venerdì 21 settembre - Aggiornato alle 14:51

«Cari ambientalisti da tastiera, vi spiego io il Deltaplano di Castelluccio e perché non ci faremo intimidire»

Il direttore regionale Diego Zurli ricostruisce genesi e significato della scelta e accusa il Wwf: «Siete i nuovi ‘Eco-mostri’»

Rendering del Deltaplano di Castelluccio

Pubblichiamo un intervento del direttore regionale Diego Zurli che ricostruisce genesi e significati della scelta del cosiddetto Deltaplano, la struttura in corso di realizzazione dove troveranno sede esercizi e attività produttive di Castelluccio di Norcia durante la ricostruzione post sisma e oggetto di molte polemiche e più di recente di un esposto del Wwf 

di Diego Zurli*

“I Nuovi Eco-mostri” potrebbe essere il sequel di un memorabile film ad episodi di Dino Risi, dove i protagonisti non sono gli orrendi scempi edilizi che deturpano il territorio nazionale, ma taluni ecologisti i quali, nel nome dell’ambiente da proteggere dai suoi stessi abitanti, recitano un copione da teatro dell’assurdo in bilico tra comico e tragico, rivelando miserie e perversioni dell’ambientalismo militante.

Mettendo da parte le facili ironie che una vicenda così paradossale suscita nelle persone dotate di un briciolo di buon senso, sono rimasto sorpreso ed amareggiato dal modo in cui una associazione che reputavo seria e autorevole come il Wwf e che ho anche sostenuto per le sue iniziative assolutamente meritorie, ha ritenuto di dover affrontare la questione del cosiddetto “Deltaplano”, la struttura temporanea dove, dopo lunghe ed estenuanti discussioni tra i soggetti a vario titolo preposti, si è convenuto di delocalizzare gli esercizi e le attività produttive rese inagibili dal sisma.

DELTAPLANO: IL PROGETTO

Il “Professionismo della Denuncia” è purtroppo la principale attività che contraddistingue una componente, fortunatamente minoritaria, dell’arcipelago ambientalista in ciò rivelando l’assoluta mancanza di idee e l’assenza di progettualità che invece dovrebbe caratterizzare quanti coltivano l’ambizione di farsi carico dei destini del pianeta. Peraltro, se l’imperiosa necessità conseguente un improvviso quanto improbabile sussulto della coscienza di qualche esponente appartenente a quel mondo fosse effettivamente stata quella di “bloccare l’ecomostro che distruggerà per sempre l’ottava meraviglia del mondo, agendo in tutte le sedi, con ogni mezzo e in ogni modo, per evitare numerose violazioni di legge”, tanto valeva farlo subito, senza aspettare la conclusione dei lavori del “Deltaplano” ormai prossima.

DELTAPLANO PIù PICCOLO E SENZA PARCHEGGIO

Perché allora tanta cattiveria e tanto accanimento? Nutro perciò il terribile sospetto che lo scopo principale che i “Professionisti della denuncia” perseguono, non sia quello di preservare l’ambiente di cui si sentono esclusivi custodi e proprietari ma, accompagnati da una irrefrenabile smania di protagonismo mediatico, consista in realtà nel colpire le persone per spaventarle e condizionarne comportamenti ed attività sotto la minaccia, più o meno esplicita, di un esposto alle molteplici magistrature. Funzionari e tecnici, amministratori pubblici, semplici cittadini, questi ultimi colpevoli per la loro ostinazione nel voler prospettare un futuro a queste terre belle e fragili alle quali sono profondamente legati ed altrimenti destinate progressivamente all’abbandono, soggiacciono a questi inaccettabili condizionamenti subendone non di rado le spiacevoli conseguenze.

PROCIV, AVANTI COL CANTIERE 

Si sostiene, per giustificare la delazione, che nessuno si è mai curato di formalizzare e garantire i tempi della cessazione della contestata opera e la sua dismissione. Mi chiedo, ragionevolmente, chi può oggi stabilire con assoluta certezza quanto tempo sarà necessario impiegare per ricostruire Castelluccio? Purtroppo, occorre assumere la consapevolezza che, nella migliore delle ipotesi, per rimettere in piedi il paese occorreranno svariati anni. Ricordo, per la cronaca, che ne sono passati quasi venti per giungere all’approvazione del Piano Integrato di Recupero elaborato dopo il terremoto del ’97 e che, se si fosse intervenuti sugli edifici privati con le risorse già al tempo disponibili, probabilmente avremmo avuto di fronte scenari e opportunità molto diverse da quelle di oggi. Una volta ricostruiti gli immobili, si sviteranno i bulloni e l’odiato “Deltaplano” prenderà il volo scomparendo dalla nostra vista. Fino a quel momento, non credo si potrà realisticamente farne a meno, al pari delle casette e delle altre strutture temporanee.

