venerdì 21 settembre - Aggiornato alle 19:05

«Lettera aperta alla sinistra: è l’anno zero, ritorniamo a presidiare i luoghi del disagio»

L’intervento di Andrea Mazzoni: «Se la sinistra non si incazza è qualcos’altro. È il momento di salpare in mare aperto»

Una manifestazione

di Andrea Mazzoni*

Mi trovo costretto a confrontarmi amaramente con questo foglio bianco per scrivere alcune cose e contribuire nel mio piccolo a stimolare una riflessione più profonda, non per un mero esercizio retorico, ma per la superficialità delle analisi che sento provenire da più parti e che non colgono appieno la portata dirompente di questa tornata elettorale. Il voto del 4 marzo 2018 ha rappresentato il più grande stravolgimento del panorama politico nella storia dell’Italia Repubblicana. Se escludiamo il passaggio da prima a seconda Repubblica, che non avvenne per mano dei cittadini, ma con un’inchiesta giudiziaria. Roba che sarà raccontata nei libri di storia. Il voto del 4 marzo chiude il Novecento. Recide un filo che legava le famiglie postcomunista, postsocialista e postdemocristiana al XXI secolo. Finisce una stagione e finiscono i suoi interpreti. E non si tornerà indietro, ahimè. Cambia uno schema politico. I partiti tradizionali, da architrave della precedente stagione (e, nelle loro speranze, della futura) rappresentano nella legislatura che si apre un’esigua minoranza. Un nuovo bipolarismo si configura. Quello tra Lega e Movimento 5 Stelle. Un nuovo scenario che non nasce dalla protesta (come qualcuno potrebbe essere indotto a pensare), ma dal cambiamento. Un voto per spazzare via ciò che c’era. Che dà vita al nuovo. Gli elettori ci hanno mandato un messaggio molto chiaro: del destino della sinistra non ci importa una beata cippa. E’ una questione che sta solamente dentro la vostra testa. Il derby con il Pd, le scissioni, i tradimenti. Niente. Zero. Liberi e Uguali aveva visto per tempo questa ondata, questo malessere sociale, ma non è stato in grado di intercettarla.

Anzi, ha visto uno spazio politico che non c’era. Abbiamo pensato di fermare a mani nude una valanga, che ci ha travolto. E lo abbiamo fatto riproponendo vecchi schemi, formule antiche, metodi superati. Con gli attori precedenti la stagione del renzismo. Senza comprendere che quel fenomeno è solo una penosa conseguenza di errori che provengono da lontano. E hanno a che fare con l’interpretazione che ne diedero, del contraddittorio processo della globalizzazione, quegli stessi attori. Aprendo, per primi, delle crepe con la base sociale della sinistra. Crepe che negli anni a venire sono divenute voragini. Abbiamo coltivato l’illusione che ci fosse un popolo ad aspettarci a braccia aperte, pronto a ringraziarci, a sostenerci, a votarci. La dura verità è che quel popolo non esiste più. E quel che ne rimane si è gettato fra le braccia di chi articola una risposta di protezione sociale. Ora facciamo i conti con la realtà, dopo l’illusione, la passione dedicata, il coraggio e l’impegno di migliaia di militanti. Un brusco risveglio, il 4 marzo. Non c’è più la sinistra. E soprattutto non è indispensabile. Ripetiamolo assieme. Noi non siamo indispensabili. Sia chi insegue l’idea di una sinistra moderna, che assomiglia sempre più alla destra. Sia chi in doppio petto, con un passato nelle Istituzioni, pretende di ristabilire una connessione sentimentale tra la sinistra e il suo popolo. Sia chi si rifugia nel movimentismo e nella nostalgia. Presuntuosi e illusi. Forse, a voler proprio trovare una nota positiva, peggio di così non si poteva. Forse. Abbiamo toccato il fondo. E l’elettore ha sempre ragione. Soprattutto quando per anni ti sei ostinato a ribadire quanto bene hai governato, facendo pagare la crisi ai lavoratori. Soprattutto quando per anni hai raccontato un’Italia che non c’era, mentre le diseguaglianze crescevano vertiginosamente.

