lunedì 18 marzo - Aggiornato alle 22:41

«Perché abbattere la scuola materna di via Morandi a Umbertide è uno sbaglio»

Presa di posizione per ragioni affettive ma anche architettoniche: «Un modo di affrontare il problema tecnicamente e culturalmente inappropriato»

La scuola di via Morandi a Umbertide

di Diego Zurli*

La notizia appresa dalla stampa del prossimo avvio dei lavori di demolizione della materna di via Morandi ad Umbertide per costruire una nuova scuola, peraltro da tempo annunciati, mi ha alquanto amareggiato. Non appartengo alla nutrita schiera di chi pensa che ogni edificio, di antica o recente costruzione, debba essere conservato per sempre: rinnovare o sostituire manufatti e parti di città è sempre accaduto nel corso della storia e pertanto, in linea di principio, la cosa non dovrebbe infatti essere mai considerata un tabù valutando attentamente ogni volta la scelta. Né tantomeno ritengo che le motivazioni che stanno alla base della decisione, assunta dalla passata amministrazione, non abbiano una loro ragionevole fondatezza tecnica: adeguare in senso antisismico un edificio, in questo caso demolendolo e ricostruendolo ex novo, risponde ad una ineccepibile logica tecnico-burocratica che trova assoluta rispondenza nelle norme in vigore. Ammetto che c’è anche una componente affettiva che condiziona il mio personale punto di vista: assistere all’abbattimento a colpi di ruspa delle aule che hanno visto tuo figlio e quelli dei tuoi amici più cari muovere i primi passi nella vita non può lasciare indifferenti. E tuttavia, nella scelta amministrativa alla base della decisione, c’è qualcosa di più e d’altro che proprio non mi convince e che proverò brevemente ad argomentare in base a due ordini di considerazioni.

La prima, ha a che fare con la frequente istintiva adesione ad un modus operandi che, in più occasioni, ho provocatoriamente definito “ingegneria difensiva”, ovvero la pratica con la quale il tecnico, nella sua veste di professionista pubblico o privato, funzionario della amministrazione che ispira e propone le decisioni politiche, tende ad adottare comportamenti iper-cautelativi o soluzioni tecniche non strettamente necessarie – spesso anche notevolmente onerose – per difendere se stesso dalle conseguenze che possono verificarsi nell’esercizio delle proprie funzioni. Pratiche in tutto simili si verificano correntemente anche in altri campi come la medicina, laddove si prescrivono prestazioni sanitarie ed indagini costosissime per tutelare il medico da azioni di responsabilità in caso di insuccesso. Così può accadere, ad esempio, che si demolisce e ricostruisce “a norma” ciò che si potrebbe migliorare e rafforzare dal punto di vista del comportamento strutturale, come peraltro avvenuto più e più volte per tanti edifici, rassicurando l’opinione pubblica circa l’assoluta sicurezza dello spazio vissuto. In realtà, come ricordava un grande accademico come Piero Pozzati – maestro di scienza e di vita di tanti tecnici come me e di bravissimi amici ingegneri come il compianto Marco Cecchetti – una componente di rischio esiste sempre in ogni opera dell’ingegno umano ben sapendo che non è facile convincere un ingegnere (né tantomeno un comune cittadino) che il rischio di un crollo non può essere escluso anche per una costruzione progettata e realizzata con tutti i crismi tecnici.

Peraltro, se si dovesse ogni volta adeguare puntualmente alle norme più recenti l’intero costruito, anteponendo “la norma di legge” alla “regola dell’arte” bisognerebbe demolire gran parte del Bel Paese, ivi incluse opere straordinarie come il Colosseo, la cupola del Brunelleschi o la Torre di Pisa. Viviamo ogni giorno in edifici che sono stati realizzati con concezioni costruttive oggi ritenute inattuali e che non supererebbero una analisi di vulnerabilità ma che stanno in piedi da secoli dopo aver molte volte affrontato, con esito soddisfacente, la prova del sisma (anche il calabrone non dovrebbe volare in base alle leggi della fisica ma, inspiegabilmente, vola!). Pensare perciò che qualche punto in più o in meno nel fatidico rapporto capacità/domanda possa decretare la demolizione di un edificio, in quanto ritenuto insicuro, è un modo di ragionare che può condurre ad esiti paradossali. Ricordo, per esperienza diretta, che in molti casi gli edifici che hanno subito i maggiori danni nel recente terremoto del 2016 sono purtroppo quelli costruiti in base alle norme antisismiche al tempo in vigore confermando la tesi che sostengo da sempre: costruire “a regola d’arte”, è quasi sempre meglio che costruire “a norma di legge” laddove la perfetta riuscita del prodotto edilizio, ancor più che lo scrupoloso rispetto di formali dispositivi di regolazione normativa, può garantire la bontà del risultato finale.