Conoscendo il progetto nei minimi dettagli, essendomene occupato fin dalla sua impostazione iniziale, partendo dalla localizzazione stabilita dal Comune di Norcia in assoluta coerenza con le previsioni del suo Piano Regolatore, pensavo che si fosse definitivamente chiarito che tale operazione si è resa indispensabile al fine di garantire il diritto a continuare a svolgere, mantenendole in vita, le poche attività produttive e gli esercizi esistenti al momento dell’evento. Evidentemente, così non è stato e pertanto occorre ripetere ancora una volta che, se fosse stato possibile individuare una soluzione differente alla perentoria necessità di delocalizzare tali attività, si sarebbe certamente percorsa un’altra strada. Altre ipotesi di lavoro, semplicemente non esistono per il fatto, oggettivo ed inconfutabile, che l’abitato di Castelluccio è praticamente un cumulo di macerie, fatta eccezione per i pochi edifici rimasti in piedi già occupati da attività agrituristico-ricettive le quali, nonostante tutto, si sforzano faticosamente di ripartire. Quantomeno, in tutti questi mesi, io non ne ho vista né sentita avanzare nemmeno una che avesse un barlume di serietà e di fattibilità.

La scelta, alla quale si è giunti, è stata pertanto quella di conciliare la migliore soluzione architettonica temporanea possibile (la proposta progettuale avanzata da un bravo architetto come Francesco Cellini), nel posto meno invasivo possibile (l’area della ex cava che sarà anche oggetto di risanamento) evitando la disseminazione di container e baracche in modo sparso e disorganizzato sulla piana. Provate, solo per un attimo, ad immaginare oltre una ventina di attività da localizzare nei container della Protezione Civile in altrettanti luoghi al di fuori dall’abitato per evitare interferenze con i cantieri della demolizione e della futura ricostruzione, ognuna con il proprio sbancamento e le necessarie urbanizzazioni ovvero acqua, luce, telefono, fognature, ciascuna delle quali da raccordare alle reti esistenti. Qualsiasi persona dotata di buon senso, converrebbe infatti sulla opportunità di realizzare la soluzione meno impattante ed invasiva dal punto di vista urbanistico ed ambientale che era ed infine è stata quella di concentrare in un paio di posti le strutture temporanee, anziché di sparpagliarle disordinatamente in più siti. Ciò – operazione tutt’altro che facile – è peraltro avvenuto dialogando costruttivamente e concordando, passo dopo passo, le soluzioni con la comunità di Castelluccio, con il Parco Nazionale dei Sibillini, con il Comune e con la Soprintendenza. Per queste ragioni e le molte altre che tralascio, trovo infinitamente sgradevole continuare ad alimentare la squallida polemica sul cosiddetto “Deltaplano” innanzitutto perché a subirne le conseguenze sono gli uomini e le donne che vivono sulla propria pelle una condizione che non augurerei neanche al mio peggior nemico.

Tutte le opinioni e i diversi punti di vista, come è ovvio, sono assolutamente legittimi. Ho avuto modo di affermare in numerose occasioni, che la questione dirimente che interessa l’abitato di Castelluccio non è, come qualcuno erroneamente pensa, quello di ricercare una soluzione architettonica più o meno convincente per una struttura temporanea (non oso peraltro immaginare cosa potrà succedere quando verrà il momento di decidere come e dove ricostruire il paese che era costituito da edifici tipologicamente stravolti e sismicamente vulnerabili per lo più senza alcun valore). Castelluccio e il suo ambiente sono quello che sono (sperando che continueranno ad esserlo) perché in quel posto vivono ed hanno da sempre vissuto uomini e donne che hanno creato, con la forza del loro lavoro, l’intreccio millenario di natura e cultura che lo rende unico. Senza queste comunità silenziose e testarde che hanno trasformato uno dei luoghi più inospitali dell’Appennino in uno straordinario giardino, Castelluccio e il suo habitat irripetibile semplicemente non esisterebbero. È a quegli uomini e a quelle donne dai modi bruschi e a volte insopportabili, che dobbiamo esprimere la nostra riconoscenza e la nostra vicinanza; a loro, non agli infaticabili “leoni da tastiera” che vomitano giudizi apocalittici ammantati di ambientalismo da salotto, che dobbiamo dare delle certezze se vogliamo che la magia di quel posto sopravviva.