E da questo inverno bisognerà pur uscire. Se ancora crediamo che le nostre ragioni, i valori dell’uguaglianza, della giustizia sociale, del progresso, siano la bussola per un futuro migliore. Ripartire. Non è un gioco da ragazzi. Anzi è un lavoro in profondità. Tra le pieghe della società. Qualcosa di nuovo, sotto la pelle della storia. Dopo una botta del genere, che ci svuota delle nostre convinzioni, delle nostre energie, della nostra speranza, sarebbe un errore sesquipedale rispondere con l’ordinaria amministrazione. Come sbagliato sarebbe farci confortare da flussi di voto che si spostano improvvisamente e cicli politici che si consumano con rapidità. Serve pensiero critico, ribelle, creativo. Nella crisi servono risposte rivoluzionarie. Serve cambiare schema. Radicalmente. Serve azzerare tutto quel che c’è nel campo della sinistra, sigle, simboli, bandiere, gruppi dirigenti, nazionali, regionali e locali. Serve un unitario momento fondativo della sinistra del nuovo millennio. Il Pd non deve illudersi che la rimozione di Renzi e del suo cerchio magico risolva i problemi del nostro campo. Un’analisi superficiale di ciò che è avvenuto, spostando l’attenzione sulla formazione del governo, non fa che aggravare la catastrofe politica di fronte alla quale ci troviamo. Come fuorviante sarebbe pensare di affrontare questo cataclisma ripartendo dai nomi, dai neoiscritti o con la conta delle primarie interne. Sarebbe come curare la lebbra coi cerotti. Rimane per me, quella comunità, un punto di riferimento per il futuro della sinistra. Probabilmente oggi è l’unica àncora nel mare in tempesta e il suo destino deve riguardare tutte le anime che popolano l’arido campo della sinistra.

Inoltre, un eventuale ulteriore esodo non farebbe la fortuna degli altri partitini come abbiamo visto. Ma il Pd è un marchio compromesso, la cui vita è stata accompagnata dalla crisi economico-finanziaria. Il Pd è il partito della crisi. E in quella crisi la lettura sbagliata dei processi e delle dinamiche sociali, le riforme di stampo marcatamente liberista, l’atteggiamento nei confronti dei lavoratori e dei sindacati, la deriva culturale imboccata, ha trasformato quel partito in un indistinto soggetto politico, assillato dal governo, senza il quale smarrisce qualsiasi funzione nella società. Il Pd è diventato punto di riferimento per il mondo della finanza, della grande industria, delle élite. In quel processo, io e molti altri compagni, abbiamo provato a dare una risposta ad un popolo che sentivamo gradualmente sfuggire. Liberi e Uguali non ha raccolto nulla, o quasi, di quella emorragia e rilanciare la prospettiva di un progetto autonomo sarebbe miope, privo dello slancio che la fase necessita. Non si tratta di fermarsi, o smobilitare, ma lavorare per ricostruire, vedere le cose prima e mettersi a disposizione per rigenerare, favorire un processo. Potere al popolo non è riuscito nella radicalità delle sue proposte ad intercettare la protesta, raccogliendo anche meno rispetto alle precedenti esperienze. In confronto al 2013 parliamo di un saldo negativo, per quanto riguarda l’intero campo del centro sinistra, di 2 milioni e mezzo di voti. Usciamo da una campagna elettorale aspra. Le responsabilità della disfatta sono condivise. Nessuno escluso.

Per essere compagni di viaggio ora, per affrontare la battaglia più dura, quella della rinascita, l’unica discriminante per quanto mi riguarda è la condivisione di una idea-forza intorno alla quale costruire la sinistra del futuro. Senza dare patenti di coerenza. Un passo indietro da parte di chi ha guidato la precedente fase è doveroso. Rappresenta un primo step, di grande potenza creativa. Ma non basta, perché non si tratta di rimuovere le divisioni e unire le debolezze. Ma di aprire un confronto su cos’è la sinistra del futuro. Individuando nuove pratiche, nuovi metodi, nuovi percorsi di partecipazione, nuovi metodi di selezione della classe dirigente. Interrogandoci sulla forma partito che ci consenta struttura, radicamento territoriale, presidio dei luoghi del disagio sociale, dei luoghi del lavoro, sperimentando forme di mutualismo sul territorio. La sinistra che verrà deve riscoprire una sua ragion d’essere, un’utilità sociale: combattere un sistema economico che genera diseguaglianze e povertà, lottare per l’emancipazione collettiva, indicare un nuovo orizzonte, per la trasformazione della società. Se la sinistra non fa il suo mestiere, ci sarà qualcun altro ad occuparne il posto. Con risposte di altro segno. C’è da ricostruire un popolo, da riscrivere un alfabeto, da individuare nuovi veicoli emotivi, da includere fasce di popolazione, da contrastare ingiustizie e precarietà, da rispondere a bisogni multiformi, da rappresentare nuove identità lavorative, da redistribuire ricchezza.

