giovedì 27 giugno - Aggiornato alle 01:23

Tra leggi ‘sblocca cantieri’ e norme anticorruzione, intanto le imprese edili chiudono

Dalla febbre di Tangentopoli che ha creato codici monstre ai tentativi del nuovo governo: la politica rifletta sui propri errori

di Diego Zurli

Le proteste del settore delle costruzioni, culminate con la grande manifestazione nazionale di Roma, le incertezze del Governo sulla Torino-Lione, il corteo a passo d’uomo degli autotreni lungo la Perugia-Ancona, le innumerevoli opere pubbliche bloccate in tutta Italia con gli infiniti tempi di pagamento della p.a. o la ricostruzione post-sismica che stenta a mettersi in moto, mostrano impietosamente le molteplici difficoltà di un comparto che, nonostante la crisi, incide ancora oggi per circa il 5% del Pil del paese.

Secondo alcune recenti stime, con la crescita di importanza che le città avranno in futuro nella guida dei processi economici globali, l’incidenza del settore delle costruzioni passerà nel 2020 dal 13,5 al 15% del Pil mondiale e dal 7 all’8,5% della forza lavoro. Considerato impropriamente in passato, una sorta di volano economico per contrastare la stagnazione, questo settore conserverà anche per il futuro una sua centralità per le ricadute occupazionali e per la capacità di mobilitare altri settori produttivi. Per queste ed altre ragioni, si imporrebbe una attenta e scrupolosa riflessione per comprendere le cause che hanno determinato la situazione attuale la quale, secondo stime sindacali, ha portato nella sola Umbria alla perdita in pochi anni di circa 20.000 occupati.

Iniziamo dalla singolare vicenda del Quadrilatero Umbria-Marche. Occorre riconoscere che senza quella felice intuizione che portò alla istituzione della società di progetto, e alle “convergenze parallele” della strana coppia Baldassarri-Lorenzetti che decise di sostenere la ripresa dei territori colpiti dal sisma 1997 con quell’ambizioso progetto, la Perugia-Ancona e la Foligno-Civitanova oggi non esisterebbero. A determinarne le contrastate vicende, fu in gran parte la scelta iniziale di affidarne la realizzazione ad un General Contractor. Sono gli anni in cui muove i primi passi la cosiddetta “legge obiettivo”, la mostruosa creatura del secondo governo Berlusconi-Bossi-Fini la quale, grazie agli amplissimi margini di discrezionalità concessi all’affidatario, avrebbe dovuto garantire una rapida ed efficiente realizzazione delle infrastrutture strategiche. Così non è stato: nel solo Maxilotto 2 si sono avvicendati ben tre General Contractor, l’ultimo dei quali, controllato dalla società Astaldi in regime di concordato.

L’elenco di imprese, grandi e piccole, che hanno chiuso i battenti o hanno subito pesanti perdite è assai lungo: la possibilità offerta dalla legge di sottrarre dagli ordinari dispositivi di garanzia i contratti stipulati a valle dell’affidamento principale e soprattutto l’anomalia tutta italiana di consentire allo stesso General Contractor di eseguire direttamente le opere appaltate, hanno generato ovunque situazioni incresciose alle quali oggi si cerca di porre rimedio. Il palese conflitto di interessi che si viene a creare nel momento in cui il raggruppamento contraente, possedendo la quasi totalità del pacchetto azionario, affida a se stesso le opere da realizzare, in caso di mancato rispetto del contratto fa sì che non si produca alcuna conseguenza o sanzione. A farne le spese, sono così i sub-affidatari o gli stessi fornitori deprivati di quelle tutele normative che garantiscono gli appalti pubblici. Procedere alla revoca dell’affidamento per inadempienza contrattuale, da parte della stazione appaltante, costituisce infatti un arma spuntata che può essere solo minacciata ma quasi mai usata poiché comporterebbe tempi biblici per la revisione del progetto, per la sua approvazione, per un nuovo appalto con i maggiori costi da sostenere e i lunghi ed incerti contenziosi da gestire. Purtroppo, occorre riconoscere che le cose non hanno funzionato al meglio nemmeno in regime ordinario.

