sabato 22 settembre - Aggiornato alle 21:30

«Area crisi Terni Narni: ci sono gli strumenti, ora salto di qualità delle imprese»

Rampiconi della Cgil dopo pubblicazione bandi: «Occasione per creare lavoro vero, stabile, retribuito e con diritti»

Terni dall'alto

di Alessandro Rampiconi*

Come Cgil di Terni non possiamo che esprimere una certa preoccupazione per l’indebolimento dell’apparato produttivo del nostro territorio. Nel corso del solo 2017 – secondo i dati della Camera di commercio – nella provincia di Terni hanno chiuso i battenti ben 2.306 imprese, mentre ne sono nate solo 1.345, con un saldo di negativo di 961 unità produttive. Numeri che fanno registrare alla nostra provincia il dato peggiore in Umbria, con un totale di imprese attive che si attesta a 18.254.

I dati presi in esame si concentrano tuttavia prevalentemente nei 17 comuni situati all’interno dell’Area di crisi complessa: un territorio in cui la natalità di impresa ha addirittura un saldo negativo di 817 unità (84,5% del totale) e la cui situazione di estrema difficoltà emerge ancora meglio se si vanno ad analizzare i settori merceologici che caratterizzano l’economia ternana, dove il manifatturiero segna sempre di più il passo con appena il 7,66% delle imprese totali, la maggior parte delle quali concentrata proprio nel perimetro definito dall’Area di crisi, dove se ne contano ben 1.053 (75,32% del totale).

Il quadro d’insieme diventa tuttavia devastante se, a quanto appena descritto, aggiungiamo la situazione fotografata dalla Banca d’Italia, dai cui dati emerge che dal 2001 ad oggi la manifattura scende del 28,5% in provincia di Terni e del 27,8% all’interno dell’Area di crisi complessa, con particolare riferimento ai metalli, che registrano un –44,4% in provincia di Terni e un –45,2% nell’area di crisi. Tra le direttrici che proprio la Banca d’Italia individua per uscire dalla crisi che per la provincia di Terni perdura ancora vi sono il tema dell’innovazione e quello delle infrastrutture.

Un’impostazione che la Cgil di Terni condivide in pieno, tanto è vero che nel documento da noi predisposto nel 2013, al fine di sostenere la necessita del riconoscimento dell’Area di crisi complessa per questo territorio, scrivevamo esattamente che “la centralità per l’economia dell’industria manifatturiera ci impone l’obiettivo di considerare le politiche industriali come asse strategico delle politiche di sviluppo, a sostegno della competitività del sistema, della ricerca e dell’innovazione. Il flusso di piccole e medie imprese ha quindi la necessità di utilizzare al meglio tutte le potenzialità presenti nel contesto di riferimento, incentivando e individuando quelle azioni capaci di sostenere i fattori di competizione”.

Ora più che mai è necessario riprendere il discorso sullo sviluppo di queste potenzialità e metterle al servizio della comunità anche attraverso nuove risorse, a partire da quelle derivanti dal riconoscimento del nostro territorio come Area di crisi. Dal 2 luglio 2018 le imprese possono infatti presentare i progetti relativi alla legge 181 e all’azione 3.1.1 della Regione dell’Umbria. Opportunità tra l’altro complementari ad altri canali di finanziamento attivi, a partire dal piano nazionale industria 4.0.

Gli strumenti a disposizione di una classe imprenditoriale davvero interessata a investire e a creare lavoro “vero”, quello con i diritti, stabile e retribuito come previsto da contrattazione collettiva nazionale, che è poi ciò che serve per traghettare il nostro territorio fuori dalla crisi, a questo punto ci sono tutti. Ci aspettiamo pertanto una risposta adeguata da parte delle imprese, che dovrebbero finalmente fare un salto di qualità e pensare anche a linee di produzione innovative e competitive. La posta in gioco è alta, a cominciare dalla vocazione industriale e la tenuta sociale del nostro territorio.

*Alessandro Rampiconi responsabile Attività produttive e Mercato del lavoro della segreteria Cgil di Terni

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