martedì 22 gennaio - Aggiornato alle 01:08

Caccia di selezione, Arci: «Dopo il Tar in Umbria ancora niente soluzioni. Ecco la nostra proposta»

Il presidente Emanuele Bennati: «Bisogna dare vita a una banca dati e formare in modo severo i cacciatori»

Cacciatori in un bosco

di Emanuele Bennati*

A fine agosto, l’assessorato regionale alla caccia della Regione Umbria ha reso noto che, a seguito dell’ordinanza del Tribunale amministrativo dell’Umbria sul ricorso presentato dal Wwf riguardo al calendario venatorio per la stagione 2018/2019 e il successivo decreto del Consiglio di Stato del 6 settembre scorso, «la caccia di selezione alle specie capriolo e daino è da ritenersi sospesa a partire dalla data del 12 agosto e fino a nuova disposizione». A oggi, siamo ancora in attesa di conoscere la sentenza definitiva su questa surreale vicenda e il timore dell’associazione è che una sospensione prolungata della caccia di selezione alle specie capriolo e daino in Umbria, oltre a poter creare danni all’agricoltura finirà per mortificare la figura del cacciatore di selezione, in cui riponiamo grandi speranze per poter rilanciare una immagine corretta, reale e non manipolata dell’attività venatoria, sostenuta dalla consapevolezza che i cacciatori sono una parte della società utile alla campagna e ai suo abitanti, all’ambiente, al territorio e alla fauna.

Caccia di selezione Infatti, dopo anni di sviluppo piuttosto disordinato della caccia, con la caccia di selezione, che parte dai censimenti per poi passare alle formulazioni dei piani di prelievo, si sono individuati alcuni obiettivi prioritari a carattere generale, come ad esempio lo stretto controllo del cinghiale, la stabilizzazione del capriolo nei territori vocati e il contenimento del daino, con una attenta programmazione delle densità. Nel nostro paese, nell’ultimo decennio, l’espansione del popolamento degli ungulati rappresenta, per quanto i dati disponibili possono testimoniare, un incremento a volte anche molto marcato del numero degli individui. Infatti, sono già 20 anni che la presenza della specie crea un impatto in alcuni casi anche negativo sul territorio in termini economici e sociali, derivanti dall’impatto che la loro presenza determina sull’agricoltura, i boschi e la sicurezza stradale. Quest’ultimo punto, in particolare, è venuto alla ribalta negli ultimi giorni a causa di tristissimi fatti di cronaca che hanno funestato queste giornate di festa. Per questo pensiamo che occorra rendere l’attività di controllo più incisiva e predisporre dei protocolli tecnici con l’Ispra a livello regionale. In questo modo ci doteremmo di strumenti di azione univoci su tutto il territorio, aventi un obbiettivo preciso.

La proposta A questo scopo proponiamo la realizzazione di un «Progetto per la realizzazione di una banca dati sulla distribuzione, consistenza e gestione degli ungulati in tutta l’Italia». Il monitoraggio delle popolazioni animali è il presupposto di base che permette di acquisire le informazioni necessarie per la conservazione e la scelta dei modelli gestionali da applicare. La conoscenza della popolazione prevede la definizione dei parametri di distribuzione, consistenza, densità e struttura delle rispettive specie di animali. Quindi dovranno essere analizzate la distribuzione e la struttura della popolazione indagata, le sue esigenze ecologiche e l’entità del prelievo nel contesto ambientale in cui si andrà a operare, nonché il tasso di mortalità in funzione degli obbiettivi gestionali prefissati; questo permetterà di fissare dei valori di soglia limite, rispetto ai quali non sarà opportuno praticare il prelievo. Il cacciatore di selezione, per praticare questa forma di prelievo, deve acquisire un notevole bagaglio culturale, sia attraverso corsi di formazione con severi esami finali, che attraverso la pratica sul campo. Un percorso formativo che lo porterà prima a poter collaborare con profitto alle attività di censimento, e poi a poter riconoscere con sicurezza il capo che gli è stato assegnato e ad abbatterlo in modo netto e pulito.

Il modo più corretto Questo è fondamentale in un tipo di caccia che si propone di prelevare in modo conservativo, ovvero senza causare il declino di una popolazione. Per questo, l’associazione crede, in modo deciso, che questa caccia sostenibile sia sicuramente il modo più corretto di insidiare non solo cervidi e bovidi, ma un po’ tutta la selvaggina stanziale. Il corretto cacciatore di selezione, infatti, intervenire nell’habitat naturale con cognizione di causa, evitando gravi alterazioni della struttura naturale della popolazione. Per questo, Arci Caccia Umbria intende, non solo mettere a disposizione di tutti, cacciatori e non, le idee e le esperienze maturate, ma soprattutto ascoltare la voce dei tecnici per raggiungere gli obbiettivi esposti, cosicché, in estrema sintesi, si possa intraprendere la strada per una nuova gestione, «non da promettere ma da realizzare». Un’iniziativa locale ma che potrebbe risultare vincente anche a livello nazionale per cercare di dare un migliore futuro all’attività venatoria.

*Presidente Arci caccia Umbria

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