domenica 21 aprile - Aggiornato alle 21:06

Il capo della Polizia: «Nessun attentato alla socialità, la sicurezza viene prima di tutto»

Perugia, Franco Gabrielli ‘difende’ la sua circolare. E’ la saga delle ovvietà, l’incolumità della gente è la cosa più importante

Franco Gabrielli, capo della Polizia di Stato

di Franco Gabrielli

La sicurezza non è più un diritto ma è un bisogno. Non è strategica e non ce la fornisce la forza di polizia. Oggi nei nostri territori la condizione della sicurezza strategica è tutto sommato favorevole, noi non siamo tra i Paesi più insicuri al mondo. Gli indici di delittuosità sono tutti in significativo calo. La gente non denuncia? Ci sono alcuni reati che non si denunciano più ma gli omicidi, le rapine e le violenze sessuali vengono sistematicamente denunciati. Il fatto che si abbia un calo significativo della sicurezza rilevata è il dato inequivoco. Di contro, però, aumenta significativamente la percezione di insicurezza. In questo non può non rilevare la condizione economica – dal 2008 ormai siamo in una congiuntura molto sfavorevole – i poteri di acquisto reale delle nostre comunità sono in discussione. Ho sempre considerato il sistema previdenziale una forma di ammortizzatore sociale anche perché non abbiamo gente in piazza. Questo sistema però è destinato inevitabilmente a implodere: aumenteranno i soggetti che andranno a beneficiarne mentre diminuiranno quelli che lo alimentano.
Sempre più dobbiamo ragionare di sicurezza integrata, partecipata, come il prodotto del concorso di tutti i soggetti ma anche dei cittadini. Le società veramente avanzate sono quelle in cui i cittadini si considerano, a tutto tondo, parte del sistema, non in un rapporto perverso tra cliente e fornitore di servizio. Esiste un’assunzione di responsabilità, un’assoluta gestione degli strumenti in mano alla magistratura e alle forze dell’ordine per reprimere e colpire tutte le forme di illegalità. Il concetto di legalità e di illegalità è molto più ampio del concetto di sicurezza. Dobbiamo fare essenzialmente un percorso culturale perché tutti i problemi intersecano questioni di carattere culturale. L’Italia deve fare questo percorso in maniera più significativa di altri perché siamo un popolo profondamente individualista che per troppo tempo ha poco conosciuto il concetto di tema comune e di interesse generale. Tutto, a volte, si esaurisce nel cortile in una duplice perversione. Nel nostro cortile di casa non vogliamo avvengano determinate cose ma lì facciamo quello che riteniamo più opportuno, o meglio, più vantaggioso per noi. Se poi questo fare cose vantaggiose produce effetti perversi sugli altri diventa alquanto rischioso. Quando ero direttore del Dipartimento di Protezione civile mi capitò di occuparmi di una vicenda in Calabria dove un uomo, ritenendo che una parte dorsale della collina occludesse la sua vista del mare – leopardianamente, nel concetto di Infinito – lo sbancò. Sopra a quel terreno di sua proprietà passava però la strada che portava all’ospedale e le conseguenze sono facilmente intuibili. Il bene comune e l’interesse generale sconta la difficoltà del nostro imprinting. Noi pretendiamo che le cose debbano essere fatte dagli altri e in questo gioca un ruolo fondamentale l’Istituzione. Lo spread è tra quello che facciamo e quello che dovremmo fare, tra la credibilità di cui siamo portatori e ciò che facciamo in una logica troppo spesso legata al ‘fate come dico io ma non fate come faccio io’. Noi non possiamo chiedere all’agente ultimo arrivato di comportarsi in un certo modo se poi, nella catena di comando, ci si comporta in modo diverso. Dovremmo far diventare questo concetto una sorta di regola di vita. In questo momento abbiamo bisogno che le comunità che hanno questa difficoltà culturale – ossia di sentirsi parte di un qualcosa di più complesso – si riapproprino della credibilità delle proprie istituzioni. Questo, primariamente, è in capo a chi ha compiti di responsabilità. La parola magica, in questa anglofonia imperante, più che accountability è responsabilità.
Tra le mie responsabilità ho recentemente scoperto di attentare agli spazi di socialità. E’ una cosa che digerisco difficilmente. Dopo un fatto gravissimo come quello di Torino ho preso carta e penna e ho detto a questori e prefetti alcune cose. Definirei la ‘Circolare Gabrielli’ la ‘saga dell’ovvietà‘ perché non c’è neppure una cosa che non sia contenuta in un regolamento o in una legge. Nelle aule di Giurisprudenza le prime lezioni si fanno sulle fonti del diritto e la circolare non si colloca sopra la legge costituzionale bensì nella parte bassa del tabellone. Eppure sento affermazioni che mi fanno accapponare la pelle facendomi ritenere che prima, evidentemente, certe cose non si facevano. Nel nostro Paese si va alla ricerca delle foglie di fico cioè di qualcuno o di qualcosa che in nome di un’urgenza o di un’emergenza, ipoteticamente, si assume una responsabilità. L’archetipo di ciò che sto dicendo è la vicenda degli stadi: mediamente inagibili, non in grado di fornire una situazione di incolumità per le persone. Quando però si arriva a ridosso del campionato – sacro e inviolabile – per motivi di ordine e sicurezza pubblica si consente l’agibilità. Se qualcuno si fa male o ci scappa il morto è un problema incerto, la certezza è la sacralità del gioco del calcio. Alla fine si concede quasi sempre una sorta di agibilità parziale, perché, come si dice, in Italia non c’è cosa più definitiva delle cose provvisorie. L’incolumità delle persone viene prima di ogni altra cosa. Questo non è un attentato alla socialità, è semplicemente un grande e profondo rispetto per le persone. Che, evidentemente, però, in maniera più o meno interessata, viene veicolata in altra maniera.
Dobbiamo lavorare su questa cosa nella consapevolezza che questi temi non possono essere identificati come qualcosa di temporalmente e spazialmente circoscritto ma devono essere vissuti come un percorso nel quale tutti ci sentiamo coinvolti. Chi ha più responsabilità queste responsabilità se le deve assumere e deve concorrere affinché questo percorso sia condiviso e accettato. Se non coinvolgiamo la gente e se la gente non si sente coinvolta faremo tratti di strada schizofrenici e risponderemo alla pancia delle pulsioni momentanee. Senza fare niente affinché il nostro Paese si affranchi anche da una certa mentalità e modalità di approcciare le cose. Il percorso è lungo, insidioso, complesso, pieno di problemi, ma lo dobbiamo intraprendere. Se ci lasceremo trasportare dalle cose saremo inevitabilmente travolti e avremo una doppia grande responsabilità: aver concorso al naufragio del nostro Paese e il delitto per non aver lasciato ciò che in fondo abbiamo ereditato. Noi non abbiamo ricevuto in eredità la terra ma l’abbiamo soltanto avuta in prestito dai nostri figli ai quali dovremo restituirla meglio di come l’abbiamo trovata.

* Capo della Polizia di Stato

Una replica a “Il capo della Polizia: «Nessun attentato alla socialità, la sicurezza viene prima di tutto»”

  1. siska ha detto:

    quante chiacchiere……..

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