lunedì 22 aprile - Aggiornato alle 04:49

Matera è diventata Capitale europea della cultura mentre a Perugia ci sono più spazi che idee

L’intervento di Alessandro Riccini Ricci: «La città dopo essere stata Capitale italiana è finita per divenire un centro marginale»

Una veduta di Matera

di Alessandro Riccini Ricci

Matera è diventata Capitale Europea della Cultura e in questi giorni ha inaugurato il suo anno di attività. Un milione di persone previste. Centinaia di appuntamenti. Ma non è solo il programma, il numero di presenze e il ricco calendario di eventi a caratterizzare come un successo Matera Capitale. È il fondamentale processo di cambiamento che ha accompagnato la città in questi anni di avvicinamento al 2019. Matera ha deciso di cambiare, di innovare, di investire in cultura. Ha anche fatto arrivare il treno e ha costruito una stazione che incredibilmente non aveva. Non posso non pensare che Perugia2019 aveva intrapreso la stessa strada di Matera. Ottenendo anche un “secondo posto” che ci ha comune valso il titolo di Capitale italiana della cultura 2015. E un contributo straordinario di 1.000.000 di euro per sostenere la città. Ma che cosa è successo in questi 5 anni? Come abbiamo investito? Che cosa abbiamo prodotto, anzi creato? Da candidata a Capitale europea, Perugia dopo essere stata Capitale italiana è finita per divenire un centro marginale dentro la stessa regione perdendo il ruolo di guida. La vocazione al localismo e alla locanda di rione ha cancellato ogni aspirazione internazionale. Un totale ripiegamento su se stessi che ha escluso qualsiasi aspirazione a misurarsi fuori dalle mura della città.

Frazionata e polverizzata La cultura è stata frazionata e polverizzata. Accompagnata alla sua residualità. Non finanziata né con soldi pubblici, né con soldi privati. Anzi. Il famoso milione di euro arrivato grazie alla candidatura a Capitale europea non è stato usato per sviluppare il comparto, mentre gli sponsor privati che hanno caratterizzato nei quinquenni precedenti il sostegno alla cultura non sono stati più trovati. Chi ancora fa cultura a Perugia è un sopravvissuto. Uno che non si è rassegnato e ha voluto con grande determinazione andare avanti. Nonostante tutto. Il sistema museale del Comune è stato smembrato perdendo anche la gestione del Pozzo etrusco, pozzo anche di incassi. Palazzo della Penna non solo è di fatto uscito dalle frequentazioni dei perugini, ma gli sono state tolte dal nome le parole: “cultura contemporanea”. Per continuare la battaglia contro la modernità. La città ha stancamente portato avanti alcuni progetti di ristrutturazione come Mercato Coperto e San Francesco al Prato, ha incredibilmente deturpato con il cemento gli Arconi, ha investito tempo e soldi intorno ad un progetto senza alcuna sostenibilità come il cinema Turreno. Che infatti giace immobile. Si è creato l’effetto paradossale per cui la città ha più spazi che idee. Non ha imprese creative capaci di gestire. Cattedrali nel deserto. In cui rimbomba il vuoto.

La scossa Dei soldi sono stati investiti: è stato ristrutturato con soldi pubblici il Teatro Pavone (una proprietà privata), mentre la manutenzione del Teatro Morlacchi (di proprietà comunale) è stata fatta con dei soldi privati. Paradigmatica della nebbia che ci avvolge, è la vicenda dell’aereoporto di Sant’Egidio dove sono coinvolti da Comune a Regione, da Confindustria a Sviluppumbria. Una impasse incredibile, quando va bene, se non “il luogo” della cantonate incredibili. Un progetto mai decollato. E la Fondazione Cassa di Risparmio che ha di fatto sostituito il Comune nel fare le politiche culturali della città, che strategia di sviluppo ha per la città? È un riferimento per gli operatori o è un tesoretto a cui si accede con difficoltà? Quanto siamo distanti dall’impegno civico di fondazioni come la Cariplo. Le Università, Umbria Jazz e il Teatro Stabile rimangono delle istituzioni “alte”. Ma chiuse in una torre d’avorio. Forse troppo alte per generare in città, al di là dei loro bellissimi programmi, un effetto positivo di scossa culturale. Rimangono delle isole come l’Aba sotto la direzione di Paolo Belardi e la Galleria Nazionale dell’Umbria, vera eccellenza di questa città. Diretta da Marco Pierini con rigore, ma anche con la capacità di essere un motore creativo di idee (anche contemporanee) della città.

Il futuro E rimane il fondamentale investimento “infrastrutturale” del Frecciarossa per Milano. Che per ora ci porta da Perugia verso Milano. E porta invece molto poco verso Perugia. Perugia non è una città neanche addormentata. Almeno potrebbe sognare. È una città che lentamente, in silenzio, si sta dissolvendo. Dove non si è più abituati a pensare al futuro, ma solo alla sopravvivenza. Non offre opportunità e non ha neanche la gioia di pensare e sfidare il futuro. È una città senza entusiasmo e non felice. È una città rassegnata all’inevitabile. Io credo che in questo paese sia in atto una battaglia contro la cultura. La cultura ci rende liberi e consapevoli. Cittadini autonomi e responsabili. La cultura offre possibilità a intere città come Matera. La cultura non è per le élite, deve essere per tutti. È un valore condiviso. Prosciugare la città di questa linfa vitale, lascia spazio all’odio e al risentimento. Io credo che non ci si possa rassegnare. Piuttosto che dalla Bellezza (concetto giusto) ripartirei dai fondamentali: la felicità delle persone e la cultura. Cultura non è proiettare corazzata Potemkin di fantozziana memoria. Cultura è opportunità di lavoro, di comunicazione della città. È la possibilità per le persone di condividere una strada insieme. Insieme si è meno soli. Insieme si pensa e si progetta meglio. Insieme si è una comunità e una città. Possiamo provare a ripartire dalla Cultura?

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