sabato 15 dicembre - Aggiornato alle 12:20

Ragazzo cade e batte la testa fuori dal Norman, “Fofo” Croce assolto dopo 7 anni: «Fu l’inizio dell’agonia»

Lo testimonianza di Croce, anima del locale: «Messi alla berlina, guardati con circospezione, senza attestati di solidarietà, addirittura denunciati»

Fabrizio Croce (foto F.Troccoli)

di Fabrizio “Fofo” Croce

Fofo è innocente. L’imputato Norman assolto! Così ha sentenziato il Tribunale penale di Perugia dopo quasi 7 anni, per la precisione 78 mesi di attesa snervante per una vicenda tutta italiana in cui sono emerse limpide la malafede di alcune persone, la spregiudicatezza di un avvocato, le dinamiche farraginose della giustizia. Il fatto incriminato, pur grave, avvenne nell’inverno 2012 e rientrava in una casistica purtroppo non infrequente nel “mondo della notte”: un cittadino italiano di 27 anni era svenuto a tarda notte all’esterno di un locale ferendosi gravemente nella caduta; il suo ricovero era avvenuto in uno stato prossimo al coma etilico e successive analisi lo trovarono positivo a svariate sostanze stupefacenti. Il locale era regolarmente coperto da una assicurazione e, di prassi, la vicenda si sarebbe chiusa a seguito di regolare denuncia, in quanto le compagnie tendono a conciliare risarcendo il sinistro, al riscontro di una minima negligenza da parte del gestore, per evitare lunghe cause. La legge, però, non esclude che in alternativa a quella procedura si possa avviare un processo penale contro un legale rappresentante di un’attività, in forza dell’istituto della responsabilità oggettiva: costui poi, se condannato, potrà rivalersi sulla società di cui è responsabile.

IL DOCUMENTARIO SULLA STORIA DEL NORMAN

Il selciato sconnesso Tra le due opzioni la parte offesa ha preferito denunciare il sottoscritto, in qualità di Preposto, con la conseguente richiesta di un ingentissimo risarcimento danni per gravi lesioni colpose causate, secondo la perfida tesi accusatoria, da selciato sconnesso e scarsa illuminazione. Ebbene, al giudice sono serviti quasi 2.400 giorni per venire a capo di una vicenda che a chiunque pareva di chiara soluzione fin dal primo giorno e pronunciare l’agognata assoluzione: conosco i meccanismi della legge, da laureato in Giurisprudenza, e li rispetto senza polemica. Diversamente dal tribunale, invece, ai 4 quotidiani perugini dell’epoca (ai 3 attuali va aggiunto il defunto Giornale dell’Umbria) furono sufficienti meno di 48 ore per sentenziare in modo inequivocabile la loro verità e sbatterla in prima pagina senza possibilità di appello: “Picchiato selvaggiamente davanti ad un noto locale perugino il cui nome inizia con la N, situato nella zona X della periferia cittadina”. Una contestualizzazione del fatto è d’obbligo: Perugia viveva ancora i postumi del dopo Meredith, da tempo era al centro delle cronache nazionali per notizie di varia criminalità, Bruno Vespa le aveva dedicato ben due puntate di Porta a Porta eleggendola tristemente a “capitale italiana della droga” e pochi giorni prima in tv a La7 il sindaco Boccali era stato brutalmente messo all’angolo dal giornalista Nuzzi. In altre parole l’opinione pubblica reclamava sicurezza e, forse, aveva bisogno di capri espiatori da sacrificare, cosicché la vicenda fu immediatamente interpretata, anche a livello locale, in modo strumentale alla teoria del male imperante sulla città.

Più rispetto Quel titolo indelebile, però, macchiò di un nero intenso la storia orgogliosa di un locale di periferia che da quasi 25 anni era una inesauribile fonte di proposte, svolgendo una costante azione culturale senza aiuti pubblici, e che, anche per questo, avrebbe meritato maggior rispetto. Inoltre, collocato in un arco temporale di 2 anni in cui dal locale ci si era rivolti per 4 volte al 118, quel fatto indusse il nuovo questore, mandato in città a riportare l’ordine, alla decisione di imporne la chiusura forzata, così motivandola: “pur non riscontrando responsabilità diretta dei gestori, si deduce che l’atmosfera del locale è inquinata e si rende necessaria una sospensione della sua attività”. L’inattesa sosta per quasi un mese, nel periodo tra Carnevale e Pasqua che statisticamente rappresenta il momento clou della stagione, significava interrompere flussi, annullare o rinviare impegni artistici o economici, alimentando anche sospetti sulla solvibilità futura dei gestori. Fu lì che iniziò l’agonia di una struttura piccola e con le spalle strette: la fine del suo ciclo vitale era già iniziata, lo sapevamo da tempo, ma avremmo voluto chiudere quella storia uscendo a testa alta e preparandoci al distacco come si fa con le cose a cui si è voluto un gran bene. Così no, faceva male! Messi alla berlina, guardati con circospezione, senza attestati di solidarietà, addirittura denunciati e sotto processo.

La mia vita è cambiata Oggi è tutto un fiorire di rimpianti, elogi, celebrazioni alla memoria del Norman (anche un documentario) che non possono che inorgoglire; io stesso da quella esperienza mi sono creato un lavoro apprezzato in tutta la regione, ma allora, credetemi, fu dura: gli stessi giornali, che avevano sempre dato spazio a quella attività e pur a fronte dei riscontri degli inquirenti circa la accidentalità del fatto, negarono una rettifica. In quei mesi di vortice (una nemesi per quello raffigurato nel logo del Norman?) è cambiata la mia vita, ho perso tutti i sudati risparmi e anche qualcosa di più per chiudere il locale senza strascichi e sostenere la mia difesa legale. “All’inferno e ritorno”: come in un film. Non ho però rimpianti né nutro rancore e, pur potendo farlo, non mi interessa avviare una causa civile per danni. Sono sereno e sincero. Aspettavo da anni il momento giusto per rendere pubblica questa testimonianza: avere avuto un supporto dalla mia famiglia e una grande donna al mio fianco mi ha aiutato a uscirne integro, più maturo e consapevole. Ma altri al mio posto avrebbero avuto la stessa sorte? Oggi più che mai sostengo con forza la libertà di stampa e il diritto di fare informazione, ma penso con altrettanta convinzione che chi fa questo mestiere abbia il dovere di riscontrare la veridicità dei fatti: in mano si ha un’arma che potrebbe fare del male.

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