Prendiamo tristemente atto che l’elettorato non si orienta più nella dicotomia destra-sinistra. Che lo vogliamo o no, siamo in una società post-ideologica. Ci siamo illusi di poter raccattare voti affermando che eravamo gli unici di sinistra: “Votateci perché siamo la sinistra!” (figuratevi quando gli parlavamo di centrosinistra, o di Ulivo!). Ci hanno risposto con una sonora pernacchia. Non ha senso di fronte ad un elettorato deideologizzato e spoliticizzato parlare di destra e sinistra, ahinoi. E lo dico col cuore in gola, con la frustrazione di chi arriva in ritardo, colpevolmente disorientato. Ha senso invece ricalibrare i nostri valori e i nostri principi in una società attraversata dalla decisiva frattura apertura/chiusura. La Lega e il Movimento 5 Stelle con soluzioni differenti, nazionalismo il primo e assistenzialismo il secondo, hanno saputo interpretare meglio di chiunque altro il desiderio di sicurezza. Sicurezza sociale la Lega, sicurezza economica il Movimento (a proposito, se prendiamo per il culo i poveri e i disoccupati del Mezzogiorno che fanno la fila per il reddito di cittadinanza, non lamentiamoci se nell’immaginario collettivo la sinistra è quella!). La sinistra è stretta tra la chiusura nazionalista e l’apertura globalista. E non ha parole, se va bene. Quando va male si schiera con il cosmopolitismo delle élite, delle classi dominanti, della finanza e della libera circolazione dei capitali. La sfida deve essere quella di elaborare un punto di vista critico, alternativo ad un ripiegamento isolazionista che favorisce la concentrazione di capitali in ancora meno mani e a un’acritica accettazione degli squilibri di una globalizzazione governata dagli establishment, che comprime diritti e salari.

Il punto di vista dei più deboli, degli esclusi, di chi un lavoro non ce l’ha e di chi per lavorare dalla parte è schiavo. Per riaffermare che il reddito non è un privilegio e passa per il lavoro. Un lavoro stabile, che rispetti la dignità dell’uomo, che consenta di progettare un futuro. Un lavoro accompagnato da diritti e tutele, che siano le stesse nel mondo grazie ad autorità internazionali che vigilino e sanzionino chi compete al ribasso sul costo del lavoro e chi elude i sistemi fiscali nazionali. Per rilanciare il ruolo dello Stato nell’economia, che si assuma quei rischi di investimento che i privati non sono più disposti ad assumere, che fissi un sistema di regole al selvaggio mercato che lascia indietro ed esclude intere fasce di popolazione, che chiuda il lungo ciclo delle privatizzazioni che ha smantellato il nostro sistema di relazioni industriali. Per la crescita dei salari reali, riducendo le diseguaglianze in seno al mercato del lavoro e stabilizzando i sistemi pensionistici. Per la redistribuzione dei profitti aggiuntivi che produrranno i robot, finanziando così forme alternative di reddito per coloro che saranno espulsi dal mercato del lavoro. Per la tutela delle nuove identità di lavoro, cancellando le tipologie contrattuali precarie e negando il pagamento a cottimo, smascherando chi traveste da lavoro autonomo il lavoro dipendente.

Per il recupero dei luoghi fisici, rispetto ai flussi finanziari, di spazi di decisione e di sovranità, in cui la politica riaffermi una primazia rispetto all’ordine economico-finanziario, il cui dominio ha generato una dimensione di cittadinanza e di democrazia debole. Questa idea-forza dell’internazionalismo del lavoro, intorno a cui ritrovare un cammino comune e costruire una nuova soggettività politica, una nuova identità. Un’idea che si contrapponga ad una società in cui l’1% più ricco detiene la stessa ricchezza del restante 99. Un’idea che nel conflitto tra rendita e lavoro stia dalla parte di quest’ultimo. Dalla parte di chi lavora e produce: lavoratori dipendenti, autonomi, artigiani, commercianti, piccola e media impresa. Una grande classe subordinata rispetto al dominio incontrastato delle oligarchie economiche e finanziarie che sfruttano quel lavoro, estraggono ricchezza e governano una politica supina ai loro interessi. Un’idea che dia vita ad una grande alleanza del lavoro, che costruisca un blocco sociale, insieme a disoccupati, lavoratori, studenti, sindacati, associazioni di categoria, intellettuali. Un’idea su cui fondare un grande partito del Lavoro. Per il lavoro.

