltre che il protocollo non preveda a sufficienza regole utili a favorire una reale integrazione tra università e aziende ospedaliere. Emerge un ruolo troppo debole della Regione che dovrebbe essere, al contrario, il solo ente titolato alla gestione e alla organizzazione del sistema. Il protocollo lascia invece i risultati economici, e quindi gli equilibri e gli squilibri finanziari, tutti sulle spalle dell’amministrazione regionale, quando gran parte dei poteri gestionali sono invece di esclusiva competenza dell’Università. Una contraddizione troppo grande a mio avviso, una dicotomia che potrebbe diventare, con il tempo, insanabile.

Peraltro non vengono stabiliti neppure quali debbano essere i criteri per la costituzione delle strutture organizzative, come e dove verranno valutati i fabbisogni formativi del sistema sanitario regionale, e non si tiene conto della reale domanda di sanità dei territori. Questo evidente sbilanciamento in favore della componente universitaria rispetto a quella ospedaliera, rilevato anche nell’ambito del ‘tavolo di lavoro tecnico’, che sarà chiamato a ridisegnare l’assetto organizzativo dell’assistenza sanitaria nell’intera regione, dovrebbe essere allo stesso modo corretto, ampliando la partecipazione della componente ospedaliera, come richiesto dall’intersindacale medica così da superare ‘quelle inutili e dannose competizioni tra le due parti in gioco, che hanno provocato negli anni, duplicazioni inutili e talora dannose, di attività cliniche.

Potrebbe poi rivelarsi particolarmente insidioso introdurre elementi di disparità anche tra medici ospedalieri ed universitari, in nome di una prospettiva di integrazione, che prefigura, a mio avviso, solo un progetto di unificazione delle due aziende ospedaliere, con evidenti ripercussioni negative per il territorio ternano. Occorrerebbe, al contrario, una precisa definizione dei ruoli e delle funzioni tra Università ed Aziende, ed una vera integrazione funzionale sia sul versante dell’assistenza che sugli aspetti della ricerca e della formazione. Inoltre sull’opportuna integrazione tra Aziende ospedaliere e Asl si stanno per compiere passi indietro, dato che il protocollo traccia per loro percorsi nettamente separati.

Invece di prefigurare un sistema sanitario davvero integrato e interconnesso, in linea con le necessità emerse con il covid e la crisi pandemica – conclude Paparelli – il protocollo prefigura nel suo complesso un modello fortemente sbilanciato e poco funzionale che mi auguro possa essere al più presto ampiamente riconsiderato.

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