Nel corso della mia ultra-trentennale esperienza nel campo dei lavori pubblici, partendo da quella originaria, ho assistito a ben tre complete riscritture delle normativa. Ciascuna delle quali ha subito centinaia di modifiche anche per effetto di provvedimenti straordinari “sblocca-cantieri” che, generalmente, non hanno mai sbloccato alcunché. Ho iniziato con il Regio Decreto n. 350/1895, 120 articoli di immediata lettura ed applicazione, che hanno accompagnato la ricostruzione post-bellica e consentito di realizzare in soli 8 anni grandi opere come l’Autostrada del Sole. Nei primi anni ottanta, sulla spinta emozionale di Tangentopoli e delle inchieste di Mani Pulite, si decide di riscrivere interamente la norma per adeguarla ad alcuni principi comunitari.

Nasce la legge quadro in materia di lavori pubblici, la legge 109/1994 di soli 38 articoli a cui segue il regolamento di attuazione, il DPR n. 554/1994 che di articoli ne contiene 232, più svariati allegati. Qui si cominciò a generare un grosso equivoco laddove maturò la convinzione che la corruzione dilagante potesse essere sconfitta appesantendo ed irrigidendo i meccanismi che disciplinano gli appalti. Cambiano le maggioranze, si decide di riscrivere nuovamente la norma, con il D.Lgs n. 163/2006, affidandone la regia ad un magistrato amministrativo, un boiardo di Stato di lunga militanza come Pasquale de Lise: 256 articoli, più 363 articoli di regolamento e 14 allegati. Cambiano ancora le maggioranze e cambia ancora la legge. E’ di nuovo il turno del centro-sinistra, si riscrive nuovamente il codice approvando il D.Lgs n. 50/2016, 220 articoli, nove corposi allegati oltre a non so quante linee guida, indicazioni operative, bandi tipo, contratti tipo, elaborati dall’Anac sotto la guida di un altro autorevole magistrato. Piercamillo Davigo, il celebre esponente del Pool Mani-Pulite – che non è certo il mio riferimento – ha definito l’Anac “un’arma di distrazione di massa” così commentando il codice: «Fantascienza, un film di Star Trek. Nel mondo reale più le gare sono truccate e corrono le tangenti, più le pratiche sono ineccepibili». «Da anni» – aggiunge Davigo – si scrivono normative sugli appalti «con regole sempre più stringenti che danno fastidio alle aziende perbene e non fanno né caldo né freddo a quelle delinquenziali».

L’equivoco di fondo che sta alla base di questo delirio di norme, regolamenti, linee guida, varate nel tempo per combattere la corruzione è che, fatta la legge, si è sempre trovato l’inganno perdendo di vista il vero obiettivo di ogni buona legge sui lavori pubblici che è o dovrebbe essere quello di realizzare opere pubbliche, ad un giusto costo, in tempi ragionevoli e garantendo una equa remunerazione del lavoro e delle imprese. Ciò non basta a spiegare la crisi profonda del comparto che, per essere affrontata, richiederebbe anche altro e soprattutto maggiori investimenti; ma la politica potrebbe intanto cominciare a riflettere sui risultati non proprio esaltanti ottenuti, recuperando in pieno la propria autonomia, lasciando ai magistrati il compito di combattere la corruzione con le indagini e i processi, evitando di gravarli di compiti che hanno purtroppo dimostrato di non saper svolgere. Ora tocca al nuovo governo. A quanto si conosce, si tratterà dell’ennesimo “sblocca-cantieri” che speriamo condurrà ad esiti migliori di quelli precedenti: “Vasto programma” avrebbe commentato il generale Charles De Gaulle. Un banco di prova davvero molto impegnativo per Salvini e Di Maio. Buona fortuna!

*Architetto

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