lunedì 17 febbraio - Aggiornato alle 17:48

«Bene la Carducci-Purgotti ma a tre anni dal sisma pronte solo tre scuole: ecco perché»

Tra lungaggini procedurali e scelte rivelatesi poi non adeguate spunta quella ‘burocrazia difensiva’ che per evitare problemi tarda a decidere

di Diego Zurli*

L’inaugurazione di un nuovo complesso scolastico rappresenta sempre un momento di grande soddisfazione. I più esigenti (non senza qualche ragione) hanno eccepito circa la qualità architettonica non memorabile a causa degli strettissimi vincoli imposti dal sito ma la Carducci offre tutte le migliori soluzioni tecnologiche e funzionali in grado di ospitare le attività didattiche rispondendo al bisogno di sicurezza dei cittadini grazie alle sue ottime caratteristiche antisismiche. Occorre perciò dare atto del massimo impegno profuso da quanti, politici e tecnici appartenenti a diverse istituzioni – Regione, Provincia, Università e Comune in particolare – si sono prodigati in ogni modo per realizzare quest’opera affrontando non poche difficoltà.

INAUGURAZIONE DELLA CARDUCCI-PURGOTTI

Dopodiché, finita la festa e spente le luci, bisognerà che qualcuno cominci a riflettere, a bocce ferme, su come sono andate le cose interrogandosi sulle ragioni che hanno fatto sì che, a distanza di oltre tre anni, si sia riusciti a completare solo tre delle venticinque strutture che erano state previste. Sorprende, a tale proposito, quanto dichiarato dal Commissario Farabollini il quale, relativamente alla ricostruzione pubblica, lamenta la scarsa organizzazione dei Comuni e l’inadeguatezza del personale a loro disposizione; come se ciò risultasse frutto di una loro autonoma scelta e non di quelle del Governo. In base al programma straordinario, infatti, le scuole avrebbero dovute essere ricostruite entro nove mesi, ma nonostante l’impegno encomiabile e l’ottimismo sparso a piene mani dal Commissario Errani, le cose hanno preso tutt’altra piega perché, rispetto alle previsioni, di anni ne sono serviti almeno due in più.

FOTO: LA NUOVA SCUOLA

La soddisfazione, velata da un pizzico di amarezza, espressa dall’ex assessore Antonio Bartolini nel suo laconico commento consegnato ai social è così pienamente giustificata: ‘se ci vogliono tre anni per inaugurare una scuola, con le semplificazioni specifiche per il terremoto abbiamo una risposta per le cause delle tante incompiute e per i 130 miliardi di lavori bloccati’. Non si può negare che le difficoltà della ricostruzione pubblica e le norme sugli appalti siano in parte legate, ma non è solo questa la chiave per comprendere cosa è successo. La ragione principale dei ritardi, non solo per le scuole, è innanzitutto quella di aver adottato un modello che, alla prova dei fatti, si è dimostrato inadeguato. Infatti, invece di riproporre quello che aveva funzionato per l’Emilia, ovvero la rapida messa in opera di moduli temporanei in affitto in cui ospitare l’attività didattica prendendosi tutto il tempo necessario per sviluppare le soluzioni definitive attraverso progetti di qualità, il Governo ha optato per una terza soluzione a cavallo tra le due: quella di impiegare tecnologie a secco per riuscire a conciliare rapidità e qualità. Ma, purtroppo, non è stato così.

Eppure, lo aveva sottolineato con parole chiare l’ex Ministro Fabrizio Barca in una nota intervista raccontando la sua esperienza Aquilana nel distinguere l’operazione in due fasi: una a carattere temporaneo e una definitiva con lo scopo di evitare di trasferire anche un solo bambino da territori appenninici soggetti a spopolamento con il rischio di allontanarne per sempre la famiglia. Fortunatamente, a differenza delle Marche, questo problema in Umbria non sembra aver prodotto identiche conseguenze perché l’impegno delle istituzioni e del mondo scolastico hanno reso possibile l’individuazione di soluzioni alternative; ma, purtroppo, ad oltre tre anni dal sisma, di scuole realizzate in Umbria oggi ce ne sono solo tre, nessuna delle quali, peraltro, nell’area appenninica maggiormente colpita. La causa di tutto questo è certamente riconducibile ad una serie di scelte iniziali poco felici, quali quelle derivanti dal presumibile diktat di ANAC di non avvallare l’utilizzo dell’appalto integrato – salvo poi ammetterne nuovamente il ricorso attraverso la correzione della norma – come la stessa Regione aveva auspicato con l’intento di replicare il modello emiliano che aveva funzionato a dovere.

Nel cammino, una serie di infinite complicazioni e contorsioni burocratiche quali il ricorso a convenzioni con alcuni Dipartimenti Universitari per superare il problema dei tempi lunghi dell’affidamento della progettazione; la rielaborazione dei progetti iniziali ad opera di alcune società di ingegneria per renderne possibile l’appaltabilitá; il ricorso ad Invitalia quale unica centrale di committenza con finalità anticorruttive ampliandone il numero quando è apparso chiaro che la stessa, operante in tutt’altro mestiere, sarebbe diventata un ulteriore collo di bottiglia; infine, le prime gare andate deserte per via della impostazione del bando che obbligava tutte le imprese di dotarsi di progetti esecutivi prima dell’affidamento. Si potrebbe continuare con altri esempi, ma questi possono già bastare per spiegare le ragioni che, nonostante l’impegno, hanno portato a questo stato di cose generando tra l’altro l’insoddisfazione di imprese e professionisti. Aggiungete le infinite difficoltà connesse all’applicazione del Codice dei lavori pubblici che, nonostante le deroghe, si è dimostrato poco efficace e che nessuno finora è stato in grado di correggere per far ripartire le numerose opere pubbliche bloccate.

Ma c’è una ragione di carattere generale, profonda e perfino inconfessabile, che continuerà a produrre situazioni paradossali ed inefficienze: quella di una Pubblica Amministrazione impegnata principalmente a difendersi da se stessa più di quanto non faccia per garantire l’efficacia del proprio operato: un atteggiamento mosso dalla comprensibile esigenza di contrastare corruzione e malcostume ma che alimenta la cultura del sospetto e la burocrazia difensiva al proprio interno. Purtroppo, così stanno le cose e fino a quando la politica non ne prenderà atto cambiando rotta, situazioni come queste torneranno puntualmente a riproporsi. Discuterne senza reticenze, sarebbe un primo importante passo in avanti perché la sfida più importante non è semplicemente quella di ricostruire quanto è stato danneggiato dal recente terremoto, ma quella di attrezzarsi per farsi trovare pronti e ben organizzati quando il prossimo tornerà a colpirci: perché, come la storia sismica ci insegna, questa è l’unica cosa di cui possiamo essere assolutamente certi.

*Architetto

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