Ma, accanto a supposizioni ed insinuazioni del tutto gratuite che non intendo in alcun modo commentare, c’è un aspetto ancor più mistificatorio che si coglie in alcune prese di posizione apparse su autorevoli riviste ed organi di stampa: ovvero quello che “l’idea che sta alla base del progetto non sembra avere alcuna relazione con l’economia che nei secoli ha plasmato il paesaggio rurale dell’altopiano di Castelluccio…” e che “sconvolgerebbe il paesaggio e la fruizione sostenibile del territorio, dal punto di vista dei flussi, degli usi e dell’urbanizzazione del piccolo borgo montano”. È la tesi sinteticamente riassumibile nella falsa rappresentazione del “centro commerciale”. Io non so, in tutta franchezza, quale economia abbiano in mente questi acuti ed ineffabili osservatori: quel modello economico di cui parlano non esiste più da un pezzo, almeno da quando si è definitivamente spezzato, verso la metà del secolo scorso, il sistema di relazioni con il latifondo dell’Agro Romano che alimentava il rito della transumanza proprio di un economia silvo-pastorale che contava fino a 40.000 ovini.

Parimenti, non esiste più un economia agricola in grado di auto-sostenersi come avveniva in passato quando era in grado di produrre colture cerealicole e leguminose atte a permettere la sopravvivenza della popolazione in condizioni di sussistenza. La stessa produzione di lenticchia IGP, che gli abitanti del luogo sanno saggiamente distinguere dalla originale “Lenta” e la suggestiva fioritura che, per effetto delle semine ibride, produce all’inizio della stagione estiva lo straordinario spettacolo, arbitrariamente spacciato per naturale, della coloritura del Pian Grande, tutto questo ed altro ancora ha a che fare da molto tempo con un assetto produttivo del tutto nuovo e diverso che ha essenzialmente nel turismo e non “nell’economia che nei secoli ha plasmato il paesaggio rurale dell’altopiano”, il principale motore che sostiene la vita della comunità. Può anche non piacere, ma questa è la realtà dei fatti. È pertanto alla sfera sociale ed alla ricostruzione del sistema economico della comunità, ancor prima di quella fisica degli edifici e delle case, che occorrerà concentrare gli sforzi maggiori evitando false ed illusorie rappresentazioni di un’Arcadia perduta che non è mai esistita, provando ad immaginare un’economia del nuovo millennio che faccia leva sulla straordinaria qualità dei luoghi e sulla produzione di ricchezza che può derivare da uno sfruttamento intelligente e responsabile di tutte le sue risorse, nessuna esclusa. Se le poche persone rimaste a presidiare queste terre se ne andranno, perché non avranno più alcuna ragione né interesse a rimanervi legati non avendo nemmeno uno spazio dove vivere e lavorare, qualche irriducibile ambientalista militante magari sarà in cuor suo contento per lo scampato pericolo e la ritrovata purezza di una serena vita bucolica da dedicare ai piaceri della natura, ma l’incantesimo si sarà per sempre rotto.

Sarà il ricordo ancora vivo delle terribili scosse che ho vissuto in prima persona sulla piazzetta del paese con i muri che si sbriciolavano da tutte le parti a pochi passi e il rumore e la vista, al tempo stesso raggelante e sublime, del Pian Grande che si increspa al passaggio dell’onda sismica, ma non posso fare a meno di ragionare così. E come me la pensano quelli che, mettendoci la faccia e rischiando ogni giorno linciaggi mediatici e talvolta vere e proprie denunce, hanno scelto di dare una mano a questa gente, augurandosi che continui ad abitare queste terre per consentire a tutti noi di rinnovare quella sensazione indefinibile che si prova gettando lo sguardo sull’altopiano dal valico della strada che viene da Norcia nei giorni della fiorita o in qualsiasi altra stagione.

*Direttore regionale della Direzione Governo del Territorio e Paesaggio, Protezione Civile, infrastrutture e Mobilità

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