venerdì 13 dicembre - Aggiornato alle 10:39

Morte del direttore Rai Andrea Jengo: c’è ancora una lettera per lui

Mentre continuano i messaggi di cordoglio per la prematura perdita ce n’è uno che lo riguarda particolarmente

di Manuela Vena
presidente associazione culturale Fidem

Ci sono giorni la cui data assurge a ricorrenza nel modo peggiore. Apprendere della dipartita di una persona cara è sempre cosa terribile, ma quando il diretto interessato è un personaggio pubblico, il modo in cui viene riportata la triste notizia non può che urtare i sentimenti di quanti lo hanno conosciuto da vicino, in riferimento ad un vissuto che mal si intona all’asetticità delle agenzie stampa. E, in un attimo, sovviene il ricordo disordinato delle ultime chiacchierate come delle prime e l’esercizio delle ricordanze sembra l’unica cosa che possa consolarci della grave perdita che, sulle prime, non si configura come tale. Chi scrive, da non autoctona, diversi anni or sono, ha avuto in sorte di identificare in loco una zona franca, sempre accessibile, cui sottoporre istanze di ogni tipo, potendole poi sempre ricondurre a un orizzonte politico, subito piuttosto che auspicato. Quel luogo era la Rai, o forse dovrei dire che quel luogo era il suo direttore.
Ho conosciuto Andrea Jengo prima del 2004, quando, in procinto di laurearmi, cercavo un mio posto nel mondo. Essendomi appassionata a Perugia pensai di intercettare uno degli interlocutori che più si confacevano al mio profilo professionale. Quel Signore che avevo sentito parlare in pubblico e di cui mi aveva colpito l’energia e la freschezza espressiva, in un colloquio a due, esemplificava ancor meglio le sue doti umanistiche. Si, Andrea Jengo era un umanista, di quelli che non ne fanno più. Quando andai a sottoporgli l’ipotesi di organizzare a Perugia un Festival delle Idee Euro-Mediterranee, fu l’unico a coglierne la valenza, non meramente rivierasca, soffermandosi sul termine ‘idee’ prima che sull’aggettivo ‘mediterraneo’, così estraneo agli umbri. E mentre gli riferivo che i primi interlocutori istituzionali avevano obiettato che non aveva senso un progetto del genere visto che a Perugia non c’era il mare, mi rispose senza indugio che allora il mare a Perugia lo avremmo portato noi, perché sono i sogni e le visioni a sostanziare i progetti e – perché no?! – anche quella politica che sapevamo di dover supportare nel nostro piccolo.
Andrea ha incarnato per me e per tutti i ragazzi di Fidem quel patto generazionale la cui assenza l’Italia soffre da tempo, rappresentando un imprescindibile punto di riferimento per un gruppo di ragazzi la cui generazione non aveva avuto in sorte “quella fortuna riservata alla mia”e che lui in qualche modo sentiva l’obbligo di dover restituire. Anche quando il mare a Perugia è arrivato davvero e ha visto la nostra piccola città prima, e l’intero territorio regionale dopo, interessarsi a vario titolo e con diverse sensibilità al fenomeno dell’Accoglienza, Andrea, continuava a porre l’enfasi sull’impegno profuso in direzione di una necessaria interazioni tra due parti del mondo troppo vicine per non interagire, e che tanto valeva agevolare nelle proprie interazioni positive perché si sa, tra vicini se “non ci si sopporta, finisce in caciara!”. Tutto questo succedeva prima delle Primavere Arabe, prima cioè che l’argomento (e l’aggettivo Mediterraneo) diventasse di moda. Mentre muovevamo i primi passi Andrea, pur cogliendo l’opportunità che il frangente contemporaneo rappresentava per Fidem, ci ha sempre tutelato ben intuendo quanto temi così controversi potessero di per sé rappresentare un’arma a doppio taglio per chi li veicolava.
Con la prematura scomparsa di Andrea Jengo, oggi Fidem perde un padre nobile, un mentore, un amico, prima che il suo Presidente onorario. Di lui ci resta l’esempio, prima che il ricordo e la voglia di sapere esprimere quella sua attitudine ad una schiettezza mai sgarbata che sapesse palesare un appassionato senso civico che è poi il fondamento del senso dello Stato. Di lui ci resta l’immagine delle sue matite colorate in bella mostra sulla scrivania, utili a non dimenticare …
Continuare senza Andrea sarà difficile. Ci mancheranno le chiacchierate spensierate non meno dei confronti appassionati, ma forti della sua eredità, sapremo portare avanti le nostre idee perseguendo i nostri obiettivi, pur senza trascurare di sciogliere quei nodi sistemici che, nell’ultimo periodo, hanno fatto attrito con la nostra attività quotidiana, causandogli non poco dispiacere proprio perché,
conoscendone i meandri, avrebbe voluto evitarceli in quanto sintomatici dei tarli di un sistema che però, “non sempre ti cambia da dentro!”, come ci piaceva dire.
Averlo conosciuto è e e resta fra le eredità emotive di un gruppo di sognatori che avevano bisogno che qualcuno credesse in loro per crederci davvero anche loro, un gruppo di sognatori di cui Andrea faceva parte . Averlo incontrato significa avere la certezza che una persona può scegliere di essere un ponte rispetto agli altri, nonostante oggi sia molto più diffusa la scelta di farsi muri. Essere un ponte significa collegare e non separare, unire e non dividere, essere terreno di passaggio e di scambio. Ci mancherà la tua ironia, ci mancheranno le risate e le ore di lavoro condivise.
Ci mancherà sapere che c’è qualcuno che, pur incarnando le sembianze di un uomo di sistema, ha saputo dispiegarle al nostro sguardo come meritevoli di rispetto, semplicemente incarnandole. Non ci resta che augurarti il vento in poppa, amico mio, tu che quel mare lo avevi dentro e non ne eri mai dimentico. E visto che il motto della nostra Associazione è “Il mare unisce e non divide” siamo certi che ci sarà dato di incontrarci ancora e magari confrontarci su questo o quell’argomento in un luogo dove non sarà necessario che tu ti preoccupi per noi. Ciao Andrea

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