Il secondo motivo, dal mio punto di vista non meno importante, riguarda il fatto che questa scuola è una bella opera di architettura. L’edificio ha subito nel tempo alcuni modesti rimaneggiamenti e ampliamenti non troppo riusciti. Ma, nel suo insieme, il complesso ha mantenuto sostanzialmente inalterato il suo carattere originario che è quello di un edificio civile ispirato da una concezione al tempo molto avanzata in fatto di edilizia scolastica. Il suo progettista, l’architetto Narciso Mariotti, è stato un eccellente professionista che ha apposto la propria firma su alcune delle opere più interessanti della nostra città, come il complesso delle scuole medie, oltreché sul primo fondamentale Piano Regolatore Generale che ne ha connotato in modo irreversibile l’attuale assetto urbano; il PRG del Comune di Umbertide è stato infatti a lungo considerato uno tra i più riusciti e felici esempi di urbanistica riformista “di seconda generazione” (secondo la felice definizione operata dal mio vecchio amico e maestro Campos Venuti), approvato in tempi di forte espansione edilizia e di rendite assolute, che la fermezza e la lungimiranza della politica, unitamente al valore dell’architetto di origini umbertidesi, riuscirono a governare con discreto successo.

Non si può peraltro disgiungere, a mio parere, il lavoro di Mariotti architetto da quello di urbanista autore del PRG comunale compito, quest’ultimo, che svolse sempre con il massimo impegno e rigore etico senza mai accettare incarichi diretti da imprese di costruzione in anni in cui la coincidenza della figura del progettista di palazzine con quello di pianificatore avrebbe assicurato facili ed ingenti guadagni. La scuola di via Morandi, appartiene ad una linea di tendenza dell’architettura che affonda i suoi riferimenti formali nell’opera e il pensiero di alcuni autorevoli protagonisti dell’architettura “post-neorealista” del dopoguerra come Quaroni e Ridolfi, entrambi di scuola romana come lo stesso Narciso Mariotti. I quali intuirono prima degli altri l’esaurirsi dell’energia del Movimento Moderno andando alla ricerca di un linguaggio più vicino alla tradizione costruttiva locale, evitandone il folclore, ma ricercando tenacemente un punto di sintesi avanzato verso l’affermazione di una via autenticamente nazionale all’architettura moderna senza riprodurne le astrazioni e gli eccessi formali. Una linea di pensiero che aveva trovato in personalità come Ernesto Nathan Rogers, assieme a tanti altri, l’interprete teorico-pratico di una concezione della disciplina attenta alle “preesistenze ambientali”.

L’assenza di gerarchia tra spazi interni ed esterni, la totale permeabilità dell’edificio, la presenza di volumi di differente altezza che permettono di sfruttare l’ingresso della luce naturale, la realizzazione di una corte interna ecc. denotano infine una qualche influenza da parte di esperienze europee di grande importanza (come quella di architetti come Hans Scharoun) che hanno rivoluzionato la concezione dello spazio scolastico ispirandone la produzione successiva. Sarebbe almeno molto importante, quasi a titolo di risarcimento, se la figura di Narciso Mariotti, scomparso da alcuni anni ma per sua volontà seppellito nel cimitero urbano di Umbertide a conferma del forte attaccamento nutrito per la sua città natale, potesse essere ricordata con una mostra retrospettiva e magari anche con un catalogo delle opere.

Per queste ragioni, senza nulla togliere al valore e alla qualità del nuovo progetto, ritengo che la scelta di demolire la scuola sia profondamente sbagliata; un modo di affrontare il problema tecnicamente e culturalmente inappropriato che rischia di essere replicato altrove in tempi incerti e difficili come il nostro. Tornare indietro, al punto in cui si è giunti, è probabilmente impossibile. So che non accadrà, ma voglio augurarmi che questa vicenda possa servire a tutti da insegnamento per evitare in futuro scelte infelici e irrazionali, maturate non di rado sotto l’impulso dell’emotività e della iper-cautelatività che caratterizza sempre più spesso l’agire della pubblica amministrazione, privando le città di importanti testimonianze che sedimentano la memoria e l’identità delle nostre comunità.

*Architetto

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