Sono sfide che solo una nuova generazione può raccogliere. La generazione a cui la crisi ha tolto futuro e speranze. La generazione che è in grado di cogliere e interpretare i processi e le trasformazioni sociali. Di stare dentro la Storia. Che conosce il lavoro del nuovo millennio e le nuove forme di sfruttamento. Una generazione che trasversalmente deve stimolare un dibattito, deve tracciare una nuova via, deve mettersi alla testa di un processo. Un generazione disillusa, coraggiosa e realista che chiuda il capitolo del politicamente corretto, con il quale la sinistra si è occupata esclusivamente dei diritti civili, anteponendoli ai diritti sociali e facendo un torto ad entrambi. Che metta da parte il buonismo con cui si affrontano i temi legati al terzo mondo, che si è materializzato nel nostro paese. Che smascheri le contraddizioni dell’integrazione di un esercito di schiavi purché svolgano quei lavori che gli italiani non sono più disposti a fare: “portiamoli in salvo così ci raccoglieranno i pomodori e puliranno il culo ai nostri vecchi”. Che rinneghi la retorica degli ultras europeisti che da Maastricht in poi hanno scelto “Prima le banche e poi gli europei”, “Prima il rigore, poi lo stato sociale”, “Prima la precarietà, poi il futuro”. Che lo urli con tutta la rabbia che ha in corpo, quella generazione: “Prima i popoli europei, poi gli interessi delle élite”.

Che rifiuti il moralismo dei salotti buoni e le risate di una sinistra che racconta solo chi ce l’ha fatta. Diciamocelo subito: se la sinistra non si incazza è qualcos’altro. Non serve. La connessione sentimentale la ristabiliamo solamente con una profonda e genuina operazione di presidio dei luoghi del disagio sociale, delle nuove povertà, delle periferie, delle solitudini, con la ricostruzione di spazi di aggregazione, di senso, di vita, con la risposta al bisogno di identità, provocato da una società individualista. Una sinistra di frontiera. Che sta dove manca lo Stato, la politica, una rete sociale. Al fianco di chi non ce la fa. Con loro e per loro. Così c’è la fiducia, così crei un vincolo. Così puoi rappresentare. Lasciamo le nostre case diroccate, abbandoniamo i nostri porti sicuri. Salpiamo in mare aperto, raccogliendo la sfida. Se non lo faremo non avremo voce in capitolo e le risposte non saranno le nostre. Se non lo faremo ci dovremo rassegnare ad un futuro senza le nostre idee. Dove le persone a cui parliamo continueranno a farsi rappresentare dagli altri. E’ l’anno zero. C’è da scrivere assieme una nuova grande storia. Facciamolo prima che anche le nostre idee scompaiano sotto le ceneri delle macerie. Dove l’egemonia altrui costruisce.

*Liberi e uguali 

2 risposte a “«Lettera aperta alla sinistra: è l’anno zero, ritorniamo a presidiare i luoghi del disagio»”

  1. giovanni siena ha detto:

    Deprimente che propio adesso si fanno riflessioni di colpe prima dove vivevano i rappresentanti di sinistra.se si puo chiamare sinistra dopo le decisioni prese..art 18 banche ecc.ecc. il pd e finito come chi lo a guidato fino al collasso…..basta stronzate dette la gente e stanca di sentire favole e perbenismo..

  2. Stefano schiavon ha detto:

    E imparare dal papa, anche e soprattutto dal punto di vista antropologico, non sarebbe male. Visto il nichilismo cosmico che ha portato a smontare qualsiasi identità e dunque anche quella dell’uomo di sinistra, del cittadino, del marito e della moglie e del figlio, della appartenenza alla collettività, del rispetto delle autorità, Della identità di genere, ….e via dicendo. Praticamente abbiamo smontato tutto. Non ci si deve stupire poi se le persone non si identificano più in nulla.

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