venerdì 6 dicembre - Aggiornato alle 12:49

Ponti che crollano e l’approccio italiano all’emergenza: serve una nuova agenzia nazionale?

Zurli: «Dopo ogni disastro, si prendono impegni solenni che raramente vengono rispettati. E poi cresce la ‘burocrazia difensiva’»

Il viadotto Puleto della E45

di Diego Zurli*

È difficile trovare le giuste parole per fornire una spiegazione convincente ad un comune cittadino su quanto sta accadendo in Italia osservando i ponti che crollano, i fiumi che esondano e le città che si allagano. Analizzarne razionalmente le cause che possono essere molte e per lo più abbastanza indecifrabili, è ancor più difficile per cui, non di rado, a prendere il sopravvento è l’inquietudine la quale suscita nelle persone sentimenti (che, come ha osservato Gianfranco Ravasi, viaggiano in coppie di opposti) come la collera e lo sdegno. Una siffatta condizione, piuttosto ricorrente nel tempo presente, favorisce uno stato di cose che porta all’inazione bloccando anche quel poco che si potrebbe fare.

Renzo Piano ci ricorda in una recente intervista che “l’Italia è da sempre un paese fragile, ma di grande bellezza. E la bellezza di natura ha una sua fragilità”. Dopo ogni disastro, si prendono impegni solenni che raramente vengono rispettati perché affrontare seriamente i problemi richiede tempo, risorse e continuità d’azione, soprattutto quando i problemi vengono da molto lontano. Rispondendo ad una domanda su come si possa fare per mettere in sicurezza il paese, il grande architetto ammette: “Io questo non glielo so dire, ma intanto faccio quello che posso”. Ma il nostro non è un paese come tutti gli altri: invece di fare quello che può, risolvendo i problemi un po’ alla volta, non si accontenta quasi mai del buono perché pretende l’ottimo. E l’ottimo – lo ha teorizzato un grande economista del passato – è tale quando non si riesce a migliorare la condizione di qualcuno senza peggiorare la condizione di qualcun altro per cui, nella ostinata ricerca dell’ottimo, finiamo per danneggiare il buono. La cronaca quotidiana offre esempi a volontà di come questo pessimo modo di fronteggiare le numerose criticità che affliggono le infrastrutture del paese, contribuisca ad alimentare, oltre alla paura e all’insicurezza, la stessa perdita di fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni.

Nella nostra bella e fragile Umbria, ad esempio, eravamo stati capaci di mettere a punto nel tempo un modello piuttosto efficace sul come affrontare la gestione degli eventi sismici e la ricostruzione, grazie alle tante buone pratiche sperimentate sul campo: arriva il terremoto del 2016 e il Governo, incomprensibilmente, lo cambia inventandone un altro dagli esiti non particolarmente brillanti. Così almeno a me è sembrato. Nel campo della previsione e della prevenzione dei rischi idrogeologici, l’Umbria aveva dato ottima prova di sé fin dalle prime esperienze affrontate con le leggi speciali per Todi e Orvieto alle quali, alcuni anni dopo, seguì la nascita del Centro Funzionale di protezione civile, uno dei migliori in Italia. Ma, relativamente alle misure di prevenzione a carattere strutturale, invece di proseguire nella buona pratica della costruzione di un rapporto leale e paritario con le Regioni all’insegna delle “convergenze parallele”, il Governo ad un certo punto imbocca la scorciatoia dei Commissari Straordinari abbandonando la logica della programmazione che aveva caratterizzato una ottima legge come la 183 del 1989.

La diretta conseguenza di questo cambio di passo è stata la clonazione delle agenzie nazionali e l’implementazione di atroci piattaforme informatiche con lo scopo di semplificare e vincolare gli enti territoriali nella scelta degli interventi. Salvo accorgersi ben presto di non riuscire neanche ad elaborare i progetti né tantomeno a spendere le poche risorse disponibili, complice una pessima legge sui lavori pubblici nessuno sa più come correggere. Aggiungete al tutto una abbondante dose di “burocrazia difensiva”, l’atteggiamento oggi prevalente tra i funzionari pubblici che li spinge a schivare le responsabilità e a rinviare le decisioni frapponendo montagne di carta tra sé e le soluzioni dei problemi.

L’ultimo fulgido esempio è dei giorni nostri. Dopo il crollo del Ponte Morandi, il precedente Governo decide di istituire un’altra agenzia nazionale per controllare ponti e gallerie ampliando le competenze dell’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Ferroviaria (ANSF) che così diventa l’impronunciabile ANSFISA. A tutt’oggi, questo organismo non è operativo al punto che, giorni fa, il suo Direttore sbatte la porta e se ne va sdegnato. Il Ministro Paola De Micheli, che di certo non ha colpe perché sta li solo da due mesi, prova a mettere una pezza e nomina prontamente un sostituto. Ma il punto è il seguente: siamo proprio certi che la sicurezza di ponti, gallerie e ferrovie passa per l’istituzione di una nuova agenzia nazionale? Perché uffici e strutture deputate al controllo c’erano anche prima. Già, perché se alla fine di questa singolare vicenda il funzionamento dovesse replicare quello del precedente organismo per lo più concentrato a incastrare i soggetti su cui far ricadere la responsabilità in caso di incidente in modo da escludere ogni possibile ricaduta sui vigilanti, tanto varrebbe farne a meno. Se l’oggetto della disputa che, in modo più o meno larvato, vede confrontarsi proprio in questi giorni segmenti diversi dell’amministrazione statale, è il “chi” e non il “come”, non faremo passi in avanti.

Illuminante, a tale proposito, è la vicenda della ex FCU che ho già avuto modo di raccontare su queste stesse pagine i cui treni, dopo il passaggio sotto il controllo dell’ANSF, sono costretti a viaggiare a meno della metà della velocità con cui viaggiavano prima del rinnovo dell’armamento, pur disponendo di standard tecnologici di nuova generazione, migliori delle stesse ferrovie regionali di molti paesi europei come la Francia, la Germania, la Svezia e il Portogallo che continuano ad impiegare il cosiddetto “blocco telefonico”. Alla fine, in questa situazione così confusa, non possiamo proprio lamentarci se, dietro l’esposto di un pensionato cercatore di tartufi, un magistrato sequestra per oltre sei mesi un viadotto dell’E45 procurando seri danni all’economia di un intera area. Salvo poi accorgersi, dopo accurati e costosi approfondimenti tecnici, che il problema non sussiste e che il traffico può essere riaperto.

*Architetto

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