martedì 25 giugno - Aggiornato alle 00:23

«Da Perugia a Umbertide, centri storici riaprono al traffico segno di arretramento culturale»

Diego Zurli: «Il ribaltamento del detto ‘piazze vuote, urne piene’. L’anello al naso di Piazza Italia quando invece urge mettere a fuoco una nuova idea di mobilità»

di Diego Zurli*

La presentazione di un libro è sempre una ottima occasione per suscitare discussioni ed animare il confronto tra idee, merci sempre più rare, in tempi difficili come quelli che che viviamo. Quando poi un libro come quello scritto da Tito Berti Nulli è così ricco di proposte e di esperienze che abbracciano oltre vent’anni di lavoro e di progetti nel campo della mobilità alternativa e del trasporto pubblico, l’evento assume ancor più valore ed importanza. L’illustrazione del volume “Nuovi sistemi di trasporto pubblico per le città verticali” (edizioni Luoghi Interiori) da parte dell’autore arricchito dalle testimonianze di alcuni dei principali protagonisti, tecnici ed amministratori, della straordinaria stagione che ha visto numerose città dell’Umbria sperimentare soluzioni tra le più avanzate in ambito nazionale relativamente ai sistemi di accesso ai centri storici, ha animato un dibattito molto stimolante che meriterebbe di essere ripreso e ulteriormente sviluppato.

Non vi è dubbio che, come ha ricordato la Presidente Marini nel corso dell’incontro, il tema della mobilità sostenibile avrà di nuovo uno spazio centrale nelle scelte di fondo che ispireranno le politiche europee in vista della programmazione post 2020 ma, al tempo stesso, si annunciano tendenze piuttosto insidiose che rischiano di rimettere in discussione assetti urbanistici e conquiste di civiltà ormai dati per acquisiti. Tra queste, a titolo di esempio, le recenti vicende di alcune città della nostra regione tra cui Perugia ed Umbertide, le quali hanno deciso senza troppe esitazioni di riaprire al traffico piazze e porzioni di centro storico invertendo bruscamente una linea di tendenza che aveva caratterizzato per quasi mezzo secolo le politiche urbanistiche nazionali ed europee finalizzate alla progressiva realizzazione di città senz’auto. La stessa Commissione Europea, con il suo Libro Bianco, ha da tempo messo in campo una propria strategia volta ad affermare un sistema di mobilità concorrenziale in grado di incrementare il trasporto pubblico cercando di ridurre la dipendenza dalle importazioni di petrolio assieme alle emissioni di anidride carbonica da ottenere anche per mezzo di sistemi di mobilità alternativi.

Il caso di Perugia, come è risaputo, ha suscitato la sporadica protesta di alcuni cittadini assieme a quella di autorevoli associazioni ambientaliste tra cui Italia Nostra la quale, a proposito dell’apertura dell’anello di Piazza Italia al traffico privato (dalla stessa apostrofata come l’anello “al naso” dei perugini), ha messo in guardia dai rischi di peggioramento della qualità della vita dei residenti e della stessa fruibilità turistica senza alcun apprezzabile beneficio per le attività commerciali. Quello di Umbertide, per taluni aspetti, è un caso ancor più singolare. La centrale piazza Matteotti, chiusa al traffico da quasi trent’anni, viene riaperta al traffico privato per consentire, seppure in via sperimentale, la sosta oraria di otto automobili pur disponendo di altri parcheggi a poche decine di metri. Anche in questo caso, si è tenuto in massimo conto delle legittime istanze da tempo avanzate dai gestori delle residue attività commerciali che si affacciano sulla piazza, i quali auspicano di trarne un certo ristoro economico.

Occorre ammettere che, per il momento, non si tratta di cambiamenti epocali tali da sconvolgere nell’immediato gli attuali equilibri urbanistici e pertanto non vale la pena, a mio modesto parere, di enfatizzare più del dovuto gli effetti che ne potranno derivare. E tuttavia, tali scelte rappresentano il segnale inequivocabile, di un cambio di passo, oserei quasi dire di un arretramento culturale, che dovrebbe interrogare quanti hanno a cuore il destino delle nostre città e dei centri storici. Molti certamente ricorderanno quali livelli di congestione affliggevano il centro di Perugia e quello di altre città storiche prima della rivoluzione operata con la chiusura al traffico privato e quale fu il clima politico/culturale che la rese possibile. Tale operazione fu a quel tempo uno dei punti di arrivo di una strategia frutto di un disegno, lucido ed razionale, che aveva visto le migliori e più autorevoli energie del mondo della cultura e della politica interrogarsi con passione circa il destino dei centri storici prospettando le soluzioni da mettere in campo per invertirne la tendenza al degrado e all’abbandono. Una idea di mobilità e di urbanistica che aveva favorito scelte coraggiose ed innovative come quella a lungo tempo praticata di riqualificare il patrimonio pubblico e privato utilizzando le risorse ordinarie destinate all’edilizia residenziale pubblica o quelle straordinarie finalizzate al patrimonio culturale come i teatri storici. Una stagione ricca e feconda di idee, che aveva tra l’altro consentito alle classi dirigenti al potere di acquisire ampi consensi proprio in virtù della lucidità della visione capace di offrire all’intera comunità una prospettiva di sviluppo e di modernizzazione.

