sabato 18 agosto - Aggiornato alle 14:36

Dagli Hikokomori alla dipendenza da videogiochi: quando la rete diventa una rete

Bambini e adolescenti che rifiutano il contatto con il mondo reale: «Cercano un mondo sotto controllo ma la colpa è nostra che abbiamo adultizzato la loro vita»

Hikokomori è un fenomeno di chi sta chiuso nella sua stanza dipendente dal pc (Danny Choo from Tokyo, Japan)

di Gianfranco Salierno e Paola Bianchini*

C’è un fenomeno nato lontano, in Giappone che parla di dipendenza dal mondo virtuale. Vengono chiamati in letteratura Hikikomori: giovani adolescenti chiusi nelle loro stanze con un ritiro dal mondo reale che può andare dai sei mesi fino ai due, tre anni. Come vivono, dunque, questi ragazzi? Il problema è appunto la vita che rifuggono, per esiliarsi in un mondo fantastico fatto di video giochi, personaggi immaginari, dove crearsi identità idealizzate e sfide che li facciano sentire protagonisti assoluti e vincenti; vivono nelle loro stanze, di notte, dormendo durante il giorno, evitando ogni sguardo umano, ogni relazione reale, il cibo viene lasciato fuori dalla soglia della loro stanza e di notte allungano una mano al mondo reale, per poi riessere inghiottiti nell’intimità rassicurante della propria camera. Il divieto a varcare quella porta è per tutti, in particolare i genitori. Quello che cercano di ottenere è un mondo sotto controllo, dominato da un’idea narcisistica di sfida e vittoria, dove non c’è posto per il corpo, le emozioni, le relazioni, tutte dimensioni al cui contatto potrebbero crollare. Nella severità dell’isolamento virtuale, ci si può costruire senza soffrire, né avere disconferme o frustrazioni, un mondo quindi, ripulito dal danno e dalla fatica a cui obbliga ogni vita.

In Gran Bretagna, una bimba di nove anni è stata ricoverata in un reparto psichiatrico per dipendenza da video giochi. I genitori avevano notato che la bimba appariva nervosa, stanca, irritabile, aveva peggiorato il suo rendimento scolastico. Dopo un’indagine, che li ha portati a scoprire che la bambina di notte si alzava e si metteva al pc a giocare ad un video, che la prendeva così tanto, da non dormire più la notte, hanno aperto una finestra mortificante sulla vita della loro bambina. I giochi con le amiche, i libri, le Barbie, erano stati sostituiti da un virtuale così ipnotico ed intenso da costringere la figlia al proprio pc di notte, senza nemmeno poter andare in bagno, la sedia era bagnata, da lì è scattato l’allarme.

Probabilmente la realtà virtuale ha offerto un mondo sotto controllo e di cui essere la protagonista assoluta, le giornate nella vita reale devono essergli sembrate piatte, noiose, senza sfide gratificanti in cui misurarsi, da lì il rifugio claustrofobico e fantastico. L’età di esordio di queste patologie si sta pericolosamente spostando, abbassando verso l’infanzia o la preadolescenza, otto, nove anni e si possono sviluppare dei sintomi così invasivi. Il problema prima di diventare sanitario è educativo e sociale.

Abbiamo adultizzato l’infanzia e infantilizzato l’età adulta, c’è stato uno spostamento veloce di ruoli, senza deleghe alle responsabilità che questi comportano, una sorta di vischiosità sociale familiare in cui la separazione generazionale è resa difficile. Non c’è distinzione tra la giornata di un bambino e quella di un adulto, stesso livello di velocità, di stress, di performance, precipitati in un mondo dove le sfide si perdono realmente, questi ragazzi scendono e si rifugiano in case di vetro, dove vivere condizioni di cui possono controllarne le leggi.

Le loro giornate sembrano ipotesi, adagiate su di un fondo ossessivo, che li illude di far argine alla vita e alle sue disillusioni. Dovremmo strapparli al dolore della perfezione, all’illusione di una vita ripulita dal danno e farli innamorare dell’unica vera sfida che valga la pena “giocare”: quella per conoscere se stessi e per crescere in un mondo che gli somigli.

*Psichiatra e psicoterapeuta, responsabile dell’unità operativa dipartimentale Salute Mentale Penitenziaria CSM del Trasimeno
Dottore in filosofia teoretica e psicologia clinica

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