mercoledì 11 dicembre - Aggiornato alle 22:19

Deltaplano di Castelluccio, nuovi esposti: «Senza, sarebbe un luogo abbandonato»

Diego Zurli: «Per risollevare quei luoghi servono nuove idee, non iniziative dei professionisti della denuncia»

Rendering del Deltaplano di Castelluccio

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento alla luce di una nuova denuncia di Italia Nostra sulla struttura del Deltaplano a Castelluccio di Norcia

di Diego Zurli

C’è di che rimanere stupiti della ostinazione con la quale, indomite frange dell’ambientalismo da tastiera, continuano a accanirsi contro il vituperato Deltaplano, la struttura temporanea dove, dopo il sisma del 2016, sono stati delocalizzati alcuni esercizi di Castelluccio in assenza del quale, sarebbe un luogo abbandonato e tale resterebbe per tutto il lungo tempo necessario a rialzarsi. Non mi interessa scendere in polemica né entrare nel merito delle questioni sollevate, del tutto irrilevanti, rispetto ai problemi di ben altra natura che affliggono la Perla dei Sibilini: c’è davvero ancora qualche sprovveduto disposto a credere che colorare di ocra le pareti dell’odiato ecomostro, aggiungendo qualche stentato alberello, cambierebbe qualcosa?

Qualsiasi persona ragionevole sa che senza il pagus – il termine latino da cui discende la parola paesaggio, cioè il villaggio e quindi la comunità – non c’è paesaggio né futuro. Senza gli uomini che hanno abitato queste terre inospitali, trasformando la natura in cultura, il “farsi delle genti vive” narrato da Emilio Sereni, la fiorita, una delle più grandi opere di land-art mai realizzata dalla mano dell’uomo, di sicuro non esisterebbe. Mettere in campo nuove idee, è la sola cosa che serve in questo momento difficile in cui non si intravede l’uscita. Parlando con i pochi rimasti a presidiare quei brandelli di mura prevale il pessimismo: molti si sono scoraggiati e minacciano di gettare la spugna ma a farlo davvero sono i più giovani: ad oltre tre anni dal tragico evento, è difficile immaginare un avvenire sapendo di avere davanti tempi così lunghi.

In questa situazione, intraprendere la via degli esposti o quella giudiziaria da parte dei soliti professionisti della denuncia rischia scoraggiare perfino i più tenaci anche se sono convinto che un avviso di garanzia in più non farà desistere coloro che, dentro e fuori la pubblica amministrazione, continueranno ad impegnarsi. Una maggiore attenzione ai dettagli avrebbe senz’altro migliorato quanto realizzato ma accanirsi su questi aspetti del tutto marginali senza interrogarsi sul futuro di queste terre equivale a guardare il dito invece della luna. Ed allora, auspicando che la politica ricominci a battere qualche colpo, occorre prendere atto che gli strumenti fin qui messi in campo non si sono dimostrati adeguati per innescare la ripartenza e senza un ambizioso progetto di rilancio dell’appennino ferito, non ha nemmeno senso parlare di ricostruzione.

Soggetti, come la Fondazione Aristide Merloni nelle Marche, si sforzano nel cercare una visione. Esistono poi strumenti già previsti dalla legge regionale da attivare dotandoli di contenuti e di risorse; altri se ne potranno creare facendo leva sulle provvidenze del nuovo settennato comunitario e sulla cosiddetta “terza gamba” delle politiche di coesione. Per la ricostruzione dell’abitato, come dimostra la precedente esperienza del ‘97 in condizioni di gran lunga più semplici, la strada di gestire il processo attraverso un piano urbanistico è lunga e impervia.

Osservando dall’alto ciò che resta, si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad uno scenario da dopoguerra, e come dopo una guerra, occorrono strumenti e procedure eccezionali che solo una legge speciale del parlamento è in grado di disporre. Senza un ruolo forte e maggiormente trainante della mano pubblica, la ricostruzione impiegherà nella migliore delle ipotesi svariati decenni per realizzarsi  e quelli della mia generazione non ne vedranno la fine. Suggerisco un’operazione dilettevole e curiosa: dopo aver individuato l’abitato di Castelluccio per mezzo di Google Maps, dato che la cartografia non è stata aggiornata, osservate come era prima l’area di cava dove è sorto l’odiato Deltaplano: il colpo d’occhio non era migliore di quello di oggi ma, potenza degli algoritmi, come accade ai protagonisti del celebre film di Robert Zemekis, appaiono sulla mappa per magia i tag delle attività ospitate all’interno dell’insediamento non ancora realizzato ritornate dal futuro a bordo della mitica DeLorean.

L’effetto di straniamento è notevole, ma solo una visione proiettata in avanti può far riprendere il cammino interrotto: un futuro dal cuore antico che, senza nostalgie, faccia leva sulle risorse inespresse di cui l’area appenninica è ricca. Ed allora, ripensando alle sterili polemiche di questi giorni, rileggendo un bel saggio di Eugenio Battisti, non basta lamentare la condizione di degrado se non si tiene conto anche del bisogno che la determina e, soprattutto, senza muovere un dito per correggerla: così facendo, “si finisce per appartenere alla schiera di quanti si ritirano in miti di pura evasione esprimendo istanze antisociali e facilitando in tal modo il crollo di tutto”.

La risposta di Italia Nostra Quante parole inutili caro Zurli, sai bene che Italia Nostra (associazione culturale) distinguendosi dalle associazioni ambientaliste, appoggiò il progetto Deltaplano disegnato da valenti architetti. Ciò che abbiamo esposto alle autorità è una realizzazione e gestione opposte alla cura estetica e paesaggistica del progetto, vergognose, a la terona, con parcheggi ossessivi e abusivi, breccione grosso sotto i piedi, greppi e aiole incolte, tetto verde già degradato. Prendo atto che per te non sono cose importanti, per me sono decisive per il miglior successo della rinascita. Non serve aggiungere altro se non, parafrasando Manzoni sul coraggio di Don Abbondio, “la sensibilità se non ce l’hai non te la puoi dare da solo”. Un caro saluto, Luigi Fressoia

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