Oggi, occorre ammetterlo, molte cose sono cambiate. Il paese è da tempo pressoché privo di una strategia e di politiche di lungo respiro in grado di invertire la tendenza al degrado e alla marginalizzazione di intere parti di città costruita. Tali, infatti, non si possono definire operazioni a “spot” come il recente “piano periferie” (che a Perugia, incomprensibilmente, ha riguardato una zona come Fontivegge tutt’altro che periferica in quanto dotata di importanti funzioni centrali) o il meno recente “programma 6000 campanili” che legando l’assegnazione dei finanziamenti, come fosse una lotteria, alla velocità di trasmissione delle domande per posta elettronica certificata, ha dato luogo a situazioni grottesche per le astuzie messe in atto per conquistare un posto utile in graduatoria. Purtroppo, anche la ricerca del consenso, un tempo perseguita attraverso programmi ambiziosi e di ampio respiro, ha perso i suoi tradizionali connotati “macro” e l’ambizione di delineare scenari e visioni, spostandosi su aspetti “micro” offrendo al popolo votante iniziative di piccolo cabotaggio, come l’aggiunta di qualche posto macchina o la riapertura dell’anello (al naso) di Piazza Italia. Il celebre detto, “piazze piene, urne vuote” sembra infatti essersi ribaltato nel suo esatto contrario laddove, soprattutto le iniziative di basso profilo che impoveriscono la qualità urbana, sembrano produrre effetti decisamente apprezzabili in termini di consenso. Il comportamento discreto e senza clamore che, schivando attentamente le ben più spinose questioni dell’amministrazione le quali presupporrebbero una visione di ampio respiro, è impersonato dalle stesse figure di alcuni dei Sindaci che hanno trionfato nelle elezioni comunali i quali, salvo imprevisti, si candidano a fare il bis.

Tutto ciò non deve destare meraviglia ed anzi dovrebbe invece interrogare le intelligenze di quanti, politici ed intellettuali, non hanno abdicato alla indispensabile funzione critica che gli è propria. E ancor meno deve sorprendere più di tanto il fatto che tra una proposta dai contenuti modesti o ininfluenti e nessuna proposta, la prima potrà oggi risultare preferibile agli occhi di un opinione pubblica distratta e delusa. Il problema infatti, come non ha mancato di sottolineare nel corso dell’incontro una lucida personalità come Fabio Ciuffini il quale, nonostante gli anni, non ha perso la propria ambizione di gettare lo sguardo in avanti, è che urge mettere a fuoco una nuova idea di mobilità e una nuova idea di urbanistica per le nostre città. La definitiva imminente affermazione delle nuove tecnologie in molti campi, incluso quello della mobilità, cambierà infatti drasticamente gli scenari di riferimento imponendo scelte coraggiose e innovative per evitare di essere sopraffatti. Un recente articolo su La Repubblica, spiegava che persino il colosso dei mobili Ikea si trova nel mezzo di una trasformazione che punta sul digitale per arginare la crescita del commercio online ricercando nuovi format di vendita in un momento di rapidi e inarrestabili cambiamenti. La celebre legge del contrappasso sembra aver colpito la stessa grande distribuzione la quale, dopo aver ha soppiantato e impoverito i tradizionali negozi di vicinato, oggi rischia di subire per la prima volta le stesse conseguenze da parte del commercio elettronico.

Molti studiosi, urbanisti, sociologi si interrogano da tempo su come sarà la città di domani e su come le reti stanno progressivamente modificando lo spazio urbano e le sue funzioni. Oggi siamo nel pieno di un epocale cambiamento di fase causato dalle grandi trasformazioni tecnologiche rese possibili dall’avvento delle reti. E’ un cambiamento che non si può arrestare ma che si può provare ad immaginare poiché, come ha scritto un celebre guru dell’informatica, il modo migliore per prevedere il futuro è quello di inventarlo. Le principali componenti che entrano in gioco, la mobilità, l’energia, le costruzioni, la diffusione della conoscenza, apriranno nuove opportunità oggi impensate e potranno determinare impatti fortissimi sui processi di trasformazione delle città, in ogni sua parte, dove la dimensione fisica non è più separabile da quella digitale. Non è escluso che tali impatti produrranno gli effetti maggiori nei paesi emergenti e che tutto ciò finisca per indurre processi di “leapfrogging” dove chi era indietro si ritroverà rapidamente proiettato in avanti. In un siffatto contesto, il rischio di vedere ulteriormente accentuata la crisi del modello occidentale di città anche a causa della velocità con cui le città stesse si stanno trasformando rispetto alla nostra capacità di immaginarne e gestirne il futuro è molto forte.

In ogni epoca, come ha scritto Aldo Bonomi, le città sono nate e si sono sviluppate attraverso l’incontro tra luoghi e flussi. Se alla inarrestabile potenza dei flussi siamo solo in grado di opporre passivamente l’inerzia dei luoghi, il destino delle nostre città è già segnato. Per questo, anche prendendo spunto da vicende apparentemente banali come la la riapertura di una porzione centro storico al traffico, occorre sforzarsi di mettere in campo una visione diversa e di più alto profilo che abbia il respiro e l’ambizione necessaria ad accompagnare i cambiamenti, senza subirli; per dirla con le parole di un grande maestro del Movimento Moderno, “per essere costruttori e non vittime del futuro”.

*Architetto

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